Le tante faglie che attraversano gli Stati Uniti d’America

Le tante faglie che attraversano gli Stati Uniti d’America

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di Paolo Arigotti

La Treccani definisce[1] faglia la “frattura in un corpo roccioso, caratterizzata dal movimento relativo fra i blocchi adiacenti che essa separa”. Ma non siamo qui per parlare di geologia, bensì di un altro tipo di fratture, intese in senso politico e sociale, che da tempo interessano gli Stati Uniti d’America. Non ci occuperemo, pertanto, di questioni collegate alla politica internazionale, ma a una serie di criticità interne alla federazione a stelle e strisce.

Ai primi di novembre, precisamente il giorno 5 - come da tradizione il primo martedì dopo il primo lunedì del mese - gli statunitensi saranno chiamati per la sessantesima volta nella loro storia a scegliere (con un elezione di secondo grado) il prossimo Presidente, e stando così le cose la sfida sarà la stessa di quattro anni fa: Joe Biden contro Donald Trump, anche se a parti invertite, visto che stavolta è il primo a occupare la prestigiosa residenza al numero 1600 di Pennsylvania Avenue, Washington D.C. Se l’attuale Amministrazione sembra ancora proiettata alla politica internazionale – ricordiamo il recente voto della Camera dei rappresentanti, col contributo decisivo della maggioranza repubblicana guidata dallo Speaker Mike Johnson, che ha approvato un nuovo pacchetto di aiuti destinato a Ucraina, Israele e Taiwan (con qualche briciola destinata agli aiuti umanitari, magari per le stragi provocate dalle stesse armi incluse nelle misure licenziate)[2], che finirà per lo più appannaggio dell’apparato militare industriale a stelle e strisce[3] - sembrano ben altri i problemi coi quali deve fare i conti l’americano medio.

Per introdurne uno, particolarmente avvertito in “casa repubblicana”, pensiamo all’immigrazione clandestina, che solo pochi mesi fa rischiava (e non è detto che non lo possa fare ancora) di innescare un vero e proprio scontro istituzionale tra centro e periferia: ci stiamo riferendo al Texas[4]. Forse uno degli elementi che sorprende maggiormente del voto favorevole del “Grand Old Party” (GOP) risiede proprio nel fatto che la luce verde sia arrivato in carenza di concessioni sul versante della lotta ai flussi migratori irregolari, che pure erano state sollecitate[5], specie di fronte a un’opinione pubblica sempre più contraria al sostegno a Kiev[6], di fronte a un esito del conflitto che si profila ogni giorno di più sfavorevole per l’Ucraina e per quell’Occidente, che la ha (e continua a farlo) tanto generosamente supportata[7] [8].

Qualunque cosa ci sia dietro questo presunto voltafaccia in casa repubblicana – Donald Trump, che sembra incline a concentrarsi più sulle questioni interne e sull’Indo Pacifico, magari scaricando l’affare ucraino sugli europei, ha ribadito il suo appoggio a Johnson[9] - difficilmente la politica potrà ignorare, a maggior ragione nella prospettiva del voto, che all’interno dell’opinione pubblica, anche quando si tratti di Medio Oriente[10], la retorica della sicurezza nazionale e/o della difesa dei valori democratici fa sempre meno presa[11].

E ciò non tanto per isolazionismo e/o disaffezione verso questioni di respiro internazionale, ma per tutta una serie di criticità e problemi che impattano molto di più nella quotidianità, e che finiscono per ripercuotersi anche nel dibattito politico, incrementando fratture e divisioni.

Giusto per disporre di un dato di partenza, secondo un’analisi pubblicata solo poche settimane fa (il sondaggio è stato curato dalla società finanziaria Bankrate), circa un terzo dei cittadini statunitensi sarebbe oramai costretto a ricorrere a prestiti, e/o all’aiuto di familiari o amici, per fronteggiare spese impreviste, mentre il 44 per cento degli interpellati non sarebbe in grado di sostenere una spesa di emergenza pari o superiore ai mille dollari: il dato evidenzia come poco meno di un americano su due abbia difficoltà a mettere da parte dei risparmi, e il trend risulta in crescita rispetto all’anno 2022[12].

E parliamo di povertà assoluta. Nel 2022, per la prima volta in tredici anni, sono aumentati gli indigenti, la cui incidenza viene stimata intorno al 12,4 per cento (sono quasi 5 punti in più rispetto al 2021), mentre nelle grandi città sarebbero circa 600mila i senzatetto[13]; curiosamente, calano i poveri tra i cittadini di colore (dal 19,5 nel 2021 al 17,1 del 2022), più che altro perché aumentano i bianchi in difficoltà economiche, che toccano il 10,5 (+ 0,5 rispetto al 2021)[14].

