Le leggi agricole del governo Modi sostengono un «imperialismo alimentare» che finirà per distruggere l’autosufficienza del paese

Le leggi agricole del governo Modi sostengono un «imperialismo alimentare» che finirà per distruggere l’autosufficienza del paese

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Riportiamo stralci dell’analisi svolta sul National Herald da Prahat Patnaik, economista e docente indiano da sempre critico delle politiche neoliberiste e del nazionalismo indù (indutva)

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Occorre spazzare via rapidamente diverse idee sbagliate sull’agricoltura indiana. La prima di queste è la convinzione che l'invasione dell’agricoltura contadina da parte delle imprese sia una faccenda che riguarda solo gli invasori aziendali e i contadini. E’ sbagliato: questo sconfinamento riguarda l'economia nel suo insieme, riguarda tutti. Quindi, nel processo di lotta contro l’invasione da parte degli investimenti privati, gli agricoltori stanno lottando oggettivamente per la società nel suo complesso, contro la sottomissione dell'India all'«imperialismo alimentare». La ragione è la seguente.

L’invasione del settore privato non significa solo che le grandi aziende sottraggono una parte di reddito agli agricoltori, direttamente e anche indirettamente, trasferendo agli agricoltori il calo dei prezzi ma non l’aumento dei prezzi. Comporta necessariamente anche un cambiamento nell'uso della terra, dalla produzione di cereali per uso alimentare di cui i paesi capitalisti avanzati hanno un surplus che vorrebbero vendere al terzo mondo, alla produzione delle colture di cui quegli stessi paesi hanno bisogno, sia colture tropicali non alimentari che non possono coltivare, sia colture che possono coltivare, ma solo stagionalmente. Di fatto, per spingere l'economia in questa direzione, si sta usando un'arma in più: il regime dei prezzi minimi di sostegno (acronimo in inglese Msp), che attualmente in India si applica principalmente ai cereali per uso alimentare, viene abbandonato.

Il governo Modi può protestare mille volte che i prezzi minimi continueranno ma, significativamente, non ha mai promesso di modificare le leggi agricole per dare a questa assicurazione una forma legale. La sua intenzione è chiara: eliminare del tutto il regime dei prezzi minimi, il che aumenterebbe enormemente i rischi dei contadini, il che ridurrebbe necessariamente la coltivazione di cereali per uso alimentare.

Ma allora ci si può chiedere: cosa c'è di sbagliato se paesi come l'India si ritirano dalla produzione di cereali per uso alimentare e ricorrono invece alle importazioni di cibo per le quali pagano esportando altre colture?

Prima di tutto, per la capacità di importare cereali alimentari ci deve essere sufficiente valuta estera, che può non essere sempre disponibile in un paese. A parte il problema dei movimenti non sincronizzati dei prezzi dei cereali alimentari e di altre colture, dobbiamo anche ricordare che quando un paese delle dimensioni dell'India si avvicina al mercato mondiale dei cereali, i prezzi mondiali di queste derrate salgono immediatamente, richiedendo ancora più cambio per importare una determinata quantità di cereali.

In secondo luogo, anche se nel paese la valuta estera necessaria è disponibile, le persone devono anche avere potere d'acquisto per comprare i cereali alimentari; che tipicamente si riduce quando un paese si allontana dalla produzione di cereali alimentari. Molte delle colture sostitutive che verrebbero coltivate al posto dei cereali alimentari sono, infatti, meno impegnative Di questi ultimi, così che coltivarle significa una riduzione dell'occupazione agricola, e quindi del potere d'acquisto della gente. Che di conseguenza  non può permettersi di comprare i cereali importati.

Oltre a questi fattori, c'è anche il braccio di ferro imperialista. Dal momento che i paesi del Nord sono quelli da cui verrebbero acquistati i cereali, nel caso in cui l'India non seguisse la loro linea su qualsiasi questione, essi potrebbero semplicemente rifiutare i vendere i cereali all'India. Quindi, diventare dipendente dalle importazioni di cereali dalle economie del Nord comporta una grave perdita di sovranità. Distruggere l'autosufficienza (anche se a un basso livello di potere d'acquisto del popolo) è ciò che le leggi agricole del governo Modi stanno imponendo al paese. L'imperialismo vuole questo da molto tempo, e il governo Modi è abbastanza smidollato da cedere.

La protesta degli agricoltori è una presa di posizione contro questo cedimento. Accettare l'introduzione dell'agricoltura corporativa e limitarsi a contrattare solo quanto dovrebbe essere la quota dei contadini e quanto quella delle imprese multinazionali, è mancare del tutto questo punto. Significa vendere ciò che resta della sovranità del paese all'imperialismo. E questo in aggiunta al fatto che un tale approccio farebbe regredire il sistema di distribuzione pubblica (poiché non può essere sostenuto da importazioni il cui volume ogni anno sarebbe incerto).

Il secondo malinteso riguarda la convinzione che un regime di prezzi minimi-approvvigionamento a livello nazionale non sia necessario in India. Si sostiene che l'approvvigionamento che la Food Corporation of India (Fci) si procura solo dalle tre regioni in eccedenza, Punjab, Haryana e Uttar Pradesh occidentale, è sufficiente per alimentare il sistema di distribuzione pubblica in tutto il paese; quindi un regime di prezzi minimi-approvvigionamento in tutto il paese può solo gonfiare le scorte del governo, aumentando il costo di stoccaggio e di pagamento degli interessi sul credito avanzato dalle banche. 

Gettare la rete degli acquisti al di là delle tre regioni eccedentarie comporta quindi, secondo questo punto di vista, un doppio spreco: uno spreco di cereali nei depositi governativi e uno spreco di risorse di bilancio legate al loro acquisto e stoccaggio; è meglio quindi mantenere limitato l'ambito delle operazioni di sostegno e approvvigionamento.

Anche questo argomento è sbagliato e tradisce una mancanza di conoscenza dell'agricoltura indiana. La Fci non acquista comunque molto da altri stati, e un aumento del prezzo minimo non gonfierebbe granché questo importo. 
 
Quindi, un aumento del prezzo minimo fa ha piuttosto come risultato un migliore reddito per gli agricoltori, aumentando il prezzo effettivo che ottengono sulle loro vendite extra-Fci. 

Un regime di prezzi minimi a livello nazionale dà agli agricoltori un reddito assicurato ovunque senza avere un grande effetto sulle scorte governative.

È importante che le operazioni della Fci, lungi dall'essere troncate da un livello di tutta l'India, dovrebbero al contrario essere rese pervasive e avere una copertura di tutta l'India.

(Traduzione di Marinella Correggia)

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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