World Affairs/Mar cinese orientale. "La Cina deve prepararsi al peggio"

Mar cinese orientale. "La Cina deve prepararsi al peggio"

 

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di Fabrizio Poggi 
 

Quando è iniziata la Seconda guerra mondiale? Quando è terminata? Quanti milioni di vittime ha provocato? Domande, queste, che a diverse longitudini mondiali raramente trovano risposte univoche, anche se non infami come quelle date da certi euro-sproloquiatori davanti alla domanda su chi e cosa avesse provocato il conflitto.

Tutti coloro che non sono affetti da manie eurocentriche riconoscono come il 1931, con l’occupazione giapponese della Manciuria e la creazione dello stato fantoccio del M?nzh?uguó, rappresenti, quantomeno, una data di svolta.


Il 7 luglio 1937, poi, con la definitiva invasione nipponica della Cina, e il coinvolgimento di quasi 600 milioni di persone, anticipa di oltre due anni la data comunemente indicata quale scoppio della guerra mondiale, con l’aggressione tedesca alla Polonia.


Questo, per quanto riguarda l’inizio della guerra. Per la fine del conflitto, lo scorso 3 settembre (ma, fino al 2019, era d’uso celebrare la data il 2 settembre) si è ricordato in Russia il 75° anniversario della definitiva conclusione della Seconda guerra mondiale, con la capitolazione del Giappone.


A differenza del 9 Maggio, celebrato come Giornata della vittoria dell’Unione Sovietica nella Grande guerra patriottica contro il nazismo, il 3 settembre è ricordato come “Giornata della gloria militare”; tale denominazione è però osteggiata da coloro che vedono nella rinuncia all’originaria dizione di Vittoria sul Giappone un diplomatismo per “non offendere i giapponesi, come se il 9 Maggio non si offendessero i tedeschi”…


Ad ogni modo, l’URSS aveva dichiarato guerra al Giappone l’8 agosto 1945, esattamente tre mesi dopo (ciò era stato concordato alla Conferenza di Jalta) la fine delle ostilità in Europa.


Nella primavera del 1941, infatti, per garantirsi dal pericolo di una guerra su due fronti, Mosca aveva sottoscritto un trattato di non aggressione con Tokyo, dopo gli scontri del 1938 sul lago Khasan e del 1939 sul fiume Khalkhin-Gol, allorché l’Esercito Rosso era intervenuto in difesa della Repubblica popolare di Mongolia contro gli attacchi nipponici.


Mosca non dimenticava nemmeno come Tokyo avesse aggredito Estremo Oriente russo e Siberia tra il 1918 e il 1922, mentre le potenze euro-americane invadevano la Russia sovietica da ovest.


Nell’agosto 1945, con le operazioni in Manciuria, Sakhalin meridionale e isole Kurili, le unità sovietiche dell’Estremo Oriente sconfissero le truppe giapponesi del Kwantung, liberando Cina nord-orientale, Corea del Nord, Sakhalin meridionale e Kurili.


Queste ultime erano state annesse da Tokyo come bottino della guerra del 1905, mentre, esattamente cinquant’anni prima, Mosca e Tokyo avevano firmato un Trattato commerciale che stabiliva la sovranità nipponica su Iturup, Kunašir, Šikotan.


Al termine della Seconda guerra mondiale, l’intero arcipelago delle Kurili era entrato a far parte dell’Urss e anche se oggi i liberali russi parlano delle Kurili quali “trofei di guerra”, si era trattato in realtà del ritorno di terre GIÀ appartenenti alla Russia: una formula su cui, nel 1945, erano stati d’accordo anche Washington e Londra.


A distanza di 75 anni, Tokyo non nasconde ancora le proprie mire sulle quattro isole meridionali dell’arcipelago, che chiama “territori settentrionali”. Tanto che anche l’ex primo ministro Shinzo Abe, che nei giorni scorsi si è dimesso per problemi di salute, tra i punti del proprio “testamento politico”, ha chiesto implicitamente al nuovo governo di “riprendere le Kurili”, a qualsiasi prezzo. Tokyo lega infatti la cessione delle isole alla firma del trattato di pace con Mosca, mai sottoscritto.