In crescita, a prescindere alla pandemia, la mortalità da influenza, i problemi nutrizionali, e quelli renali o perinatali[15], mentre nel 2022, per la prima volta da vent’anni a questa parte, cresce la mortalità infantile[16]; inoltre, per aspettativa di vita il popolo americano – complice un sistema sanitario distante per storia e cultura dal welfare del vecchio continente – i valori medi del 2023 hanno riportato a numeri (76 anni) che non si registravano dagli anni Novanta, e non è certamente solo per colpa della pandemia[17].

Un’altra grave piaga sociale è la dipendenza da Fentanyl[18] - mentre già sia affacciano sul “mercato” nuovi stupefacenti, perfino più letali, come tranq e nitazene - che nel solo 2022 avrebbe causato negli Stati Uniti circa 100mila decessi per overdose, e che ora si teme potrebbe varcare l’oceano[19]. Giusto per avere un’idea, questo oppioide sintetico, cinquanta volte più potente dell'eroina, avrebbe provocato in un solo anno più vittime di tutte le guerre combattute dagli statunitensi dal 1945 in poi (naturalmente ci stiamo riferendo ai cittadini degli USA). Per restare a temi legati al disagio sociale, Federico Petroni, analista di Limes, ricorda[20] che: “al 29% degli adulti è stata diagnosticata una depressione, in aumento del 10% dal 2015, soprattutto sugli Appalachi, lungo il corso meridionale del Mississippi, in Missouri, Oklahoma e Washington 8. In 25 anni sono quadruplicate le cosiddette morti per disperazione: suicidio, overdose, alcolismo. Da tre anni sono oltre 200 mila, di cui la metà causate dagli oppioidi. Prima concentrate nelle aree ex industriali a maggioranza bianca che votano Trump (specie in West Virginia, Kentucky, Tennessee), si sono diffuse a tutto il paese e a tutti i segmenti sociali, classi istruite comprese.”

Esiste anche un altro problema molto diffuso, magari più silenzioso di droghe e depressioni, ma non per questo meno letale, e si chiama obesità (cui spesso si accompagna il diabete), causata prevalentemente da abitudini di vita e/o alimentari errate, a sua volta figlia della mancanza di disponibilità economiche che consentano migliori stili di vita. E sono fenomeni che impattano sempre di più sui giovani, in particolare la fascia di età tra i 20 e i 44 anni: se nel 2009 il tasso di obesità si aggirava intorno al 33 per cento, a distanza di un decennio la percentuale schizza al 41, con un’incidenza del diabete tra i giovani adulti che sale dal 3 al 4 per cento rispetto al totale[21].

A parte la salute, il dato – considerata l’età delle persone coinvolte – incide anche sull’idoneità al servizio nelle forze armate – già esaminato in un altro approfondimento[22] - visto che erano proprio i cittadini provenienti dalle classi meno agiate a optare per la carriera militare, intravvedendovi il classico ascensore sociale.

Ma non sono soltanto i problemi di salute a provocare una certa disaffezione verso la divisa. Le sconfitte in Iraq, Afghanistan e (forse a breve) in Ucraina non fanno che alimentare la sfiducia, a maggior ragione tra le giovani generazioni, che non avendo conosciuto, se non sugli schermi o sui libri, conflitti o crisi significative (per lo meno finora), hanno maturato molto di meno una cultura della difesa della patria. I dati testimoniano questa evoluzione. Il numero degli effettivi è sceso nell’ultimo decennio di centomila unità, quello delle reclute ha registrato un calo di quasi il 60 per cento rispetto al 1980, mentre le domande di arruolamento si sono ridotte del 73, nonostante una serie di incentivi economici e giuridici. E questo non solo perché il servizio nelle forze armate non è più un viatico per l’ascesa sociale come lo era un tempo, ma anche perché spesso si finisce per guadagnare di più lavorando in un fast food (oltretutto correndo molti meno rischi), il che spiega perché gli unici che dimostrano ancora una certa inclinazione a vestire la divisa siano gli appartenenti alle minoranze etniche, che però faticano a fare carriera rispetto ai bianchi (ricordiamo che negli Stati Uniti la leva obbligatoria fu abolita nei primi anni Settanta, sull’onda delle proteste sul Vietnam); non mancano alcuni stati, specie del sud, nei quali si registrano dei dati in controtendenza, che però non bastano a tamponare l’emorragia[23]. E non aiuta il livello di fiducia nelle forze dell’ordine, in diverse occasioni messe in discussione per un eccessivo ricorso alla violenza: per il Washington Post le forze dell’ordine uccidono ogni anno più di mille persone[24], senza contare la dura repressione delle manifestazioni pro-Palestina, in corso in molti importanti atenei d’Oltreoceano[25], che rischiano di accendere ulteriori tensioni sociali, oltre che sminuire ulteriormente fiducia e prestigio circa l’operato dei pubblici poteri.

