Riarmo polacco e ripicche interne: perché è in bilico il maxi accordo con la Corea del Sud

Riarmo polacco e ripicche interne: perché è in bilico il maxi accordo con la Corea del Sud

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Con il cambio di governo a Varsavia, dopo le elezioni dello scorso autunno, che hanno visto la vittoria della coalizione liberal-europeista dell'ex premier ed ex presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, sulla precedente congrega reazionario-oscurantista di Diritto e Giustizia (PiS), sembra essere in forse il lucrosissimo affare con la Corea del Sud per la vendita alla Polonia di armamenti per poco meno di 15 miliardi di dollari. Prima ancora del voto dello scorso ottobre, i liberali di Tusk avevano ventilato la possibilità di mettere un freno al programmato raddoppio dell'esercito, da 150.000 a 300.000 uomini. Vedremo se sarà davvero così. Più di un dubbio è lecito.

Intanto, non è però escluso che anche le forniture previste dal contratto concluso oltre un anno fa con Seoul subiscano qualche battuta d'arresto, forse effettiva, o forse solo apparente.

In ogni caso, Varsavia ha assoluto bisogno di rimpinguare i propri arsenali, sfoltiti, come quelli di quasi tutti i paesi volenterosi di sostenere la junta nazigolpista di Kiev (d'altronde, tra ottobre e dicembre 2023, l'Ucraina ha perso 29 MiG-29, di cui 17, secondo l'americana Military Watch, in appena dieci giorni dal 13 al 23 ottobre) dai massicci invii di armi all'Ucraina.

In base alle originarie previsioni d'acquisto, si parla di carri armati, obici semoventi, caccia e sistemi razzo “Chunmoo”, che Varsavia dovrebbe pagare con crediti accesi nella stessa Corea del Sud.

Come necessaria premessa, c'è da dire che, soprattutto negli ultimissimi anni, la domanda di armi sudcoreane è letteralmente “esplosa”, a causa dello svuotamento degli arsenali occidentali per le forniture a Kiev: sul mercato mondiale dell'export di armamenti, Seoul sta rapidamente trasformandosi in uno dei leader planetari, con gli eserciti di oltre dieci paesi – tra cui Norvegia, Egitto, Australia, ecc. - armati con equipaggiamenti sudcoreani. A detta degli esperti del settore, la maggiore attrattiva di tali armamenti è rappresentata dai prezzi oltremodo concorrenziali: il costo del caccia KAI T-50, ad esempio, per acquisti all'ingrosso, si aggirerebbe sui 30 milioni di dollari, contro i circa 77 del modello base di F-35 americano.

Come ricorda Vitalij Lekomtsev su Stoletie.ru, per alcuni decenni la stessa Corea del Sud ha continuato a rifornire i propri arsenali con armi yankee, fino a che, negli anni '80, non ha cominciato a espandere la propria industria militare. Così, la Hanwha Aerospace aveva iniziato la propria attività nel 1952 con la produzione di materiale esplosivo, per poi passare a quella degli armamenti, in particolare obici semoventi e sommergibili, in grado di lanciare missili balistici.

Il Wall Street Journal rileva che, nonostante il rifiuto di fornire armi letali all'Ucraina in via diretta, Seoul si è però detta disponibile a ripristinare le scorte USA e dei loro alleati, per di più in tempi più brevi rispetto a molte imprese occidentali.

Per quanto riguarda la Polonia, la questione dell’acquisto di armi dalla Corea del Sud aveva preso particolare vigore con la delusione di Varsavia per le cosiddette “forniture circolari” a Kiev: cioè il il trasferimento di armi occidentali ai paesi NATO dell’Europa orientale, in sostituzione delle attrezzature militari d'epoca sovietica ancora presenti nei loro arsenali e che prendono la via dell'Ucraina. Secondo tale accordo, la Polonia aveva trasferito all'Ucraina propri T-72, blindati BMP-1, sistemi di lancio multiplo e obici semoventi Dana di fabbricazione cecoslovacca. In cambio, Varsavia avrebbe dovuto ricevere nuove armi dalla Germania; ma si sono verificati notevoli ritardi nelle forniture tedesche, il che ha anche contribuito, lo scorso anno, al deterioramento dei rapporti polacco-tedeschi.

