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Le fake news prima dell'avvento di internet – ovvero come i media manipolano la realtà. A TRENT'ANNI DAL “MASSACRO DI TIMISOARA”

 

di Antonio Di Siena 

 

Manca una settimana al Natale del 1989 e il muro di Berlino è caduto da poco più di un mese. Mentre l’intera Europa dell’est è alle prese con la perestrojka di Gorbaciov e le rivoluzioni “democratiche” che hanno portato alla caduta degli stati socialisti di Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria e soprattutto Germania Est, l'attenzione dell'occidente è tutta focalizzata su quanto sta avvenendo in Romania, unico paese del blocco socialista in cui la transizione verso la “democrazia” sta avvenendo in modo tutt'altro che pacifico.






 

Il 16 dicembre è insorta Timisoara, popolosa città al confine con l'Ungheria, dove è presente una consistente minoranza ungherese. La scintilla è la rimozione di László Tokés, un pastore calvinista, che sui media stranieri ha recentemente criticato molto duramente il governo e, da questi, viene considerato un agitatore che fomenta conflitti etnici fra la popolazione rumena. Immediatamente i fedeli di padre László iniziano a radunarsi nei pressi della sua abitazione per difenderlo. Col passare dei giorni la folla aumenta sempre di più, fino a raggiungere le migliaia di persone che iniziano a radunarsi nella piazze di Timisoara per difendere la libertà religiosa. 


Petre Mo?, il sindaco, resosi conto che la folla non si sarebbe dispersa spontaneamente capitola, dichiarando che l'espulsione del sacerdote sarebbe stata riconsiderata. Ma la protesta è già oltre il limite di guardia e le piazze, che iniziano a intonare slogan anticomunisti, diventano violente. Alcuni manifestanti tentano di incendiare l'edificio del comitato distrettuale del Partito Comunista Rumeno, costringendo la polizia a intervenire per disperderli con lacrimogeni e cannoni ad acqua e procedendo a numerosi arresti. 


Il giorno seguente, 17 dicembre, la situazione va letteralmente fuori controllo. Una folla di decine di migliaia di persone scende in piazza prendendo d'assalto e riuscendo a occupare il quartiere generale del partito Comunista che viene saccheggiato e devastato. Solo l'intervento dell'esercito riesce a impedire che venga incendiato. Gli scontri di piazza proseguono violentissimi per tutto il giorno con colpi d'arma da fuoco, automobili in fiamme e alcuni feriti. Viene decretata la legge marziale.
Fra il 18 e il 22 dicembre 1989 scatta la reazione di polizia e militari contro i rivoltosi. Nel tentativo di ripristinare l'ordine il presidente Ceausescu ordina l'uso dei carri armanti e soprattutto la chiusura delle frontiere.


Stante l'impossibilità per i giornalisti stranieri di verificare in loco gli avvenimenti le notizie sono affidate a quei pochi rumeni e qualche viaggiatore che riescono a varcare il confine ungherese. 
Ed è così che inizia questa storia. 


Un'agenzia di stampa ungherese (un paese ormai ex socialista) diffonde per prima la notizia, appresa da un mai identificato “viaggiatore cecoslovacco”, che a Timisoara il regime di Ceausescu è responsabile di 4000 morti, 2000 feriti, 13000 arresti e 7000 condannati a morte dopo processo sommario. 


Una notizia tanto sconvolgente quanto drammatica. Poche ore dopo, sempre l'Ungheria, attraverso la Tv di Stato, diffonde la notizia del ritrovamento della prima fossa comune. Il massacro di Timisoara diventa il principale fatto di cronaca su tutti i media internazionali, monopolizzando l'informazione per tutto il periodo natalizio. I racconti dei massacri cominciano a diventare sempre più cruenti e dettagliati (anche grazie al solerte lavoro di Radio Free Europe, un'emittente finanziata da George Soros) e le cifre della tragedia sempre più precise: 4.362 morti e 13.214 i condannati a morte. Iniziano ad arrivare anche le prime fotografie. Cadaveri nudi e ancora sporchi di terra, ordinatamente sistemati in fila, con evidenti segni di tortura e mutilazione e, quasi tutti, con un lungo taglio al centro del torace grossolanamente ricucito. Il culmine si raggiunge il 22 dicembre quando vengono mandate in onda le immagini sconvolgenti di una dozzina di cadaveri con piedi legati da filo spinato e soprattutto l’immagine simbolo di quei giorni, quella che la stampa definì la foto della madre con la figlia. Il corpo senza vita di una donna con adagiato sopra il corpicino esanime di una neonata. 