Oltre a salute e fiducia, agli americani sembra fare difetto la motivazione. Stando a un recente sondaggio[26], poco più della metà dei democratici, in caso di attacco militare alla nazione, riparerebbe all’estero, e lo stesso farebbe un repubblicano su quattro, il che la dice lunga sul fatto che il valore della difesa della patria è in ribasso, in ottica che potremmo definire bipartisan, e che può essere considerato il sintomo di una società divisa e meno solidale. Allo stesso tempo, è possibile leggervi anche una certa percezione che i timori legati a presunte minacce esistenziali vengano veicolati molto più verso l’interno, che in presunti nemici esterni[27], per cui la stessa idea della nazione come “poliziotto del mondo” o “potenza imperiale” appare in declino nella scala delle priorità del cittadino comune.

E non è solo questo. La società statunitense registra sempre più giovani isolati e chiusi in sé stessi, con poche speranze per il futuro, che non solo restituisce un quadro confortante, ma arriva talvolta a sfociare in veri e propri drammi – purtroppo noti alle cronache – come violenze o sparatorie all’interno di edifici scolastici, che dovrebbero essere considerati una spia del disagio, e non semplicemente liquidati come gesti isolati di qualche squilibrato.

La stessa condizione economica degli americani – a prescindere dai valori stellari raggiunti dal debito pubblico[28] – non è particolarmente felice e si sta allargando sempre di più la forbice tra i super ricchi e il resto della popolazione. Tra le cause scatenanti rientrano una serie di scelte politiche compiute negli ultimi decenni del secolo scorso – come la deindustrializzazione, le delocalizzazioni (proprio verso la Cina, che ora contende agli USA il primato della potenza economica) e la precarizzazione dei rapporti di lavoro (della quale pure dalle nostre parti sappiamo qualcosa) – con la crescita esponenziale di un’economia finanziaria, sempre più avulsa dalla realtà produttiva, che finisce per favorire i grandi gruppi, e penalizzare tutti gli altri. Se è vero che ultimamente si sta cercando di fare marcia indietro, reindustrializzando (magari a spese degli “alleati” europei), per ora non si vedono risultati concreti per la middle class, che sconta tutti i problemi che abbiamo descritto, oltretutto avendo assistito – magari mentre erano intenti a guardare lo schermo del proprio smartphone – alla disarticolazione di quei fondamentali corpi intermedi (associazioni, sindacati, chiese, e così via), chiamati tradizionalmente a svolgere una fondamentale azione di intermediazione sociale, divenuta sempre più marginale: un dato per tutti, quello riferito alle iscrizioni sindacali nel settore privato, divenute con poche eccezioni assolutamente marginali, dopo che nel dopoguerra avevano raggiunto circa un terzo degli addetti, contribuendo enormemente al miglioramento delle condizioni di lavoro.

Come accennavamo, in merito alle delocalizzazioni l’Amministrazione Biden sembra aver optato per cambio di passo[29], con delle scelte tese a reindustrializzare il paese, varando una serie di incentivi (come l’Inflation Reduction Act), cui non è estranea la guerra commerciale con la Cina[30], e che stanno investendo settori strategici come semiconduttori, elettronica, energia pulita, biotech; a ciò si aggiunge l’impatto degli aumenti energetici, in gran parte provocati dalle sanzioni contro la Russia e dalle politiche (presuntamente) green, che stanno spingendo molte industrie europee a trasferirsi oltreoceano. Ma da questo a pensare a un vantaggio per i lavoratori statunitensi (certamente non per quelli europei) ce ne corre[31].

Non dimentichiamo, con tanti saluti e complimenti agli ambientalisti a corrente alternata, che l’incremento produttivo (e l’esportazione) di petrolio e gas targato USA, incrementato per far fronte al fabbisogno europeo (e pagato a caro prezzo dagli “alleati”) si avvale di tecniche estremamente costose e dannose per l’ambiente. Il caso del Texas è emblematico, visto che nuovi e importanti giacimenti di idrocarburi necessitano di rilevanti volumi di acqua per fratturare il substrato roccioso (il cosiddetto fracking), minacciando le falde acquifere americane e consumando ingenti quantità di risorse idriche – si stima che a partire dal 2011, il fracking abbia consumato poco meno di 1,5 trilioni di litri d’acqua, per intenderci la stessa quantità di acqua del rubinetto utilizzata per un anno intero in Texas – con le ripercussioni che si possono facilmente immaginare, pure in termini di consumi domestici e agricoli. Se da un lato ci sono interessi economici colossali – la tecnica del fracking ha fatto dell’America il più grande produttore mondiale di petrolio e gas, superando l’Arabia Saudita e creando molti nuovi posti di lavoro – non si possono trascurare le ripercussioni sull’ambiente, che tutti a parole dicono di voler difendere. Secondo alcuni studi ripresi dal New York Times[32], il processo del fracking, che prevede la rottura del substrato roccioso, iniettando acqua arricchita con sostanze chimiche, può ripercuotersi sulla geologia locale, causando potenzialmente anche dei terremoti. Inoltre, il processo di distrazione dell’acqua per produrre combustibili fossili potrebbe contribuire al cambiamento climatico e mettere a rischio le risorse di acqua dolce, con problemi di siccità sempre più critici nei prossimi decenni, per non parlare dei timori legati alla salute dei cittadini. In definitiva, sono sempre questi ultimi a subire le ripercussioni più negative, come denunziato dalla Pueblo Action Alliance, un’organizzazione indigena operante del New Mexico (che confina col Texas), che ha evidenziato come molte famiglie della regione non abbiano accesso regolare all’acqua corrente.