Alla proposta russa, di una sorta di “compartecipazione economica” su parte dell’arcipelago, Tokyo oppone la piena e totale restituzione di Iturup, Kunašir, Šikotan e dell’isolotto disabitato di Khabomai; altrimenti, niente trattato di pace.


Nel 1956, Mosca e Tokyo avevano firmato una dichiarazione sulla “cessazione dello stato di guerra” e il ripristino delle relazioni diplomatiche bilaterali. L’URSS si diceva disponibile a passare al Giappone, dopo che fosse concluso un autentico trattato di pace, due delle Kurili meridionali: Šikotan e Khabomai. Ma poi tutto si era bloccato, a causa degli accordi militari nippo-americani.


In caso di sovranità giapponese sulle due isole, infatti, esse rientrerebbero automaticamente nell’accordo sulle garanzie di sicurezza Tokyo-Washington, al pari dell’arcipelago Senkaku-shot? (Djaojujdao per i cinesi) nel mar Cinese Orientale, conteso dal Giappone alla Cina; e Mosca non intende rischiare di vedere altre basi USA alle porte di casa.


Dato che il (temporaneo) successore di Abe, il suo ex capo di gabinetto Yoshihide Suga, non sembra voler manifestare grandi svolte rispetto al predecessore, è improbabile che a breve scadenza cambi la posizione giapponese anche sulle Kurili.


Così come è stabile, per ora, la posizione di Mosca (i due “exploit” di Eltsin e Gorbacëv sulla restituzione delle isole sono da tempo archiviati) che lega ogni discorso sul trattato di pace al riconoscimento giapponese delle Kurili quali legittimo territorio russo. Tanto più che ora, nota Andrej Polunin su Svobodnaja Pressa, con gli emendamenti alla Costituzione approvati lo scorso luglio, ogni “alienazione di territorio russo è un reato punibile in base al Codice penale”.
 

L’orientalista Anatolij Koškin nota che Suga avrebbe già assicurato di voler continuare il corso di Abe, per giungere alla firma del Trattato di pace. Tenendo però conto delle ripetute critiche rivolte a Abe, soprattutto dall’ex Ministro della difesa Shigeru Ishibadi essere “troppo tenero” con Mosca, non è escluso che all’interno del partito si richieda a Suga, nel caso venga confermato dall’Assemblea nazionale alla direzione del partito e, dunque, alla carica di Primo ministro, una linea più dura.


Tanto più che Washington non ha certo intenzione di rimanere a guardare. Lo storico Evgenij Osmanov sottolinea come il territorio giapponese venga “utilizzato quale, non dirò piazzaforte, ma come base per gli Stati Uniti. Date le attuali relazioni russo-americane, questo fatto non può che preoccupare la nostra leadership”.


E infatti, senza mezzi termini, il Ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, ha dichiarato che “naturalmente, vogliamo davvero stabilire un dialogo serio sulle questioni della sicurezza, in una regione in cui confiniamo con le isole giapponesi, e vogliamo capire come il Giappone continui a vedere i propri impegni militari verso gli USA, in una situazione in cui questi ultimi qualificano ufficialmente la Russia come avversaria. A Tokyo assicurano che non faranno mai nulla contro la Russia d’accordo con gli americani; sono però stretti alleati degli USA, che ci considerano nemici“.


Il Giappone non abbandonerà la sua alleanza con gli USA, e questi non abbandoneranno le loro basi militari in Giappone nel futuro prossimo, scrive Sofia Saivko su Svobodnaja Pressa; Tokyo non rinuncerà all’alleato yankee, tanto più che nella regione ci sono molti problemi per il Giappone stesso: dalla disputa con la Cina per le Senkaku, alla contesa territoriale con la Corea del Sud; e anche il VietNam rischia di venir coinvolto nella disputa.