Un brutale, intollerabile, genocidio che sconvolge l'opinione pubblica mondiale. I maggiori giornali del mondo (New York Times, Washington Post, Le Monde, Le Figaro) sono in prima linea nel raccontare la mattanza con reportage esclusivi che scioccano e commuovono l'occidente libero e democratico. Anche l'Italia (ovviamente) è direttamente coinvolta e i titoli dei principali quotidiani sono emblematici: “La repressione ha provocato migliaia di morti” - Corriere della Sera; “Quattromilacinquecento cadaveri irriconoscibili, mutilati, mani e piedi tagliati, con le unghie strappate” - l’Unità; “Migliaia di cadaveri nudi legati col filo spinato, donne sventrate e bambini trucidati” - La Stampa.


Uno dei peggiori genocidi dalla seconda guerra mondiale, che darà un contributo non da poco alla riuscita della rivoluzione “democratica” in Romania e animerà quei sentimenti tribali che porteranno alla fucilazione di Ceausescu e di sua moglie, dopo un processo farsa durato poche ore. 

Ma c'è un problema. 


Il massacro di Timisoara non è mai avvenuto.


Laverità emergerà solo un mese dopo, a transizione democratica avvenuta.


Con la riapertura delle frontiere infatti, i giornalisti occidentali poterono accedere ai luogo del massacro. Dove non troveranno alcuna prova ufficiale dell'accaduto. Nessuna testimonianza. Niente di niente. E sopratutto nessuna traccia dei 4632 cadaveri delle fosse comuni. Né tantomeno dei 13.214 condannati a morte.


Così un programma televisivo tedesco manda in onda il racconto dei testimoni oculari, i cittadini di Timisoara. Nessuno aveva mai visto le immagini dell'orrore che hanno indignato l'occidente E neanche le fosse comuni.


France Presse raccoglie la testimonianza di tre medici rumeni che raccontano di come i corpi di alcune persone decedute tempo prima fossero stati prelevati dall’istituto medico legale della città ed esposti a favore di telecamera come vittime del regime. Le mutilazioni, i lividi, le torture, le cuciture erano tutte riconducibili a eventi traumatici non violenti o autopsie. La celebre madre con la figlioletta neonata era Zamfira Baintan, un’anziana alcolizzata morta di cirrosi epatica un mese prima. La bimba si chiamava Christina Steleac, morta per una congestione all'età di due mesi il 9 dicembre 1989, e ovviamente non era sua figlia. Poi arrivò la confessione del custode del cimitero da cui i cadaveri furono riesumati. Era un cimitero per i poveri dal quale, nel complesso, furono trafugati i 13 cadaveri necessari a costruire l'intera messinscena. 


Quando apparve con tutta evidenza che il massacro di Timisoara era una gigantesca bufala la notizia trovò pochissimo spazio sui media occidentali. Per carità, i disordini di piazza ci furono per davvero. Come pure gli arresti, i morti e i feriti. Ma in tutto ci furono “solo” 72 decessi e 253 feriti, comprensivi anche dei poliziotti. Ma a questi morti veri non fu dedicato più di qualche trafiletto sulle ultime pagine. D'altronde l'URSS era ancora in piedi (seppur ancora per poco) e un po' di sano anticomunismo era ancora molto utile. Lo è ancora oggi, figurarsi con la guerra fredda in pieno svolgimento.


Timisoara quindi altro non fu che una grossolana, quanto efficacissima, operazione di manipolazione della realtà con finalità geopolitiche. Ma è un evento molto importante perché costituisce uno dei primi esempi del nuovo corso dell'informazione di un mondo divenuto unipolare dopo la caduta del muro di Berlino. Un meccanismo che in pochi anni diverrà sempre più sofisticato e avrà nei mass media ufficiali il suo principale strumento di diffusione. Un modo di veicolare le notizie a senso unico utilissimo per vincere le guerre imperialiste con il sostegno dell'opinione pubblica. E di cui abbiamo ancora negli occhi gli effetti. Come le ridicole bocche tappate di Roberto Saviano e Laura Boldrini per ripararsi dal gas inesistente di un altro massacro inventato di sana pianta, quello di Douma in Siria perpetrato (ovviamente) da un altro sanguinario dittatore. Ma questa è un'altra storia. 


Magari ve la racconto la prossima volta, sempre sui social network. Sempre che non li chiudano prima. Perché per i manipolatori di professione il problema è sempre lo stesso: internet.


Ma se state leggendo questa storia in rete, lo capite da soli il problema vero dove sta.

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