Da qui, i programmi del precedente governo PiS per un repentino rafforzamento militare, ovviamente per fronteggiare “la minaccia russa", con la conclusione di un “accordo quadro” non impegnativo con Seoul per l'acquisto di 672 obici semoventi K9, 288 sistemi lancio Chunmoo, 1.000 carri K2 (Black Panther) ? 48 caccia KAI T-50 (FA-50GF). Successivamente, era stato firmato anche il relativo “accordo attuativo”, impegnativo, con le varie imprese sudcoreane interessate, anche se poi i contratti esecutivi prevedevano la fornitura solo di 212 dei 672 obici previsti, 218 Chunmoo e 180 dei 1.000 carri armati, cui sarebbero seguiti, nel 2026, 820 K2PL.

Sta di fatto che lo scorso luglio, si è avuto un susseguirsi di voci e “notizie” su richieste polacche di crediti sudcoreani per 15,6 miliardi di dollari, poi di altri 9 miliardi di euro, con le proteste di prammatica dell'allora opposizione. D'altronde, pare non ci siano dubbi sulla disponibilità di Seoul ad accordare il credito, premessa di un incremento dell'export sudcoreano di armi del 140%.

Poi, però, lo scorso dicembre cominciavano a circolare voci sul fatto che il nuovo gabinetto Tusk potrebbe rescindere (o, quantomeno, sottoporre ad «analisi e valutazione») parte dei contratti e degli accordi firmati dal precedente governo: panico a Seoul; anche questo, effettivo o solo apparente. Ufficialmente, i liberali di Piattaforma civica considererebbero infatti la possibilità di sostituire le importazioni estere con una espansione della produzione militare nazionale.

A poco sembravano essere servite le dichiarazioni del precedente Ministro della difesa Mariusz Blaszczak, secondo cui i primi carri K2 e obici K9 sudcoreani erano già stati consegnati alla Polonia pochi mesi dopo la firma dei contratti e, per il futuro, si prevedeva di iniziare a produrre armamenti in territorio polacco con franchising sudcoreano, creando così molti nuovi posti di lavoro. Alla fine della commedia, il 27 dicembre, il nuovo primo ministro Donald Tusk annunciava che i contratti con Seoul sarebbero stati sottoposti a revisione.

Tra gli addetti ai lavori, è però sorto immediatamente il sospetto che Varsavia, coi soldi risparmiati dalla rescissione di alcuni contratti con la Corea del Sud, avrebbe incrementato gli acquisti di armi francesi e tedesche.

Dunque, in ballo non c'è alcuna indole pacifista dei nuovi euro-liberali polacchi ora al governo, tanto più che lo stesso Tusk ha sottolineato di voler «mantenere una spesa militare record», mentre si preoccupa di spendere i soldi in “maniera efficiente” che, tradotto, significa fare affari coi propri principali partner di riferimento europeisti.

A detta del portale polacco Defense24, in realtà, l'autentica cifra dei contratti militari polacco-sudcoreani potrebbe arrivare a quasi 20 miliardi di dollari e non esclude che la retorica di Donald Tusk possa rappresentare semplicemente un tentativo di migliorare le posizioni negoziali polacche, sia per il trasferimento di tecnologia, sia soprattutto per i finanziamenti. Perché, in fondo, come canta Figaro al conte d'Almaviva chiedendogli monete d'oro, «all’idea di quel metallo, portentoso, onnipossente, un vulcano la mia mente già comincia a diventar» e, in fin dei conti, che a Varsavia governino i sanfedisti o i devoti liberal-europeisti, il punto d'incontro è dato comunque dalla “minaccia russa” e dalla necessità di trasformare la Polonia nell'avamposto economico e militare USA in Europa.

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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