/ La storia di Hanaa AbuJamus

La storia di Hanaa AbuJamus

 

Non è una bella storia, quella di questa giovane donna del campo profughi di Al Burji nella Striscia di Gaza



di Patrizia Cecconi
 

Oggi vi raccontiamo la storia di Hanaa AbuJamus. Non è un nome di fantasia, perché Hanaa vorrebbe essere aiutata e quindi ci autorizza a pubblicare il suo nome e la sua foto. 

Non è una bella storia, quella di questa giovane donna del campo profughi di Al Burji nella Striscia di Gaza . Già il vivere in un campo profughi potrebbe di per sé essere considerato un elemento negativo ma non è questo il caso. Non oggi. Lo è stato in passato questo sì, perché qui sono arrivati parte dei palestinesi scampati agli eccidi (non piace a tutti questo termine, ma così è) commessi dal nascente stato di Israele nel "48, e la vita nel campo era molto dura allora. Oggi lo è molto meno, anzi ad Al Burji vi sono realtà positive difficilmente immaginabili. Ricordiamoci sempre che comunque stiamo parlando di Gaza, e cioè di una prigione di 340 kmq in cui Israele ed Egitto rinchiudono 2 milioni di abitanti, quindi i parametri relativi alla durezza della vita vanno rapportati alla situazione generale di quest'area sotto assedio. 

 

Dunque, tornando ad Hanaa, il destino ha voluto che sperimenta ss e i due peggiori esempi di violenza prodotta dall'essere umano: quella di un padre espressione del maschilismo più brutale e quella di un potere senza senza limitazioni di natura giuridico-politica e quindi violento e criminale. 

 

Hanaa ricorda suo padre come l'uomo che entrando in casa semina v a il terrore picchiando sua madre, lei  e  i suoi 8 fratelli. Poi, un giorno di 23 anni fa andò a lavorare in Israele e non tornò più. Chiese il divorzio e si sposò con un'arabo-israeliana dimenticando completamente la sua famiglia la quale, a sua volta, di lui ricorda solo la violenza e quindi  pres e  la sua fuga come una liberazione. 

 

Certo, non è il massimo nello sviluppo psicologico di 9 bambini considerare l'abbandono del padre come una liberazione, ma di problemi da superare, a Gaza, c'è ne sono talmente tanti che questo va a nascondersi nel mucchio. 

 

Hanaa ci racconta che i suoi due fratelli adolescenti lasciarono la scuola per aiutare la mamma e gli altri numerosi fratelli. Non c'erano zii o nonni di sostegno come avviene normalmente nelle famiglie palestinesi e questo perché il padre era stato cacciato dalla famiglia per la sua brutalità. Pensiamo alla donna che lo aveva seguito alienandosi tutti i parenti e rovinando la  sua giovinezza . Vorremmo parlarne ma è un discorso troppo difficile da affrontare in profondità , dobbiamo rinunciare e accontentarci delle tre parole "libertà dalla violenza" con cui Han a a descrive il sentimento di sua madre dopo la fuga paterna. 

Poi, tra un episodio e l'altro, che non riportiamo per ragioni di spazio, gli anni sono passati, una sorella si è sposata, poi un fratello ed Hanaa una decina di anni fa si è trovata ad essere zia di alcuni bambini, uno dei quali sarà determinante nella sua vita a partire dal 2009. 

Per chi non lo ricorda precisiamo che tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 la Striscia di Gaza fu martoriata da uno dei peggiori bombardamenti che la storia - tutta la storia, compresa la 2a guerra mondiale - ricordi. Il campo profughi di Al Burji fu una delle zone più bombardate e ancora oggi si vedono, sebbene sbiaditi dal tempo, i manifesti funebri che ricordano i numerosi martiri di quei giorni. 

 

Il 18 gennaio, dopo 22 giorni che avevano fatto circa 1300 vittime immediate e circa 5000 feriti, non tutti sopravvissuti, Israele cessò i bombardamenti. La cronaca dolorosa  e  fedele di quei giorni la fornì soltanto Vittorio Arrigoni , direttamente da Gaza. 

Il 19 gennaio  i media scrissero che era cessata la guerra. Ma sappiamo che il termine "guerra" in questi casi è usato in modo improprio. Era cessato il massacro che Israele chiamò "piombo fuso"  e che già nella denominazione  scelta presentava il suo macabro e criminale programma. 

 

Ma che la si chiami guerra o aggressione si sa che a fine bombardamenti il terreno contiene ancora l'odio scaricato dal cielo. E spesso lo contiene in modo subdolo. 

Così, un giorno in cui non faceva più freddo e non c'erano aerei israeliani a seminare il terrore,  i bambini erano di nuovo in strada a giocare e Mahmud, il nipotino di 5 anni di Hanaa trovò un oggetto metallico e cominciò a giocherellarci.

