La lunga mano insanguinata della Nato sulla Libia e la resistenza che verrà

La lunga mano insanguinata della Nato sulla Libia e la resistenza che verrà

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Il premio che avevo provocatoriamente annunciato di voler consegnare ieri è rimasto senza un vincitore: nessuno sulla stampa italiana (da quel che ho potuto vedere, ma sono accette segnalazioni) ha definito quando avvenuto ieri a Tripoli “fallito colpo di Stato”.

Ma molti ci sono andati vicini, chiamando Bashagha “il primo ministro parallelo”, pertanto l’outsider, il rivale. Per la stampa italiana ed europea conta più quanto diciamo noi di quanto dicano i Libici. A noi piace Dabaiba, il parlamento libico invece ha votato la fiducia a Bashagha lo scorso febbraio. Pertanto secondo noi Dabaiba è il premier designato e Bashagha “il primo ministro parallelo”.

Infatti quanto accaduto ieri a Tripoli ha lasciato più macerie nella stampa italiana che non a Tripoli stessa: impreparazione, propaganda di guerra, visione colonialista della storia. Non ci siamo fatti mancare niente. E, in vista di un’eventuale ripresa del conflitto, la faccenda è triste. Parecchio triste. Perché non c’è nessuno, tranne noi qui sull’AntiDiplomatico, a far parlare i Libici.

 

DOPO LUNGA ATTESA, BASHAGHA DECIDE DI ENTRARE A TRIPOLI

 

Ma veniamo ai fatti. Come ampiamente scritto nei mesi scorsi, in seguito al voto di fiducia del Parlamento libico lo scorso febbraio a Fathi Bashagha, la carica di primo ministero di Dabaiba (già formalmente scaduta il giorno delle mancate elezioni dello scorso dicembre) era di fatto decaduta.

Da allora il premier designato dai Libici attendeva il momento di entrare a Tripoli ed insediare il proprio governo, mentre già alcuni ministri di Dabaiba si dimettevano.

Avevamo raccontato di come le milizie di Bashagha si stessero annoiando alle porte di Tripoli in attesa del momento propizio per entrare nella capitale.

Nel frattempo però sono successe diverse cose, da febbraio a oggi.

La Nato ha trasportato nuovi armamenti a Tripoli, in particolare il Regno Unito. E poi, come per magia, tra le città di Sabratha e Zawiyah, sulla costa a ovest di Tripoli, è ricomparso l’Isis, che a suon di omicidi e apertura delle carceri e seguente liberazione di altri criminali e affiliati, ha di fatto stabilito una vera e propria roccaforte operativa.

E come verranno finanziati tutti questi miliziani dell’Isis? Semplice, li paghiamo noi, con i soldi del gas e del petrolio libico. Richard Norland, ambasciatore americano, riesce ancora una volta a dirottare i proventi verso il governo Dabaiba, quello illegittimo, quello appunto sostenuto dalla Nato, anziché verso il governo Bashagha, votato dai Libici.

Per la verità, finanziare le milizie di Tripoli con i soldi del petrolio è stato il modello di base sin dal 2011, anche perché buona parte di quel petrolio viene trafugato da quelle milizie, ossia sottratto alle casse dello Stato, e venduto a Europa e Turchia attraverso un sofisticato meccanismo di riciclaggio (come da foto). Ma in occidente le carte di questo immane traffico sono secretate (come da inchiesta “Dirty Oil” della procura di Catania).

A questo punto i Libici, i cittadini libici, le sigle di categoria, i sindacati, decidono di chiudere i pozzi. E non è la prima volta, era successo anche tra il gennaio e l’ottobre del 2020.

In un momento di estrema necessità di approvvigionamento energetico per l’Europa, questa mossa andava neutralizzata. In che modo: l’Isis è arrivato per questo. A Zawiyah, dove si sono stabiliti, c’è una delle principali raffinerie di petrolio della Libia, costantemente sotto controllo della locale milizia. Se la Libia tutta vuole vendere il petrolio, anche da questa raffineria deve passare. Ma se poi i soldi devono finanziare le milizie e non i lo stato sociale dei cittadini libici, comprensibilmente i cittadini libici decidono di chiudere i pozzi. Comprensibile, no?

