La truffa de "i ricchi non rubano perché non ne hanno bisogno" smascherata per sempre

La truffa de "i ricchi non rubano perché non ne hanno bisogno" smascherata per sempre

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A cinque anni dall’inchiesta sui Panama Papers, che rivelò i patrimoni nascosti da molti straricchi nelle società offshore di Panama, ecco ora lo scandalo dei Pandora Papers. A portarla a termine, lo stesso network di 280 giornalisti investigativi di oltre 100 paesi, l’International consortium of investigative journalists (Icij). Si tratta di una organizzazione no-profit che ha sede negli Stati Uniti e che ingloba varie testate quali il New York Times o il Guardian.

Cinque anni fa era stata una fonte anonima a sottrarre milioni di documenti riservati dallo studio legale panamense Mossack Fonseca e a consegnarli al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung. Questa volta, l’Icij mostra la faccia in ombra del capitalismo globalizzato e della finanza, i suoi meccanismi occulti, gli strumenti, gli intermediari, la ragnatela multinazionale del riciclaggio e i suoi beneficiari.

Considerando i nomi che compaiono nell’inchiesta - oltre 330 politici e funzionari pubblici di più di 90 paesi e territori, fra i quali 35 ex presidenti e attuali capi di Stato, giudici, sindaci e di 100 miliardari -, appare chiara la truffa di chi sostiene che i ricchi non rubano perché non ne hanno bisogno, giacché lo sfruttamento del lavoro e delle risorse, attuato con ogni mezzo possibile per realizzare il massimo del profitto, è nella natura del capitalismo. E, infatti, spiccano i nomi dell’ex presidente argentino Mauricio Macri o dell’attuale capo di stato dell’Ecuador, il banchiere Gullermo Lasso, solo per citarne alcuni.

Salta anche agli occhi come a condurre la danza o a beneficiarsi abbondantemente del meccanismo siano quei personaggi e quelle istituzioni che, ergendosi a paladini dell’onestà, della lotta alla corruzione, al narcotraffico, eccetera, impongono “sanzioni” ai governi che non si inginocchiano ai voleri di Washington. Con grande storno dei detrattori del Venezuela bolivariano, per esempio, gli oltre 120 venezuelani che compaiono sono tutti ex funzionari, imprenditori e persone già coinvolte in casi di corruzione, ma non compare nessun nome legato al governo Maduro.

Nell’inchiesta figurano, invece, quasi tutti i rappresentanti del Gruppo di Lima. Le banche di tutto il mondo li hanno aiutati a creare almeno 3.926 imprese, soprattutto mediante un ufficio panamense, noto come Alcogal, diretto da un ex ambasciatore negli Stati Uniti. Conti bancari per 32mila miliardi di dollari. Ogni anno, secondo una ricerca dell’economista Gabriel Zucman, le multinazionali spostano nei paradisi fiscali il 40% dei loro profitti e tolgono ai governi la possibilità di incassare tasse per circa 500-600 miliardi. Perdite a cui si aggiungono i circa 200 miliardi di imposte sui redditi individuali. I governi capitalisti, poi, si rifanno come si sa, sui salari operai.

Nei paradisi fiscali europei (al primo posto l’Olanda) finisce quasi la metà di tutti gli utili delle multinazionali realizzati nel mondo. Gli Usa guidano la classifica dei paradisi fiscali. Il Regno Unito, che ha aumentato l’indice di segretezza finanziaria del 26%, e figura tra i primi 10, si batte bene. Ricordiamo che le banche britanniche trattengono illegalmente 31 tonnellate di oro venezuelano, pari al 15% delle riserve internazionali del Venezuela.

Anche l’ex ministro dell’economia francese, Dominique Strauss-Kahn, ex direttore dell’Fmi ed esponente dell’élite mondiale, ha la sua società off-shore, per non pagare le tasse sulle consulenze. Nel suo discorso alla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo sviluppo (Unctad XV), la vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez ha denunciato l’ingiusta distribuzione mondiale delle risorse per lottare contro la pandemia da Covid-19.

L’Fmi ha approvato 650.000 milioni di dollari per le economie del sud, ma oltre il 63% sono finiti ai paesi ricchi e già vaccinati, e i 5.000 mila milioni di dollari destinati al Venezuela per la lotta al Covid-19 sono stati bloccati dal veto degli Usa, principale azionista dell’Fmi. Le 430 misure coercitive unilaterali imposte dagli Usa e dai suoi alleati hanno bloccato il commercio estero del Venezuela, provocato una diminuzione delle entrate del 99% e perdite, solo nel settore petrolifero, di almeno il 63%. Sono stati bloccati anche i pagamenti dei prestiti erogati dal Venezuela a costi solidali ai paesi membri di Petrocaribe.

Al prossimo G20, che si svolgerà a Roma il 30 ottobre, anche i governi capitalisti discuteranno di come togliere qualche briciola ai paradisi fiscali. Intanto, i media egemonici diffonderanno l’idea che, come in un film hollywoodiano, il sistema possiede gli anticorpi per rigenerarsi. Giacché cane non mangia cane, in pasto al proletariato si deve pur far finta di gettare un osso per farlo tacere.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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