Hanaa non fece in tempo a toglierglielo dalle mani che questo oggetto di odio in differita esplose. 

 

Sopravvissero entrambi, il bambino subì una serie di operazioni tra cui un complicato intervento all'addome in cui gli venne asportata parte dell'intestino, e Hanaa, dopo una serie di operazioni al fianco e alla gamba subì l'amputazione della mano destra. 

Ma altri dolori sarebbero arrivati poco dopo. Due dei suoi fratelli  sarebbero morti nella distruzione del primo tunnel da parte dell'Egitto.  Quei tunnel attraverso i quali Gaza importava cibo e medicinali per sopravvivere all'assedio erano , e tuttora sono , l'incubo di Israele il quale ordinò all'Egitto di distruggerli. Il primo ad essere distrutto uccise i due fratelli di 29 e 24 anni lasciando una giovane vedova con tre bambini che Hanaa  avrebbe aiutato a crescere. 

 

Questa è  solo una delle tante brutte storie. Non è neanche una delle peggiori, ma certo non ci lascia indifferenti. Hanaa è venuta a raccontarcela e ogni sorride dicendo che che lei è stata comunque fortunata. 

Certo, visto che tutto è relativo e che  questa ragazza  considera una fortuna l'essere sopravvissuta alla bomba che ha maciullato lei e il nipotino Mahmud ,  diciamo che ok, è una donna fortunata. 

 

Poi però ci spiega che dopo "l'incidente" ha avuto degli incontri che a noi, occidentali che spesso vediamo Gaza solo come un cumulo di macerie, sembrano straordinari. Hanaa ci dice che l'università Islamica, una delle numerose università della Striscia di Gaza, ha sviluppato un progetto per giovani rimasti invalidi in seguito a diversi incidenti causati, normalmente, dall'incontro indesiderato con l'assediante e i suoi strumenti bellici. Il progetto si chiama ERADA, che in arabo vuol dire "forza di volontà". Hanaa spiega che deve molto all'università ,  perché attraverso questo progetto l'ha aiutata immensamente. Poi ci dice che quando venne contattata dall'associazione MARKAZ AL WATANI, un'associazione di donne invalide estremamente attiva, non voleva partecipare ai loro incontri perché non credeva che senza la sua mano destra avrebbe potuto fare una vita normale. Non immaginava che col loro aiuto sarebbe stata in grado di diventare un'atleta e un'abile artigiana capace di dipingere sulla ceramica con la mano sinistra.  

 

Ma le donne di Al Watani  riusciranno a convincerla e Hanaa, allenandosi con caparbietà ,  riuscirà ad essere selezionata per i campionati atletici nel lancio del disco e del giavellotto. 

Oggi Hanaa ci dice che  l' essere stata cercata e accolta da questo gruppo di donne che lavorano con e per le donne è stata la sua vera fortuna. E noi le crediamo. 

 

Ci fa vedere un campionario fotografico dei suoi lavori sulla ceramica fatti con la mano sinistra e precisa che lei non sapeva far nulla con quella mano prima che la bomba israeliana la privasse della destra. Ma poi, sorridendo, aggiunge che forse davvero nulla è impossibile ed è per questo che è venuta a trovarci al Centro Italiano di scambi culturali Vik qui a Gaza city. È venuta a dirci che i dolori che le procurano le schegge rimaste nel suo corpo sono spesso violentissimi  e che i medici le hanno detto che potrebbe essere operata ,  ma qui non hanno la possibilità di farlo e dovrebbe andare fuori Gaza. È venuta anche a dirci che sogna il giorno in cui non si vergognerà più del suo moncherino che ora tiene coperto e che spera di poter avere una protesi che nasconda la sua mutilazione. 

 

Come poterla aiutare? Noi possiamo solo raccogliere la sua storia, una delle tante storie di Gaza e raccontarla. 

 

Ci chiediamo se da questo racconto di vita nascerà la possibilità di un arto nuovo per Hanaa. Non lo sappiamo, però ci è sembrato giusto raccontare con nome e cognome uno dei tanti casi di autentica resilienza gazawa. Cioè di quella capacità di sconfiggere il negativo storico facendo ricorso alla "erada", la "forza di volontà" che, in fondo, è volontà di vivere e di vivere liberi. 

 

Gaza  3  Marzo 2018

Notizia del:
Notizia del:
 
Copyright L'Antiplomatico 2013 all rights reserved - Privacy Policy
L'AntiDiplomatico è una testata registrata in data 08/09/2015 presso il Tribunale civile di Roma al n° 162/2015 del registro di stampa