L'AD intervista Rubeo (Palestine Chronicle). “Dopo la decisione della CIG, mi aspetto un effetto a catena, come in Sudafrica”

L'AD intervista Rubeo (Palestine Chronicle). “Dopo la decisione della CIG, mi aspetto un effetto a catena, come in Sudafrica”

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All’indomani delle decisioni della Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja (ICJ) sul caso per genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele, sono apparse alcune perplessità: in che modo il governo israeliano verrà obbligato a rispettare le misure precauzionali e urgenti disposte lo scorso 26 gennaio? Il tribunale manca dei meccanismi ’”enforcement” ma le sue decisioni sono giuridicamente vincolanti, non solo nei confronti di Israele ma anche di Paesi terzi. Questo vale soprattutto per i partner occidentali, che sinora contribuiscono allo sforzo bellico israeliano con la fornitura di sistemi di arma. Non solo USA o Regno Unito, ma anche l’Italia.

Romana Rubeo, caporedattrice di Palestine Chronicle, intervistata da l’AntiDiplomatico, indica le possibilità di advocacy che le decisioni dell’ICJ aprono alla società civile per intraprendere azioni legali per presunta complicità con gli atti genocidiari compiuti dall’esercito israeliano contro i palestinesi, indicati finalmente come gruppo a cui spetta il diritto ad essere tutelato.

In primis, la forza di queste decisioni, è quella di ribaltare la retorica israeliana, che tende a criminalizzare ogni critica alle sue politiche di occupazione, bollandole come antisemitismo. Rubeo ricorda che, all’indomani del 7 ottobre, chiunque “provasse a mettersi in contrapposizione con il pensiero unico dominante” ha subito repressione e censura.

“Sappiamo di persone contro cui sono stati aperti – ricorda – procedimenti per dei post pubblicati su Facebook. Siamo in una situazione imbarazzante per quanto riguarda queste democrazie liberali che sempre più appaiono come una farsa”.

Respingendo le richieste di Israele e accogliendo in toto l’impostazione del Sudafrica, dotata di un corredo schiacciante di elementi probatori, la Corte mondiale non solo riconosce la legittimità di quelle critiche, non solo smaschera il linguaggio disumanizzante utilizzato da Israele come retorica genocida, ma pone le basi legali affinché la società civile possa “far valere il principio della giurisdizione universale e intentare anche veri e propri procedimenti legali”, spiega Rubeo.

I gruppi di attivisti e pacifisti potranno dunque intraprendere azioni nei confronti di soggetti, israeliani o terzi, ritenuti responsabili di violazioni delle misure precauzionali e di urgenza disposte a l’Aja.

Il verdetto dell’Aja interessa anche l’Italia, tra i primi Paesi in commercio di armi con Israele.

“Il ministro Tajani ha risposto ad una dichiarazione a mezzo stampa della segretaria del Partito Democratico, che l’Italia ha interrotto lo scambio di armi già a partire da novembre, ma un report pubblicato invece dall’unità settimane dopo, smentirebbe questa versione”.

Un altro ambito che riguarda l’Italia, assieme a Stati Uniti e altri Paesi, è la sospensione dei fondi all’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA). Il provvedimento è stato adottato all’indomani dell’udienza all’Aja, in seguito alle accuse di Israele nei confronti di alcuni dipendenti dell’UNRWA (poco più che una decina) di complicità con Hamas.

Queste accuse potrebbero configurarsi come una ritorsione. I dati forniti dall’agenzia danno fondamento alle richieste del Sudafrica, secondo quanto affermato dal presidente della corte Jean Donoghue, che aveva stabilito un “ragionevole collegamento” tra “ le accuse sudafricane e le prove presentate”. Si ricorda che i raid israeliani a Gaza hanno ucciso oltre 150 dipendenti ONU, sia nelle loro case sia nelle scuole e nei rifugi tutelati dal diritto internazionale.  

La conseguente sospensione dei finanziamenti all’UNRWA da parte dell’Italia e di altri Paesi occidentali, potrebbe rientrare nel terreno molto pericoloso di complicità in genocidio con Israele, dal momento che tra le azioni citate dall’ICJ con potenziale genocidario contestate, c’è la starvation, ovvero la fame come arma di guerra.

L’agenzia fornisce cibo e aiuti umanitari a oltre un milione di sfollati nel territorio di Gaza e 250mila rifugiati palestinesi in Libano. Lo stop dei finanziamenti a fine febbraio potrebbe causare la paralisi dell’organizzazione già a partire da marzo. L’allarme arriva dalle pagine di VaticanNews: due milioni di palestinesi a rischio fame. Questa drammatica eventualità inciderà su uno scenario già drammatico di carestia, provocato dall’assedio, dalla guerra e dalla distruzione sistematica di terreni e bestiame, oltre che dallo stop ai servizi idrici. Il pericolo di morire di fame preoccupa soprattutto per i bambini (da 0 a 14 anni), che costituiscono oltre il 44% della popolazione secondo Index mundi.

Il mondo non resta a guardare davanti alle immagini di sterminio che giungono dalla Palestina. Alcuni gruppi hanno già avviato azioni legali (nei confronti di Biden, Blinken e Austin negli Usa e di Herzog in Svizzera), mentre la società civile si mobilita in piazza e con le pressioni sui governi.

“Io mi aspetto un effetto a catena rispetto alle decisioni della corte – prevede Romana Rubeo – e quindi la possibilità che questo sul medio e lungo termine possa scatenare ciò che si è scatenato in Sudafrica, quando il muro ha iniziato a presentare delle crepe, sbriciolando a poco a poco tutto quell’impianto che sembrava inattaccabile”

Il Sudafrica, un Paese del Sud globale, membro dei BRICS, che ha lottato contro l’apartheid e ha vinto, presentando il caso di genocidio alla ICJ sta mostrando che Israele è in una fase antistorica, sempre più stretto in questo mondo multipolare in rapido cambiamento.


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Clara Statello

Clara Statello

Clara Statello, laureata in Economia Politica, ha lavorato come corrispondente e autrice per Sputnik Italia, occupandosi principalmente di Sicilia, Mezzogiorno, Mediterraneo, lavoro, mafia, antimafia e militarizzazione del territorio. Appassionata di politica internazionale, collabora con L'Antidiplomatico, Pressenza e Marx21, con l'obiettivo di mostrare quella pluralità di voci, visioni e fatti che non trovano spazio nella stampa mainstream e nella "libera informazione".

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