L'american way of life del Cile e la dittatura del cibo spazzatura che sta distrugge il mondo

La fame e la sovra-alimentazione: due facce della stessa ormai logora ma pur sempre dominante medaglia, peraltro in un medesimo contesto di degrado ambientale ed umano

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L'american way of life del Cile e la dittatura del cibo spazzatura che sta distrugge il mondo

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di Fabio Marcelli

Il junk food in stile yankee, qui noto come comida chatarra, peraltro attestato dal profluvio di McDonald’s & C. che spuntano come funghi ovunque arrecando anche un danno estetico ed olfattivo all’ambiente circostante.
 
Tanto più deplorevole, tale fenomeno, se pensiamo che ci troviamo in un Paese di grandi tradizioni gastronomiche, attestate fra l’altro dall’ottimo padiglione allestito in sede Expo che ebbi occasione di visitare in ottobre: dal leggendario curanto di Chiloé all’incantevole empanada de pino, dal classico pastel de choclo agli strepitosi frutti di mare a tanti altri piatti e specialità. Per non parlare della frutta e della verdura di grande qualità e varietà che vengono esportate in tutto il mondo. Niente da fare, pare che buona parte dei Cileni preferisca ingozzarsi di hamburger e patatine fritte. Ed ecco i risultati: la stazza media aumenta incontrovertibilmente e ciò non è affatto segno di buona salute. Tanto più che, come avevo segnalato oltre tre anni fa, l’obesità sta diventando un problema globale.
 
Visto da qui, dagli antipodi, in effetti, quello della diffusione incontrastata del junk food appare certamente un fenomeno mondiale, che non risparmia neanche gli Stati apparentemente più lontani dall’american way of life. Ovviamente da quello dei poveracci visto che i ricchi, anche e soprattutto negli Usa, sono oggi più che mai salutisti e al tempo stesso raffinati. Del resto se lo possono permettere.
 
Non bisogna tuttavia ritenere che una dieta diversa, più ricca e meno nociva, debba necessariamente costare molto. A condizione beninteso dell’esistenza di politiche pubbliche volte a garantire insieme il diritto all’alimentazione sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo, la biodiversità, la diversità culturale e la sovranità alimentare, tutti peraltro elementi fra loro indissolubilmente legati.
 
Proprio quello che, ahinoi, manca un po’ dappertutto e in mancanza di tali politiche si erge incontrastata la dittatura del mercato, sub specie di grandi imprese multinazionali operanti nel settore dell’alimentazione, quali per l’appunto McDonald’s e simili, la gente ingrassa e si ammala, l’effetto serra indotto dai grandi allevamenti aumenta e l’ambiente deperisce.
 
Non mancano analisi dettagliate del modo in cui tutto ciò avviene. Quello che manca è la volontà politica di cambiare strada.Un po’ come avviene per le famiglie assuefatte ai cibi pronti. Nel caso dell’industria alimentare tuttavia non si tratta di mera pigrizia. C’è un dato culturale e politico di cui tener conto: la malsana credenza secondo la quale il sistema economico va lasciato in pace dato che ad ogni modo è l’unico possibile o comunque il migliore e che ogni tentativo di percorrere una strada diversa è destinato al fallimento e a provocare problemi ancora più gravi. Quello che si potrebbe definire il “fatalismo neoliberale”.
 
E che risulta irrimediabilmente sbagliato specie in un settore strategico come quello dell’alimentazione in cui si incrociano molteplici considerazioni relative alla tutela della salute e a quella dell’ambiente, ma anche altri fattori quali l’identità culturale e la stessa autonomia politica (un popolo che non possa disporre pienamente delle sue fonti di nutrimento è ben più suscettibile di essere asservito o indotto a votare in un certo modo, basta rallentare adeguatamente il flusso degli alimenti o magari quello del dentifricio e della carta igienica, non mancano esempi anche molto recenti di evenienze del genere, e a quanto pare funziona).
 
E’ quindi necessario ed urgente, in tutto il mondo, ripensare attentamente e ricostruire dalle fondamenta le politiche pubbliche relative all’alimentazione anche per renderle coerenti con i principi e le norme del diritto internazionale relativi ai settori menzionati, i quali fra l’altro richiedono che il cibo presenti determinati requisiti qualitativi oltre che quantitativi.
 
Per cominciare, si potrebbero requisire i locali che ospitano i fast food delle multinazionali, per destinarli a piccole e medie aziende autogestite che pratichino agricoltura, allevamento e gastronomia sostenibili. Ai prevedibili reclami opposti dai giganti dell’alimentazione si potrebbe replicare sostenendo, a ragione, il valore incomparabilmente superiore dei beni ed interessi che esse ledono quotidianamente con la loro azione devastatrice.
 
Ma è solo uno di tanti possibili esempi. In attesa di possibili articolazioni occorre confermare il seguente assunto di carattere generale: in mancanza di nuovi soggetti pubblici in grado di praticare nuove politiche pubbliche in grado di tutelare efficacemente valori e interessi globali, questa umanità sarà inevitabilmente destinata alla fame e/o alla sovralimentazione, due facce della stessa ormai logora ma pur sempre dominante medaglia, peraltro in un medesimo contesto di degrado ambientale ed umano.

Articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano e riproposto su gentile concessione dell'autore

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