Pino Arlacchi - Coronavirus, dati Istat e SiSMG confermano: 60% dei morti in Lombardia

Pino Arlacchi - Coronavirus, dati Istat e SiSMG confermano: 60% dei morti in Lombardia

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di Pino Arlacchi


      In un intervento di qualche settimana fa – 20 marzo, Come risolvere l’ anomalia italiana sui dati Coronavirus - avevamo auspicato che l’ ISTAT rendesse disponibili i dati di mortalità generale degli ultimi mesi. Avremmo potuto così misurare il reale tasso di letalità del Coronavirus comparando questi dati con quelli del  corrispondente periodo dell’ anno scorso, o meglio, con la media degli anni passati.

   La cifra di mortalità per tutte le cause è in certo senso “esaustiva”, perché include anche le morti Coronavirus cosiddette “nascoste”. Cioè le persone decedute in casa o altrove a causa anche indiretta del virus e non registrate come tali.

Eravamo partiti dalla considerazione che l’ alto numero di decessi italiani per Coronavirus rispetto a quelli del resto del mondo si spiegasse con il nostro metodo di classificazione. Esso considera morti per COVID-19 tutti i deceduti di polmonite, arresto cardiaco, cancro, etc. che abbiano contratto anche il Coronavirus.  

      In effetti, se separiamo i numeri dei decessi con da quelli da Coronavirus l’ anomalìa italiana sparisce ed i nostri tassi di letalità si allineano grosso modo alla media europea e globale. L’impatto del virus in termini di mortalità viene a ridursi di circa 10 volte.

    Ho riflettuto più a fondo su questo ragionamento, e sono arrivato alla conclusione che seguendolo troppo alla lettera si rischia di incorrere in un grave errore di sottovalutazione: l’ attacco del virus a un paziente già debilitato da una o più patologie può essere l’ elemento scatenante della crisi finale. E non si ha alcun modo, post mortem, di isolare con esattezza lo specifico input del COVID in chi soffriva di più malattie.

     Pochi giorni fa (ed era ora) l’ ISTAT ha iniziato in effetti a pubblicare una prima tranche di dati - limitata a un migliaio di comuni, perlopiù di piccole dimensioni -  sui deceduti tra il primo di gennaio e il 21 marzo di quest’anno  mettendoli a confronto con quelli del 2015-19.

 Cosa ne risulta?

Ne risulta una impennata delle morti che inizia dalla fine di febbraio e prosegue in marzo. Secondo l’ ISTAT, l’ inverno mite e un altrettanto mite influenza stagionale avevano addirittura fatto abbassare in diversi comuni il numero dei deceduti. Lo scatto verso l’ alto della mortalità lungo il mese di marzo, allora, non può che derivare dal Coronavirus, ed è di ingenti proporzioni. Fin qui l’ ISTAT. Ma un’altra fonte di pari attendibilità e finora inspiegabilmente ignorata  - il network SiSMG di monitoraggio della mortalità che fa capo alla Regione Lazio - ci consente di fare un ulteriore passo avanti.

     Il network raccoglie i dati di mortalità in 19 città italiane in cui risiede il 14% della popolazione e li pubblica rapidamente. Il suo ultimo rapporto contiene dati aggiornati al 1 aprile, e ci consente di quantificare nel 39,3% l’ eccesso di mortalità nelle città indicate dalla data del primo caso COVID19 in esse verificatosi.

     Estrapolando a livello nazionale, si raggiunge un totale di 22.488 morti in più nello scorso mese di marzo e nell’ ultima settimana di febbraio rispetto alla media degli ultimi 5 anni. La cifra è vicina a quella dei decessi COVID ufficialmente registrati, e convalida la trasparenza e la serietà del metodo italiano di classificazione.

    Sono tante o sono poche 22.488 vittime? Sono poche solo per chi decide di ignorare il fatto che esse sono il pedaggio che abbiamo pagato al virus nonostante un intervento molto aggressivo di contrasto. In assenza di questo, la progressione delle perdite sarebbe stata esponenziale, come ci insegna la tragedia in corso negli Stati Uniti.

      I dati ISTAT e SiSMG danno inoltre solida conferma di un'altra caratteristica di fondo dell’epidemia italiana: la sua esasperata concentrazione territoriale. Nell’ Italia del Nord si concentrano quasi il 90% dei morti, e il 60% nella sola Lombardia (10 milioni di abitanti, il 16,6% del paese). L’ aumento nel Nord rispetto alla media quinquennale è del 65%, contro il solo 10% nel Centrosud. A  Roma e Palermo lo scarto di mortalità è bassissimo (5 e 2%), e in alcuni contesti del Sud più profondo il deficit di mortalità generale dei primi due mesi dell’ anno si prolunga addirittura dentro le settimane di picco del mese di marzo.

      Quando i conti si distenderanno su un arco temporale più lungo, è quasi certo che il bilancio finale dell’ azione di contrasto risulterà essere più positivo al Centrosud che nel Nord. Questa azione avrà avuto l’ effetto di bloccare la trasmissibilità del virus nel centrosud fino al punto da contenere la mortalità entro la media degli ultimi anni: al 1 aprile i decessi in eccesso nel Centrosud (54% della popolazione totale) erano solo 2.699 contro i quasi 20mila del Nord (46%).

   Va anche aggiunto, però, che la scarsa incidenza della letalità del virus al Sud non è esclusiva opera del lockdown. Occorre mettere in conto anche altri fattori, a cominciare dalla distanza geografica dai principali focolai dell’ infezione e dall’orientamento Nord-Sud della penisola. Più si va a Sud, più la forza del virus si indebolisce.

      Vari studi dimostrano come, a livello globale, il Coronavirus si muova entro una fascia che va da Est verso Ovest e come la sua trasmissibilità diminuisca con il diminuire della latitudine e l’ aumento della temperatura. Oltre i 25 gradi il virus è quasi morto. E va anche messa in conto la protezione aggiuntiva fornita al Mezzogiorno dalla sua minore densità abitativa ed agglomerazione industriale rispetto al Nord.  

        E’ il caso Lombardia, allora, la vera anomalìa italiana. Come ha fatto il virus a radicarsi e ad “avvitarsi” così profondamente all’ interno della regione, e in contrasto così clamoroso con la situazione del Veneto, regione contigua, collocata lungo l’ asse est-ovest, e simile alla Lombardia per demografia e struttura economica?

   Tra le varie spiegazioni, la più convincente può essere quella di un fatale errore di politica sanitaria commesso dalla Regione Lombardia fin dall’ inizio della crisi. Si è ospedalizzata subito la maggioranza dei contagiati, il 65%, e lo si è fatto ricoverandoli in edifici dotati di impianti di areazione obsoleti, come rilevato dalla virologa Ilaria Capua. Questi si sono trasformati in centri di contagio intensivo prima di tutto tra il personale sanitario (strage di medici e infermieri) e poi tra l’ intera popolazione.

Il Veneto ha seguito la direzione opposta, non ricoverando se non i pazienti gravi, il 20% dei contagiati, e lasciando gli altri a casa o in presidi sanitari decentrati e di piccole dimensioni.
Il risultato è di 10.022 morti in Lombardia contro 756 in Veneto. Scontando la differenza di popolazione, siamo a 6,6 contro 1.

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