Domenica scorsa ci sono stati poi pesanti scontri militari alla periferia di Tripoli, nel quartiere di Janzour, tra la capitale e la costa occidentale controllata ora dall’Isis.

La Commissione nazionale per i diritti umani in Libia (NCHRL) ha condannato "gli scontri, l'incitamento alla violenza e la destabilizzazione della sicurezza e della stabilità". Ha inoltre espresso "forte insoddisfazione per la debolezza del sistema di sicurezza a Tripoli e nella regione occidentale”.

"Tali scontri sono crimini orrendi e costituiscono una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale, del diritto internazionale dei diritti umani, delle leggi e delle legislazioni nazionali. Inoltre, mettono sconsideratamente in pericolo la vita di civili innocenti, destabilizzano la sicurezza e la stabilità e minacciano la pace sociale”.

Il Comitato ha invitato il Consiglio presidenziale e il Governo di unità nazionale (GNU) di Dabaiba ad "assumersi le proprie responsabilità per fermare immediatamente gli scontri”.

 

L’ISIS PUNTA ALLA PRESA DI TRIPOLI?

 

Qualcuno a Tripoli, insomma, ha cominciato a preoccuparsi, anche quelli vicini al governo di Dabaiba. 

L’Isis sta puntando la capitale?

E’ ciò che si sono chiesti in molti, a cominciare dal premier Bashagha.

Proprio qualche giorno fa, preso atto dell’opposizione militare a Tripoli all’ipotesi che il governo Bashagha si insediasse nella capitale, il Parlamento libico, di base a Tobruk, nell’est del paese, a sua volta militarmente cacciato da Tripoli dalle milizie nel lontano 2014 e da allora in una sorta di esilio interno, aveva votato un decreto che stabiliva Sirte, città a metà strada tra Bengasi e Tripoli, diventasse la sede del governo libico di Bashagha.

Sembrava il segnale che ormai tutti si fossero rassegnati a convivere con questa di fatto occupazione militare di Tripoli, nonostante dal febbraio scorso non si aspettasse altro che sul giorno per entrare a Tripoli.

E invece qualcuno ha fatto un pensiero diverso, forse azzardato: ora o mai più.

Pare che il capo dell'intelligence militare di Tripoli, Osama Juwaili, sia stato complice con la milizia Nawasi che scortava Bashagha e abbia fatto in modo che entrasse nella capitale e per questo ora è stato licenziato da Dabaiba.

A reggere la risposta militare all’ingresso a sorpresa di Bashagha a Tripoli è stata però la Brigata 444, la milizia più potente di tutta la Libia (non considerando l’Esercito nazionale Libico di Haftar), di base a Misurata, ma di stanza anche a protezione di Tripoli.

La risposta militare della Brigata 444 è stata però molto “gentile”, per il fatto che il premier Bashagha è proprio di Misurata a sua volta.

Non solo, nel 2019, durante l’offensiva militare di Haftar su Tripoli, Bashagha e la Brigata 444 stavano dalla stessa parte a difesa di Tripoli.

Ma nei mesi scorsi, come abbiamo raccontato, Bashagha ha stretto la mano ad Haftar, ha incassato la fiducia del parlamento e ha deciso di rappresentare l’autorità in Libia, a garanzia di un accordo di fondo tra Russia e Turchia in Libia.

Ma la Brigata 444 non l’ha seguito e sta ancora a difesa del governo illegittimo di Tripoli. 

Forse questo era il vero scopo dell’ingresso a Tripoli: capire da che parte stesse quel Brigata. 

E’ proprio la posizione in bilico della Brigata 444 che ha motivato il ritorno dell’Isis in Libia. Se la Brigata 444 si unisse all’Esercito Nazionale Libico, non ci sarebbe più nessuno a difendere la mafia di Tripoli e i manutengoli della Nato.

E forse su questo che i generali della Brigata hanno ragionato: se Bashagha entra a Tripoli, noi passiamo dalla sua parte, contro la Nato.

Se lo respingiamo, con i guanti, a parlarci con la Nato ci andiamo ancora noi e nel frattempo teniamo l’Isis fuori da Tripoli.

Ed ecco quindi gli scontri a Janzour, alla periferia di Tripoli, verso ovest, dove è posizionato l’Isis. Come a dire: a Tripoli comandiamo noi. Con la Nato ci parliamo noi. 

Ma fino a quando?