Le difficoltà delle famiglie statunitensi emergono anche dall’aumento dell’indebitamento privato, spesso contratto non per concedersi lussi, ma per garantirsi le necessità più basilari: casa, macchina, istruzione, cure mediche[33]. Un altro dato che forse può aiutare a comprendere il sostanziale fallimento del modello capitalista a stelle e strisce, in teoria funzionale a garantire stabilità e benessere al cittadino medio, è possibile ricavarlo dal Cost of Thriving Index 2 (costo della prosperità), elaborato ogni anno da American Compass: stimando quante settimane di stipendio siano necessarie per garantire a un lavoratore medio e alla sua famiglia un tenore di vita in linea con la middle class, se nel 1985 erano sufficienti 40 settimane di paga, nel 2022 ne servono a 62 (addirittura 75 se si guarda solo alle lavoratrici)[34]. In pratica, negli ultimi decenni, a fronte di un incremento della produttività globale e pro-capite (riferita alle singole aziende), non si è registrato un corrispondente aumento di salari e stipendi degli occupati, che non solo vedono la loro condizione economica peggiorata (nonostante un tasso di disoccupazione contenuto, che si aggira intorno al 3,4 per cento), ma che hanno perso molti dei diritti e delle conquiste sociali faticosamente conseguite: non serve essere dei grandi esperti di economia per arrivare alle conclusioni, in pratica si lavora di più e si guadagna di meno, con minori garanzie (vedi i frequenti episodi di demansionamento), e tutto a vantaggio di una piccola fetta di (sempre più) ricchi, che hanno visto aumentare considerevolmente entrate e patrimoni.

La stessa cultura Woke, che pure astrattamente sposa battaglie condivisibili (come l’inclusione, il rispetto delle diversità e degli orientamenti sessuali) rischia alla lunga, specie ove sconfini nel delirio ideologico, a trasformarsi in fattore di divisione e frattura sociale, sia da parte di coloro che la considerano un pericolo per la preservazione dei valori tradizionali, che per quelli che ne denunziano le ipocrisie e la strumentalizzazione per altri fini[35], per non parlare dei doppi standard applicati a seconda del contesto[36]. Forse l’errore più clamoroso e gravido di conseguenze – ma qui il discorso supererebbe i confini statunitensi, per arrivare sino a noi – è insito nella logica della contrapposizione e della demonizzazione dell’avversario, spesso additato come nemico, tralasciando gli spazi per la mediazione e la negoziazione, che dovrebbero sempre esistere in una società responsabile, che si professi democratica.

Facciamo nostro, a questo riguardo, un commento[37] di Alessio Salviato, assistente e dottorando di ricerca presso l’Università della Pennsylvania: “non è un caso che dopo il cosiddetto movimento woke stiamo ora assistendo a una ondata antiwoke, perché se adottare un linguaggio inclusivo è giusto e desiderabile, imporlo agli altri con la tipica veemenza di chi si sente superiore non poteva che produrre un sentimento antagonista”. Una efficacissima sintesi di come una battaglia giusta possa divenire controproducente. In fondo – come scrive[38] il ricercatore Alessandro Mulieri – “…non c’è modo migliore di sconfiggere il razzismo e la discriminazione se non eliminando le condizioni materiali e sociali di povertà che li rendono strutturalmente possibili. Forse, per una volta, su questi temi i nostri amici americani possano imparare qualcosa anche da noi, abitanti del Vecchio Continente.”

Un ruolo molto importante lo potrebbe (e dovrebbe) giocare l’istruzione, che però palesa negli States non pochi problemi, che investono le aree economicamente depresse, mentre l’università, che non sembra tenere il passo con la rivoluzione digitale, pare nel suo complesso più orientata a una formazione di tipo tecnico, piuttosto che a creare le classi dirigenti del futuro. Più o meno lo stesso discorso si potrebbe fare per l’informazione.

Perfino sul versante linguistico non mancano elementi divisivi. Come ricorda nel suo ultimo editoriale[39] il direttore di Limes, Lucio Caracciolo: “il 78% degli abitanti parla varie forme di inglese, insidiato dal montante idioma spagnolo (13%), marchio degli immigrati latini che traversano la frontiera del Rio Grande/Bravo […] Tuttavia l’inglese non è lingua ufficiale della repubblica. Ma lo è per 32 dei 50 Stati, a proposito di discrasie fra federazione e federati”. E perfino riguardo i social si evidenziano le fratture tra il potere e gli under30, che non gradiscono i tentativi di limitare l’uso di Tik Tok, che per i giovani americani è la prima fonte di informazione[40], oltre che di intrattenimento.

