Sanzioni alla Russia e crisi alimentare globale

Sanzioni alla Russia e crisi alimentare globale

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Al G20 dei ministri degli Esteri, a Bali, in Indonesia, la crisi alimentare e le tensioni sull’energia nel contesto del conflitto in Ucraina sono state al centro dell’agenda. L’edizione 2022 del rapporto delle Nazioni Unite, “Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo” dice che il numero delle persone che soffrono la fame a livello mondiale è salito a ben 828 milioni nel 2021, ossia circa 46 milioni in più dal 2020 e 150 milioni in più dallo scoppio della pandemia di COVID-19, arrivando a colpire fino al 9,8% della popolazione mondiale. Cifre che allontanano ulteriormente la “prospettiva di sconfiggere, entro il 2030, la fame, l’insicurezza alimentare e ogni forma di malnutrizione”.

Nel 2021, circa 2,3 miliardi di persone (29,3%) in tutto il mondo erano in una situazione di insicurezza alimentare moderata o grave – 350 milioni in più rispetto a prima dello scoppio della pandemia da COVID-19. Quasi 924 milioni  (11,7% della popolazione mondiale) hanno sofferto di insicurezza alimentare grave, con un aumento di 207 milioni in due anni. Anche il divario di genere nell'insicurezza alimentare è ulteriormente aumentato nel 2021. In tutto il mondo, il 31,9% delle donne ha sofferto di insicurezza alimentare moderata o grave, rispetto al 27,6 % degli uomini: un divario di oltre 4 punti percentuali, rispetto ai 3 del 2020.

Intanto, il conflitto in Ucraina, che coinvolge due dei maggiori produttori mondiali di cereali di base, semi oleaginosi e fertilizzanti, sta mettendo in difficoltà le catene di approvvigionamento internazionali – che già risentono pesantemente di eventi climatici estremi sempre più frequenti, specialmente nei paesi a basso reddito - e sta facendo salire i prezzi di cereali, fertilizzanti, energia e anche degli alimenti terapeutici pronti all'uso per bambini affetti da grave malnutrizione. Incombono, dice il rapporto, conseguenze drammatiche per la nutrizione e la sicurezza alimentare mondiali.

Secondo i dati dell’Onu, in Africa le famiglie stanno già pagando circa il 45% in più per la farina di grano, con conseguenze già evidentemente gravi nella zona equatoriale e nel Corno d’Africa, in particolare in paesi come la Somalia, che ha uno dei tassi di denutrizione più alti del mondo e che prima dello scoppio del conflitto in Ucraina riceveva oltre il 90% del fabbisogno nazionale di grano da Mosca e Kiev.

 “Esiste il pericolo reale che questi dati peggiorino ancor più nei prossimi mesi. Le impennate nei prezzi mondiali di alimenti, carburanti e fertilizzanti a cui assistiamo, a seguito della crisi in Ucraina, minacciano di spingere paesi di tutto il mondo sull’orlo della carestia. Ne conseguiranno una destabilizzazione a livello mondiale, morte per inedia e migrazioni di massa senza precedenti. Dobbiamo agire oggi per scongiurare questa catastrofe incombente”, ha dichiarato David Beasley, Direttore Esecutivo del Programma Alimentare Mondiale (WFP).

Al G20, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Josep Borrell, ha citato le cifre dell’Onu per accusare la Russia di esacerbare la crisi alimentare, definita come “una combinazione di aumento dei prezzi dei generi alimentari, aumento dei prezzi dell’energia e deterioramento delle condizioni finanziarie”.

Il capo della diplomazia russa, Serghei Lavrov, ha invece criticato l’approccio “occidentale” alla crisi globale alimentare che si prospetta, di cui – ha detto – Mosca non è responsabile, mentre le sanzioni progettate contro il suo paese “equivalgono a una dichiarazione di guerra”. Sanzioni che per ampiezza, profondità, rapidità di esecuzione non hanno precedenti. Le cosiddette democrazie ad alto reddito le hanno imposte ricompattando l’alleanza del campo occidentale, anche a scapito dei loro stessi interessi.

Nel suo quinto pacchetto di sanzioni, l’Unione Europea ha concordato un divieto di importazione di tutte le forme di carbone russo che dovrebbe entrare in vigore ad agosto. Nell’ambito del G7, che si è svolto in Germania, il Giappone ha deciso di impedire le importazioni di oro proveniente da Mosca, e le esportazioni di semiconduttori e i componenti dei microprocessori che potrebbero essere utilizzati nell'industria russa. La lista di merci e prodotti tecnologici nipponici che non possono essere esportati a Mosca supera le 300 unità. Decisioni politiche che ricadranno sulle spalle delle classi popolari e dei paesi del sud.

In Europa, la strategia delle “sanzioni” sta rivelando tutta la sua miopia. I prezzi del gas e del grano subiscono rincari stellari. La Commissione europea ha rivisto al ribasso le prospettive a breve termine del mercato agricolo con la produzione totale di cereali nei 27 Paesi che dovrebbe raggiungere 286,4 milioni di tonnellate, il 2,5% in meno rispetto alla stagione 2021/2022. Il mese scorso, la Russia ha ridotto al 40% il flusso del gas verso i paesi dell’Unione europea. E ora, ufficialmente per lavori di manutenzione del Gasdotto Nord Stream 1, che collega attraverso il Mar Baltico la Russia alla Germania, le forniture sono state interrotte fino al 21 luglio.