Riallacciandoci al tema iniziale, si deve dire che la “cooperazione” nippo-americana era iniziata immediatamente alla fine della guerra e aveva seguito le linee di quella nazi-americana. Le atrocità commesse dai fascisti giapponesi in Cina dal 1931 al 1945 non erano state inferiori a quelle dei nazisti in Unione Sovietica e un po’ dappertutto nei paesi europei occupati.


Dopo l’occupazione della Manciuria nel 1931, la fase principale dell’aggressione giapponese era iniziata nel luglio 1937 e poi, a novembre-dicembre, era stata occupata Nanchino in cui, nel corso di poche settimane, i giapponesi avevano sterminato oltre 350.000 persone, usando per lo più armi bianche, strangolando, picchiando a morte le vittime.


Dunque, tra quelle atrocità, particolare interesse per gli yankee ebbero quelle commesse coi sistemi della cosiddetta “Unità 731”, che sviluppava armi biologiche. In cambio dell’intera documentazione “scientifica” sugli esperimenti umani condotti contro la popolazione cinese e sulla guerra batteriologica della “Unità 731”, gli americani fecero in modo che i suoi membri sfuggissero al Tribunale sui crimini di guerra giapponesi.


Ovvio in che modo tali precedenti storici vengano oggi percepiti in Cina che, con quasi 35 milioni di vittime, è il paese che ha pagato il tributo di sangue più alto al fascismo (più della stessa Unione Sovietica per l’aggressione nazista) nel contesto della corsa al riarmo del Giappone e dell’attacco che Washington sta intensificando nella regione Asia-Pacifico, in particolare contro Pechino.


Alla vigilia del 75° anniversario della fine della guerra contro il Giappone, l’agenzia Xinhua aveva pubblicato vari commenti, richiamando l’attenzione, in particolare, sull’ultimo attacco del segretario di Stato USA Mike Pompeo, che ha definito il PCC principale minaccia per gli Stati Uniti.


Xinhua ha anche tracciato altri paralleli storici, con riferimento al 106° anniversario dell’inizio della Prima guerra mondiale: “Il mondo di oggi è molto diverso dal mondo di cento anni fa e l’umanità è ancora più saggia per evitare il ripetersi della storia. Tuttavia, quando alcuni politici del più potente Stato moderno avviano giochi che sfidano il buon senso e la coscienza umana, il mondo deve stare in allerta. Nel XXI secolo, l’attuale assurdità politica può trasformarsi in una tragedia. La Cina continua a lottare per un rapporto rispettoso, reciprocamente vantaggioso e non di confronto con gli Stati Uniti. Ma finché i politici USA irresponsabili cercheranno di interrompere il processo di sviluppo della Cina, la Cina deve prepararsi al peggio… Non si può più essere tolleranti nei confronti di politici come Pompeo. Chiudere un occhio sui loro attacchi significa aprire la porta a forze malvagie, che cercano di convincere il mondo a pagare un prezzo così alto che non può e non deve esser pagato”.


Nel contesto della crisi sociale interna che sta scuotendo il paese, le mire imperiali yankee rischiano di diventare ancor più pericolose e gli attacchi a Mosca e Pechino rischiano di trasformarsi da verbali in qualcosa di peggio. Non a caso il Ministro della difesa russo, Sergej Šojgù, ha dichiarato nei giorni scorsi che Washington sta testando i sistemi di bombardamento aereo sulla Russia.


Come scrive Igor Judkevi su Iarex.ru, il tentativo di ridare all’America quell’aurea di autorità morale che poteva in qualche modo vantare settant’anni fa, “contrasta con il fatto che la potenza USA, nella seconda metà del XX secolo, era stata assicurata non da una qualche loro particolare integrità morale, ma semplicemente dal fatto che gli USA erano entrati in ritardo in due guerre mondiali, subendo danni minimi, partecipando però attivamente agli allori dei vincitori. Avendo lasciato che URSS e Cina si dissanguassero nella lotta contro il nazismo tedesco e il militarismo giapponese, avevano poi acceso a pieno regime la macchina propagandistica e ridotto in schiavitù economica quanti più paesi potevano raggiungere”.


Cosa attendersi da una tigre, ancorché di carta, ferita?

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