E di varie altre problematiche (tra violenza di genere, discriminazioni a danno di immigrati, violazione di diritti fondamentali) dà conto in uno dei suoi ultimi report Amnesty International[41].

Se una serie di fratture si palesano perfino su questioni legate alla politica estera – pensiamo alla California, che qualche mese fa ha riservato un’accoglienza di tutto rispetto al leader cinese Xi Jinping[42] - politicamente parlando si evidenzia un sempre più marcato distacco tra le fasce (e stati) delle due coste, orientate all’esterno e ai servizi (che hanno come referente politico i democratici) e un centro più conservatore, decisamente più incline all’idea di “America first” incarnato da Trump [43].

La geografia del voto per le presidenziali del 2020 dimostra la polarizzazione: in stati come Pennsylvania, Michigan, Ohio, California, New York, Oregon, Rhode Island e Illinois, il sostegno all’Asinello (simbolo del partito democratico d’oltreoceano) è stato massiccio, tanto che i dem sono prevalsi anche in quelle realtà dove le elezioni di inizio millennio portarono due volte alla Casa Bianca George W. Bush. Al contrario, quando si guarda al cuore della federazione, tra i quali i annoveriamo i cosiddetti flyover States, il quadro si rovescia. Si tratta dell’America profondamente conservatrice e tradizionalista (con una preminenza delle chiese confessioni evangelico-protestanti), ancorata a un’economia più agricola e industriale: stati come Alabama, Arkansas, la Carolina del Sud, la Georgia, il Kentucky, la Louisiana, il Mississippi, il Missouri, l’Oklahoma, il Tennessee, il Texas, la West Virginia, cui si aggiungono Indiana, Iowa, Nebraska e l’Alaska hanno appoggiato il GOP. Beninteso, non mancano i distinguo. A parte i cosiddetti swing States – come la Florida o la North Carolina – che registrano nel tempo oscillazioni, a volte determinanti nell’esito del voto - emblematico il caso dell’Arizona, passato ai democratici dal 2016 al 2020[44] - non mancano le zone grigie: in California e a New York ci sono forti componenti conservatrici, così come negli stati a maggioranza repubblicana (Texas) non mancano i dem.

Per quanto il pluralismo politico sia comunemente ritenuto uno dei più importanti indici della democraticità interna di una nazione, qui parliamo di una polarizzazione molto forte, nella quale la “fede” democratica o repubblicana diviene sempre più evocativa di una visione della vita, della società e dei valori antitetica, che vede dell’avversario politico non solo (o non sempre) qualcuno da osteggiare, ma un nemico da combattere, se del caso – anche se per il momento non si è arrivati a tanto (e speriamo che non accada mai) – non solo nella competizione elettorale.

Il guaio è che non sempre la classe dirigente sembra interpretare correttamente i disagi e le istanze del comune cittadino. A prescindere dalle previsioni più catastrofiste, che paventano il rischio di una nuova guerra civile[45], resta il fatto che chi detiene il potere è spesso molto distante dalla vita e dai problemi della middle class. In base a un’analisi condotta dal Center for Responsive Politics (i dati sono relativi al 2012) 268 dei 534 parlamentari federali aveva un patrimonio netto pari o superiore a un milione di dollari[46], non proprio degli indigenti, e tenuto conto dei costi di una campagna elettorale[47], ben difficilmente vedremo presto un “figlio del popolo” in posti chiave (figuriamoci alla Casa Bianca). In definitiva, anche nella patria della libertà e della democrazia, la distanza tra il “palazzo” e la gente comune è un elemento ricorrente. Non stupisce la fortuna di Civil War, pellicola uscita nella sale nel 2024, che evoca lo spettro di una nuova guerra di secessione 2.0: una prospettiva magari al momento non realistica, ma che non è neppure così assurda come sarebbe potuta sembrare solo pochi anni fa.

E i riflessi della crisi dell’impero di riferimento non mancano per i cosiddetti satelliti. Scrive ancora Lucio Caracciolo: “torniamo al dilemma nazione/impero. Se è vero che Washington non può rinunciare all’una o all’altro, rischia di perderli entrambi. Perché la repubblica non regge più l’impero e l’impero corrode la repubblica. Pessima notizia per noi, accampati sotto l’ombrellone a stelle e strisce che non fa più ombra. Esperienza storica insegna che quando il protettore boccheggia perde il contegno e si aggrappa a chiunque possa aiutarlo. Prepariamoci: da aiutati diventeremo aiutanti. Non è scritto che sia solo un problema.” E su quest’ultimo passaggio concordo pienamente col direttore di Limes.

