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La vera emergenza e l’agenda d’autunno

 



di Giacomo Marchetti - Contropiano


Il prodotto interno lordo italiano nel secondo trimestre di quest’anno è risultato “stazionario” secondo i dati Istat.
 

L’istituto afferma che l’attuale fase sia di “sostanziale stagnazione”, perché per il quinto trimestre consecutivo la variazione congiunturale si attesta intorno allo zero.


L’Italia è ferma, l’Eurozona pure, a cominciare dalla Germania.


L’indice con cui viene registrata l’espansione produttiva Pmi, elaborato da Ihs Markit, – sopra i cinquanta – o la sua contrazione – sotto i cinquanta – è molto chiaro: 43,2 Germania, Italia 48,4, Spagna 48,2, Francia 49,7.


E il cuore della crisi è tutto tedesco. Ieri mattina i dati sulla produzione industriale del mese di giugno erano previsti a -0.5, ma il dato reale è andato ancora peggio: -1,5%. Su base annuale la perdita sale così al -5.2%. Un disastro.


Rosie Colthorpe di Oxford Economics scrive: “il continuo ribasso evidenziato dai recenti report sull’Eurozona toglie ogni speranza di una ripresa nella seconda metà dell’anno”.


Più chiaro di così…


Il centro gravitazionale delle “nostre” decisioni politiche a Bruxelles non ha aiutano né aiuterà, la situazione, soprattutto in vista del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria che dovrà essere varato entro la fine di quest’anno per il 2020. Il contesto è noto: siamo “commissariati” dall’Unione, con un gruppo di Paesi – con a capo l’Olanda e la Germania – pronti ad “impallinarci”, visto la mal-ingoiata “manovra correttiva”, perché Bruxelles avrebbe dimostrato troppa benevolenza nei nostri confronti; e gli equilibri politici continentali in un cui il governo grigio-verde non incide minimamente, se non in negativo.


La prossima “finanziaria” sarà una nuova bomba ad orologeria per le classi subalterne.


Qualora fosse necessario ricorrere all’esercizio provvisorio dal primo gennaio dell’anno prossimo – e gli attuali chiari di luna governativi sembrerebbero farlo presagire – scatterebbe automatico l’aumento dell’IVA e accise per 23,1 miliardi, pari all’1,2% del PIL.


Come riferisce Dino Fiesole dalle colonne del Sole24Ore:

Il problema è che le clausole di salvaguardia sono già iscritte nei saldi di finanza pubblica. E dunque in assenza di misure alternative che dovrebbero essere contenute nella legge di Bilancio da approvare entro 31 dicembre, l’incremento dal 10 al 13% dell’aliquota intermedia dell’Iva e dal 22 al 25% dell’aliquota base, sarebbe inevitabile. E andrebbe ad aggiungersi all’aumento delle accise sui carburanti per 400 milioni”.


Come questo inciderebbe sulle già risicate economie delle classi popolari attraverso quest’aumento della tassazione indiretta e regressiva è facile immaginarlo…


Torniamo ai dati dell’economia.


La stagnazione è linea di tendenza, con una crescita pressoché nulla, con i dati macroeconomici ben al di sotto dei livelli pre-crisi.


Un dato su tutti la disoccupazione, che è di poco sotto la soglia psicologica del 10% – 9,8% per l’esattezza – ma che era a 5,8% prima del 2008.


Il 2008 è uno “spartiacque” per la condizione giovanile. Da quell’anno, infatti, i saldi con l’estero relativi ai giovani cittadini italiani aventi livello di studio medio-alto risultano negativi in tutte le regioni.


Dal 2008 l’emigrazione giovanile di massa è diventata una vera emergenza nazionale.


Negli ultimi dieci anni 420.000 giovani high skilled sono immigrati: quasi la metà dai 20 ai 34 anni, due su tre con un livello di istruzione medio-alta.


Questo flusso di giovani con tali caratteristiche che hanno lasciato il Bel Paese – che il senso comune chiama “fuga di cervelli” – è complementare (e si somma) ad un altro fenomeno, i cosiddetti NEET, giovani non inseriti nel mondo del lavoro e nemmeno in attività scolastica o formativa.


L’Italia detiene il triste primato a livello europeo di persone tra i 20 e i 34 anni in questa condizione: sono 28,9% contro una media europea del 16,5%.


Un giovane su tre è in questo limbo, senza che si profili all’orizzonte un repentino cambio di condizione; dopo di noi Grecia (26,8%), Spagna (19,6%), Francia (17,7%), che si assestano sopra la media europea.


I giovani emigrano, quelli che restano sono “umanità in esubero”, e non passa giorno che venga costruita una campagna in cui un qualche padrone si lamenta che non trova lavoratori: lo stravolgimento della verità non potrebbe essere più completo.