 

BASHAGHA RIPARA A SIRTE. GLI STATI UNITI PREPARANO LA TRAPPOLA

 

E così Bashagha, a malincuore, si stabilirà con il suo governo a Sirte, come votato dal parlamento libico.

E gli Stati Uniti lavorano nell’ombra, ma neanche tanto.

Accordo tra il capo dell'HSC Khaled Al-Mashri e il presidente dell’HoR (il parlamento libico) Aqila Saleh per apportare alcune modifiche alla dichiarazione costituzionale che prevedeva lo svolgimento di elezioni entro 12 mesi.

L'accordo prevede la riattivazione del Comitato militare misto 5 + 5 con poteri più ampi e prevede anche lo scioglimento dei governi Dabaiba e Bashagha e la formazione di un governo di 14 ministri.

Questa è la vera bomba. 

Saleh, che ha spinto perché Bashagha si trasferisse a Sirte, accetta formalmente ora di ragionare ad un nuovo governo che superi la dualità Dabaiba-Bashagha e questa è una resa.

Se un governo è illegittimo e l’altro è legittimo, qual è la soluzione? Crearne un terzo che riassuma entrambi.

Operazione francamente difficile, oltreché immorale.

Però gli Stati Uniti hanno deciso così. In vista di cosa? Delle solite elezioni, tra un anno, un anno e mezzo. E nel frattempo si prende tempo, si esautora la sovranità libica e si piazza l’Isis a fare il lavoro sporco.

Stephanie Williams, inviato americano delle Nazioni Unite, la donna più dieta in Libia, ha chiarito la questione in maniera impeccabile: “I mercenari in Libia esistono sin dagli anni ’70. Non vedo perché non si dovrebbero tenere le elezioni alla loro presenza”. 

Qui per mercenari si intende l’Isis. Chiaro, no? 

 

DRAGHI IPOTIZZA UN INTERVENTO ARMATO? L’ISIS CI SPIANEREBBE LA STRADA

 

In Libia hanno avuto molta eco le parole di Draghi sulla Libia rivolte a Biden: “Questa potrebbe essere un'opportunità per l'Europa di dimostrare agli americani che può svolgere un ruolo di mediazione, come contenere l'ascesa della Russia che usa il suo peso per ottenere più carte da giocare in altre regioni”.

E noi non sappiamo se Draghi in questo frangente parlasse da primo ministro italiano o se da segretario della Nato in pectore.

Insomma, già che ci siamo, già che il tabù della guerra è saltato in Ucraina, bando all’ipocrisia! Mandiamo armi alle milizie libiche di Tripoli da anni e nessuno ha nemmeno protestato, perché hanno creduto alla favola che servissero per fermare i migranti. Quindi ora, perché magari non ipotizzare un intervento diretto in Libia.

L’Isis ci spiana la strada. La Turchia capirà che si deve ritirare, o perlomeno lasciare spazio. E così preveniamo la possibilità che la Russia metta sotto controlla Tripoli attraverso il governo Bashagha.

Sì, però, ci permettiamo, di grazia.

Bashagha è votato dal parlamento, l’unico e ultimo organo eletto dal popolo libico in seguito alle elezioni del 2014. Non solo, la maggioranza dei Libici si riconosce e sostiene il governo Bashagha.

La legittima di un intervento Nato, precisamente, su cosa si baserebbe?

 

LA LIBIA CHE RESISTE

 

Mentre a Tripoli si preparano giorni bui e scenari foschi, i manifestanti di Tobruk, nell’est del paese, annunciano la chiusura del porto petrolifero di Hariga della Arabian Gulf Oil Company (Agoco), a partire da lunedì.

In una dichiarazione, i manifestanti hanno affermato che: "In questi tempi difficili che il nostro Paese sta attraversando, i complotti e gli interventi stranieri hanno aumentato le sofferenze del popolo libico. Il popolo attende ogni giorno la stabilità del Paese e il miglioramento della situazione. Chiudiamo questa struttura per protestare contro la politica di tutti gli organismi politici che rivendicano legittimità, ma sono scaduti e non hanno alcuna legalità. Negozieremo solo con un partito che consideriamo legittimo e che soddisfa le aspirazioni del popolo. Facciamo appello al popolo affinché si opponga a questa cospirazione che ha come obiettivo il nostro caro Paese”.

 

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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