“Dopo il 1989, si sviluppa una nuova contraddizione. La presenza globale aumenta, ma senza uno scopo preciso e coerente. E questo è stato senza dubbio un fattore di crisi. Possiamo affermare, con una certa ironia, che la crisi americana è iniziata con la vittoria nella guerra fredda”[48], e non è detto che tutto il male venga per nuocere.

Se per esempio la crisi e il declino degli Stati Uniti – dovuto a una serie di criticità interne – aprisse le porte a un cambio di passo pure negli assetti internazionali, in molti ne trarrebbero vantaggio, e per i pochi che ne sconterebbero le ripercussioni negative non ci dispereremmo più di tanto. Se, come ci viene ricordato, negli anni Sessanta Martin Luther King diceva che “…in patria c’è un tale livello di povertà e ingiustizia che è inaccettabile spendere tutti quei soldi per una stupida impresa imperiale in Vietnam. L’idea è che il governo si stesse dando le priorità sbagliate” è evidente come l’immoralità denunziata dall’attivista per i diritti umani investiva in pieno le false priorità, di ieri come di oggi. [49]

E per quanto possa suonare strano come parallelo storico: “concordo con Kissinger, senza una grande idea di sé, gli americani torneranno a occuparsi di business, di sport, di divertimento. Tutte cose che preferiscono alla politica. Per essere una potenza globale gli Stati Uniti devono essere in grado di mobilitare il paese. Per farlo, servono cause morali. Oggi pare che non ce ne siano” [50].

Per concludere ci sembrano significative alcune riflessioni[51] dello scrittore Michael Bible: “I paradossi della vita americana accecano. Godiamo di alcuni fra i maggiori progressi medici del mondo ma la nostra salute è terribile perché solo in pochi si possono permettere le cure anche più basilari […] Le armi da fuoco sono la principale causa di morte tra i bambini ma le scuole proibiscono i libri con personaggi gay[52], mentre le armi sono disponibili ovunque […] La crisi degli oppioidi continua a mietere vittime nelle zone rurali del West Virginia. I senzatetto abbondano in una Los Angeles piena di migliaia di costose case vuote. L’assenza di una rete di sicurezza sociale anche moderata crea molteplici crisi ramificate”, eppure come ricorda ancora Bible “Tassare i più abbienti e le grandi aziende fornirebbe più del necessario a risolvere la gran parte dei problemi sociali del paese. Eppure, gli americani non prendono nemmeno in considerazione un’alternativa al sistema attuale perché in qualche modo i potenti hanno convinto gli impotenti che è colpa loro se siedono sul fondo della società e non dei potenti che rifiutano di condividere le briciole della loro fortuna.”

Riflessioni non solo condivisibili - sia nella parte destruens, che in quella construens - ma soprattutto applicabili, basterebbe volerlo. Il problema è che per questo ci vorrebbe una società coesa e solidale, propria quella contro la quale si è operato alacremente negli ultimi decenni, alimentando fratture vecchie e nuove (sempre più marcatamente classiste, che razziste[53]): sarà solo un caso?

E se indubbiamente gli Stati Uniti permangono ancora oggi la maggiore economia del pianeta e la più potente forza militare, oltre che conservare la leadership nel settore dell’innovazione tecnologica, e in tal senso tutti coloro che li danno già sul viale del tramonto esprimono una posizione legittima, ma al momento non del tutto suffragata dei fatti, si potrebbe anche replicare che tutti i grandi imperi della storia sono crollati, e spesso per ragioni interne.

FONTI

it.insideover.com/societa/civil-war-lamerica-allo-specchio-delle-proprie-paure.html

www.treccani.it/enciclopedia/faglia_%28Enciclopedia-della-Scienza-e-della-Tecnica%29/

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www.milanofinanza.it/news/la-russia-crescera-piu-di-tutte-le-economie-avanzate-nel-2024-secondo-il-fondo-monetario-nonostante-la-202404171429165030

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www.ilfattoquotidiano.it/2024/04/26/usa-manifestazioni-pro-palestina-nei-college-tre-possibili-letture-e-una-piacera-ai-complottisti/7527024/

“Pagare è comandare” – Limes 3/2024

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www.worldexcellence.it/quanto-costano-elezioni-usa-americane/

“Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia”, di Carl Rhodes

www.rainews.it/maratona/2024/04/lonu-chiede-uninchiesta-sulle-fosse-comuni-a-gaza-israele-nega-responsabilita-1df3470b-c2b1-4f0a-ab5f-3ff5223e5420.html

www.lasvolta.it/11652/usa-ecco-come-linflation-reduction-act-traina-la-crescita-delle-industrie-green

industryweekly.it/industry-weekly-attualita/industria-leggera/negli-usa-il-reshoring-funziona-360-000-posti-di-lavoro-in-piu/39/00/

contropiano.org/news/news-economia/2024/01/17/la-desertificazione-industriale-dellitalia-tra-crisi-e-ue-0168450

www.nytimes.com/interactive/2023/09/25/climate/fracking-oil-gas-wells-water.html

www.ig.com/it/strategie-di-trading/i-maggiori-produttori-di-petrolio-al-mondo-201012#:~:text=3%25-,Stati%20Uniti%3A%2019%2C51%20milioni%20di%20barili%20al%20giorno,%C3%A8%20il%20Texas%20(41%25).