La situazione è preoccupante perché si è fermata l’ex locomotiva tedesca e le economie che avevano subito una cooptazione nella sua catena del valore e una integrazione nella sua filiera produttiva sono di conseguenza al palo.


La produzione industriale lombarda – sempre nel secondo semestre di quest’anno – è calata dello 0,9%, la prima volta in sei anni: la crisi dell’auto tedesca e le turbolenze economiche sono tra le prime cause. Anche qui, l’indice dell’output si è allontanato ulteriormente dal massimo pre-crisi scendendo a quota 110,4 dal 113,3 registrato nel 2007.


In quello che è il cuore produttivo italiano, con alcuni settori come macchinari e automazione, metallurgia, chimica e cosmetica, che in questa regione sviluppano dal 35 al 40% del valore aggiunto nazionale, pesa il segno meno: in un comparto come l’abbigliamento il segno addirittura è -10%.


In Germania siamo ufficialmente alla “recessione del manifatturiero”, con l’indice PMI che tocca il minimo da 7 anni.


Il quadro è impietoso: trimestrali in rosso per giganti come Daimler-Mercedes e Deutsche Bank, contrazione dei profitti per tutti i big del settore che prevedono ingenti tagli al personale e progetti di ristrutturazione e tagli di costi: DB 18 mila dipendenti in meno entro il 2022, Commerzbank 5.300 entro il 2020 per stare al solo settore bancario, mentre per il manifatturiero – a seconda che si tratti di stime o di piani già avviati – si prevedono tagli tra le 5.000 e le 7.000 per VolksWagen, 10.000 per Daimler, 4.000 per BMW, per restare all’automotive; ma dal chimica, alla siderurgia è uno stillicidio di esuberi.


È un sistema che è entrato in crisi, e che alcuni economisti avvertono, come Samy Chaar, di Lombard Odler, intervistato giovedì 25 luglio dal Sole24Ore:

La Germania va troppo orgogliosa del suo modello economico basato su competitività ed export, e non vuole cambiarlo, ma andava bene negli anni ’80 e ’90. La Germania deve diventare una economia trainata dalla domanda interna, deve potere soddisfare l’offerta degli altri. Ed è in ritardo, deve trasformare la sua economia e cambiare identità, fare riforme strutturali coraggiose per irrobustire la domanda interna con più investimenti in infrastrutture, educazione, formazione, tecnologia e digitale. Una trasformazione che richiederà dai 10 ai 25 anni.


E qui inizia il rompicapo: come aumentare la domanda interna – cioè i consumi – se fino ad adesso ha applicato la precarizzazione della forza-lavoro e la deflazione salariale, con un effetto domino sulle politiche del lavoro in UE, insieme alla rigidità di bilancio che ha impedito di fatto investimenti pubblici?


Ed inoltre: come puntare sugli investimenti pubblici senza rompere il tabù del rigore del bilancio e della non “ingerenza” nell’economia sociale di mercato, vero marchio di fabbrica dell’ordo-liberismo tedesco?


Berlino è il primo sbocco dei mercati “made in Italy”, un robusto 12,6% rispetto alle vendite totali oltreconfine.

Una quota che si attesta ad un quinto se parliamo dei prodotti di metallo, una macro-area che rappresenta l’elemento di congiunzione tra il nostro sistema-paese e la Germania.


Se questa, però, dopo avere imposto una ristruttura produttiva feroce, non è più il driver della crescita e quindi di una comunque sempre minore ridistribuzione della ricchezza, “cosa fare”, tenendo conto che se le regole del gioco cambiassero nell’orientamento economico tedesco verremo tagliati via, ed ancora più marginalizzati, con un ulteriore impoverimento del tessuto produttivo e le conseguenze sociali del caso?


Una misura di ciò che potrebbe essere, anche con un ordine di grandezza diverso, ce la dà l’attuale situazione del Mise, per cui il governo non ha saputo fornire dati certi su precisa richiesta.


L’esecutivo giallo-verde non sa quanti tavoli di crisi siano aperti: “non è possibile fornire un numero”, hanno detto nella risposta ufficiale. E le stime di 158 tavoli, comunque in crescita rispetto ai 138 di gennaio, sono da rivedere al rialzo.


Se così continua aumenteranno le aziende in crisi, ma noi non sapremo contarle…


Intanto però sono stati forniti i dati sul reddito e le pensioni di cittadinanza.


Sono state 905 mila le domande accolte (2,1 milione di persone coinvolte) per il primo e 112 mila beneficiari della pensione di cittadinanza (128 persone coinvolte).


Tridico pensa che si giungerà al milione a fine anno, sulle 1,2 milioni inizialmente stimate.


La geografia è interessante, poco più del 60% al Sud e nelle isole, poco meno di un quarto al Nord, e un 15% al centro, con la Campania che ha il record di percettori (19%), seguita dalla Sicilia (17%).