www.rainews.it/articoli/2023/11/usa-cina-xi-jinping-e-partito-da-pechino-per-incontrare-joe-biden-f0e85306-17a6-4a7c-b992-964c11d2d8b2.html

www.youtube.com/watch?v=rZQBc-n7KZ4 (LIMES)

“Autocensura nell’IVY League” – Limes 3/2024

“Woke e anti-woke: le guerre culturali nei campus” – Limes 3/2024

“L’impero, non il mondo” – Limes 3/2024

www.ansa.it/canale_tecnologia/notizie/web_social/2022/10/25/tiktok-negli-usa-sempre-piu-usato-per-leggere-le-notizie_40d90862-66dc-4f6a-920d-fce621c220f7.html

it.insideover.com/politica/lamerica-sempre-piu-divisa-tra-stati-blu-e-rossi.html

www.ansa.it/sito/notizie/mondo/nordamerica/2024/02/05/il-texas-sfida-biden-sui-migranti-piu-guardie-alla-frontiera_0a37c5e7-2d6f-4f7c-9318-76cdd43963b8.html#:~:text=A%20met%C3%A0%20gennaio%20l'amministrazione,Texas%20ha%20respinto%20l'accusa.

Michael Kimmage - ‘L’impero deve darsi un limite’ – Limes 3/2024 

“Perché soffriamo” – Limes 3/2024

“Altro che razze! L’America è spaccata dal conflitto tra classi” – Limes 3/2024

www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-2023-2024/americhe/stati-uniti-damerica/

 

 

[1] www.treccani.it/enciclopedia/faglia_%28Enciclopedia-della-Scienza-e-della-Tecnica%29/

[2] it.euronews.com/2024/04/20/stati-uniti-la-camera-approva-gli-aiuti-allucraina-per-61-miliardi-di-dollari#:~:text=L'ingente%20pacchetto%20di%20aiuti,Ake%2FCopyright%202022%20The%20AP.

[3] ilmanifesto.it/il-mondo-aumenta-le-spese-militari-e-il-pericolo-di-guerra

[4] www.ansa.it/sito/notizie/mondo/nordamerica/2024/02/05/il-texas-sfida-biden-sui-migranti-piu-guardie-alla-frontiera_0a37c5e7-2d6f-4f7c-9318-76cdd43963b8.html

[5] immigrationforum.org/article/national-security-leaders-urge-congress-to-focus-on-border-immigration-solutions-not-mayorkas-impeachment/

[6] edition.cnn.com/2023/08/04/politics/cnn-poll-ukraine/index.html

[7] www.lastampa.it/esteri/2024/04/13/news/ucraina_guerra_persa-14220943/

[8] Non vogliamo allargare troppo il discorso, ma si potrebbe fare lo stesso discorso per le sanzioni contro la Russia. A quanto pare chi ha formulato previsioni circa un effetto dirompente di queste misure si è sbagliato, visto e considerato che non solo non c’è stata una decrescita, ma la Russia sta registrando un incremento del PIL stimato del 3,2 per cento per l’anno in corso, secondo solo a Cina (4,6) e India (6,8); se vi chiedeste dell’Europa, lo stesso FMI ha diramato per le economie nostrane dati decisamente più contenuti: Stati Uniti (+2,7%), Regno Unito (+0,5%), Germania (+0,2%), Francia (+0,7%), Italia (+0,7%), con la sola (magra) consolazione che il belpaese sarebbe avanti alla (quasi ex) locomotiva del vecchio continente, quella tedesca. Il problema è che come giustamente è stato osservato (“LE OTTO PATOLOGIE DELL’AMERICA”, di Scott SMITSON – Limes 3/2024): “… la storia ha dimostrato che le sanzioni raramente generano gli effetti desiderati. Per esempio, gli Stati Uniti hanno colpito duramente Cuba dopo la rivoluzione, eppure quelle misure non hanno mai cambiato significativamente le relazioni reciproche. E tutti e quattro i rivali degli Stati Uniti sono stati pesantemente sanzionati, in un modo o nell’altro.”

[9] www.agenzianova.com/a/662717e1876027.77717322/5191047/2024-04-23/usa-trump-ribadisce-sostegno-al-presidente-della-camera-johnson

[10] Riguardo al quale, il cittadino medio ritiene che l’impegno vada mantenuto o ridotto, e solo per un quinto aumentato, come riferisce l’Associated Press lo scorso 6 aprile.

[11] Chicago Council on Global Affairs, 22/3/2023

[12] www.ilsussidiario.net/news/il-33-di-americani-e-senza-risparmi-bankrate-non-potrebbe-pagare-una-spesa-imprevista-di-1000-dollari/2693484/

[13] www.ilsole24ore.com/art/il-lato-oscuro-stati-uniti-l-esercito-600mila-senza-tetto-grandi-citta-AFLUhYg

[14] italia-informa.com/usa-tasso-poverta-2022.aspx

[15] Centers for Disease Control and Prevention,

29/11/2023.

[16] The British Medical Journal, n. 383 del 3/11/2023

[17] www.rsi.ch/info/mondo/USA-calo-drastico-della-speranza-di-vita--1980638.html

[18] www.lindipendente.online/2024/03/11/la-strage-degli-oppiodi-sta-falcidiando-i-nativi-americani/

[19] www.avvenire.it/attualita/pagine/fentanyl-il-ministero-lancia-l-allarme-droga-let

[20] “Sindrome di Lear” – Limes 3/2024.

[21] sostegno70.org/diabete-e-obesita-crescono-fra-i-giovani-statunitensi/

[22] www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_problemi_di_reclutamento_per_lesercito_usa/49440_49607/

[23] “Chi difenderà l’America depressa?” – Limes 3/2024

[24] www.ansa.it/sito/notizie/mondo/nordamerica/2022/02/10/usa-polizia-violenta-nel-2021-ha-ucciso-1.055-persone_e34a9344-a73d-46d6-a5b1-69e96732e81f.html

[25] www.ilfattoquotidiano.it/2024/04/26/usa-manifestazioni-pro-palestina-nei-college-tre-possibili-letture-e-una-piacera-ai-complottisti/7527024/

[26] Quinnipiac University, rilevazione del 7/3/2022.

[27] America 2022», American Psychological Association, ottobre 2023.

[28] 24plus.ilsole24ore.com/art/usa-debito-record-34mila-miliardi-dollari-quali-conseguenze-resto-mondo-AFzFvvEC

[29] www.lasvolta.it/11652/usa-ecco-come-linflation-reduction-act-traina-la-crescita-delle-industrie-green

[30] industryweekly.it/industry-weekly-attualita/industria-leggera/negli-usa-il-reshoring-funziona-360-000-posti-di-lavoro-in-piu/39/00/

[31] contropiano.org/news/news-economia/2024/01/17/la-desertificazione-industriale-dellitalia-tra-crisi-e-ue-0168450

[32] www.nytimes.com/interactive/2023/09/25/climate/fracking-oil-gas-wells-water.html

[33] “Pagare è comandare” – Limes 3/2024

[34] “Il fantasma della classe media rivuole il suo corpo” – Limes 3/2024

[35] Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia

di Carl Rhodes.

[36] www.rainews.it/maratona/2024/04/lonu-chiede-uninchiesta-sulle-fosse-comuni-a-gaza-israele-nega-responsabilita-1df3470b-c2b1-4f0a-ab5f-3ff5223e5420.html

[37] AUTOCENSURA NELL’IVY LEAGUE di Alessio SALVIATO – Limes 3/2024

[38] Woke e anti-woke: le guerre culturali nei campus – Limes 3/2024

[39] “L’impero, non il mondo” – Limes n. 3 del 2024.

[40] www.ansa.it/canale_tecnologia/notizie/web_social/2022/10/25/tiktok-negli-usa-sempre-piu-usato-per-leggere-le-notizie_40d90862-66dc-4f6a-920d-fce621c220f7.html

[41] www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-2023-2024/americhe/stati-uniti-damerica/

[42] www.rainews.it/articoli/2023/11/usa-cina-xi-jinping-e-partito-da-pechino-per-incontrare-joe-biden-f0e85306-17a6-4a7c-b992-964c11d2d8b2.html

[43] www.youtube.com/watch?v=rZQBc-n7KZ4 (LIMES)

[44] it.insideover.com/politica/lamerica-sempre-piu-divisa-tra-stati-blu-e-rossi.html

[45] www.lastampa.it/esteri/2024/04/15/news/civil_war-14226950/

[46] www.wallstreetitalia.com/usa-oltre-la-met-degli-eletti-al-congresso-sono-milionari-il-paragone-con-l-italia/

[47] www.worldexcellence.it/quanto-costano-elezioni-usa-americane/

[48] Michael KIMMAGE - ‘L’impero deve darsi un limite’ – Limes 3/2024.

[49] Michael KIMMAGE - ‘L’impero deve darsi un limite’, - Limes 3/2024

[50] Michael KIMMAGE - ‘L’impero deve darsi un limite’ – Limes 3/2024

[51] “Perché soffriamo” – Limes 3/2024

[52] N.B. Visto che siamo in epoca di “politicamente corretto” giova precisare “nulla contro i gay”!

[53] “Altro che razze! L’America è spaccata dal conflitto tra classi” – Limes 3/2024

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