Appare paradossale, ma tra i motivi di “crescita dei consumi” che talvolta vengono ricordati dagli economisti, ci sono i 526 euro del reddito di cittadinanza e 207 della pensione; circa un terzo era già percettore del REI tra il gennaio 2018 e il giugno 2019.


Quasi la totalità di chi percepiva il REI ha visto quindi aumentare l’erogazione, che era pari a 382 euro.


Ma se il governo, come ha fatto con la manovra correttiva, è costretto a ridurre i finanziamenti a questa pallida misura di compensazione del disagio economico (stiamo parlando di più di 2 milioni di persone, che aumenteranno entro l’anno), come farà quando per effetto della contrazione economica aumenterà questo bacino di persone?


Certo, diciamo che diminuire le tasse alle fasce di reddito più alte non risolve né direttamente, né tanto meno indirettamente, il disagio della popolazione, visto che ci saranno meno soldi da “redistribuire” per effetto del combinato disposto tra contrazione delle entrate delle imprese e abbassamento delle tasse alle fasce alte (la vera ratio della flax tax). con le ferree regole imposte da Bruxelles sul bilancio.


In questo quadro non roseo, la spaccatura Nord-Sud appare un fatto acclarato, come certificano le anticipazioni del rapporto Svimez: non si parla di “stagnazione”, ma di vera e propria “recessione,” con una situazione occupazionale esplosiva: diminuisce l’occupazione, aumentano i contratti precari…


Un ultimo ragionamento lo riserviamo all’effetto boomerang di alcune decisioni politiche di allineamento agli interessi di Bruxelles e di Washington, in cui il criterio di scelta sembra essere: ciò che ci fa più male noi lo facciamo, mostrandoci contenti di un masochismo a tratti paradossale.
 

Su Russia, Iran, e la guerra dei dazi con gli USA, il grande perdente è proprio l’economia italiana, subendo talvolta-  anche se servi zelanti – la maggior punizione, come nel caso della guerra dei dazi con gli USA, che vede il made in Italy pari a 4,5 miliardi, cioè l’9% dell’export italiano negli States, come minaccia ritorsiva contro Airbus, il consorzio che è un global player formato da Germania, Francia, Spagna e Regno unito, e diretto concorrente del colosso USA.


Altro motivo di contenzioso e di fibrillazione dei rapporti è la Digital Tax voluta da Macron e il North Stream due…


Le esportazioni italiane in Russia, che è il nostro principale fornitore di riserve energetiche, prima delle sanzioni e delle relative contro-sanzioni era di 17 miliardi di dollari, e subito dopo si è arrivati a 7, per tornare ora a 11, come riferisce l’ambasciatore italiano in Russia.


Il piccolo successo politico italiano è stato trasformare le sanzioni da annuali a semestrali, che il nostro ambasciatore vorrebbe vedere azzerate alla luce dell’adempimento degli impegni russi sugli accordi di Minsk sull’Ucraina, anche perché, come ricorda proprio Pasquale Terraciano: “le sanzioni pesano molto di più sull’Italia che su altri paesi che hanno importanti volumi di scambi con la Russia come la Germania”.


Veniamo all’Iran, che era una gigantesca opportunità per il sistema paese dopo la firma del trattato sul nucleare (JPCOA), da cui gli USA sono usciti unilateralmente l’8 maggio dell’anno scorso e che gli altri firmatari stanno cercando di salvare.


L’Italia è, insieme alla Polonia, l’unico paese della UE che non partecipa all’INSTEX, il meccanismo economico – comunque per ora assolutamente sotto-utilizzato – per aggirare le sanzioni statunitensi a tutti coloro che commerciano con l’Iran, oltre a non avere acquistato (nonostante l’esenzione temporanea “concessa” dagli USA solo a noi) petrolio dalla repubblica islamica.


Più realisti del re, insomma.


In conclusione, al di là delle armi di distrazioni di massa che il nemico di classe ci propina ogni giorno determinando il piano della comunicazione, l’agenda politica sembra già scritta, se si considerano i nudi dati dell’economia ed i loro riflessi sociali, nonché gli effetti negativi che alcune scelte di politica hanno su questi.


Lo “sganciamento” dall’orbita gravitazionale di Bruxelles e Washington, sembra essere l’unica possibilità di inversione di tendenza, a cominciare dal feroce scontro che si dovrà ingaggiare con l’Unione Europea rispetto ad una manovra economica finanziaria “lacrime e sangue” e dalla riaffermazione di un miope atlantismo foriero di ulteriori escalation belliche, senza sottostimare quello non meno pericoloso Made in UE.


A questo livello di scontro sono chiamate le forze che vogliono costruire una rappresentanza delle classi subalterne degna di questo nome ed il sindacalismo conflittuale, pena l’irrilevanza politica e la subalternità ipso facto al PD e ai suoi satelliti, in primis la dirigenza CGIL.


Non ci sono alternative al baratro che stiamo vivendo.

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