In Germania, paese che dipende dal gas russo per il 35% del suo fabbisogno, se le forniture venissero bloccate sine die, si prevede che molte fabbriche dovrebbero fermare la produzione e la recessione sarebbe inevitabile. Intanto, a maggio, l'inflazione tendenziale nell'area dell'Ocse è aumentata ancora (dal 9,2% di aprile al 9,6%), facendo registrare il più forte aumento dei prezzi da agosto 1988, soprattutto quelli alimentari e dell’energia. Ma intanto, si è già prospettato il business della ricostruzione post bellica in Ucraina, un piano per 850 progetti, pari a 750 miliardi di euro.

Per le sue immense risorse e per l’intreccio di relazioni che mantiene, sia come ex cortile di casa degli Stati Uniti, sia come ex colonia della vecchia Europa, l’America Latina è ben presente nei desiderata del campo occidentale, alla ricerca di fornitori sostitutivi. Un campo che, a dispetto dei conflitti di interessi che l’attraversano, si va ridefinendo come alleanza in funzione anti-russa e dunque anti-cinese, in base al nuovo concetto di strategia voluto dalla Nato nell’ultimo vertice di Madrid, e che mira a rendere permanenti le sanzioni a Mosca.

Centrale è sicuramente l’Argentina, che ricopre attualmente la presidenza della Celac, la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici da cui sono esclusi solo Canada e Stati Uniti. Il suo presidente, Alberto Fernández, ha partecipato al vertice dei Brics – Brasile, Russia, Indica, Cina e Sudafrica - dove ha ottenuto il via libera per aggiungere anche l’Argentina, e così ricevere una sponda contro il ricatto del Fondo Monetario Internazionale, a cui l’ha sottomesso il suo predecessore Macri, e che sta provocando turbolenze sia nel suo governo che nelle classi popolari.

In quel vertice, persino l’oltranzista Bolsonaro (come il suo omologo argentino ricevuto da Putin poco prima dello scoppio del conflitto) si è visto costretto a dichiararsi “neutrale”. Il Brasile importa l’85% dei suoi fertilizzanti, il 23% dei quali dalla Russia. I 5 hanno espresso sostegno alla Russia contro le misure coercitive unilaterali imposte dagli Usa che, complessivamente, colpiscono il 28% della popolazione mondiale. Poi, Fernández è stato invitato anche al G7 in Baviera, un foro politico inter-governativo formato dalla Germania, dal Canada, dagli Stati Uniti, dalla Francia, dall’Italia, dal Giappone e dal Regno Unito, nel quale l’Unione Europea ha rappresentanza politica.

La Ue sta per ratificare il Trattato di Libero Commercio con il Messico (Tlcuem), contestato da molte associazioni sociali e sindacali, che denunciano lo strapotere del sistema agro-industriale globale e l’assenza di controllo delle multinazionali europee nello sfruttamento delle risorse messicane. Nel frattempo, la Spagna ha reso temporaneamente più flessibili i requisiti per importare mais dall’Argentina e dal Brasile, tentando di far fronte alla scarsità provocata dalle sanzioni alla Russia. L’importanza di paesi come Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay per la produzione di alimenti, attrarrà ulteriormente l’investimento estero diretto.

La ricerca di materie prime, soprattutto quelle fondamentali per la rivoluzione tecnologica, aumenta inoltre le opportunità per i paesi che, come Colombia e Guatemala, possiedono giacimenti di nichel, o di litio come Bolivia, Argentina e Cile, o ancora di rame, di cui abbondano Cile e Perù, o di fosfati, di cui è ricco il Venezuela.

E così, al G20, sono andati in scena sia lo schieramento anti-Putin che i tentativi di corteggiamento ai paesi dell’America latina, come Cile e Perù, da parte del presidente ucraino Zelenzky. Insieme, Cile e Perù rappresentano oltre il il 55% del totale delle esportazioni globali di rame. Il Cile è il secondo produttore mondiale di litio, essenziale per la transizione energetica, il cui prezzo si è impennato a seguito della forte domanda dei produttori di batterie, in particolare nel settore dei veicoli elettrici. In Colombia, nonostante il calo di oltre 20% della produzione totale dal 2015, il petrolio rappresenta ancora il 57% delle esportazioni totali.

L'Opec+ renderà più restrittivo l'approccio delle banche centrali sui tassi di interesse e più nervosi i governi in carica nei paesi grandi importatori (gli Usa sono sia grandi produttori che grandi importatori di petrolio). Ne sa qualcosa Biden con la prospettiva di elezioni legislative a novembre con la benzina a oltre 5 dollari per gallone. E anche in Europa il timore politico numero uno per i governi al soldo dei banchieri è la reazione possibile contro i rincari dell’energia. Dopo l'annuncio dell'embargo europeo sul petrolio russo trasportato via mare (93% del totale delle esportazioni di petrolio verso la Ue), si è aperta la prospettiva di un prossimo tetto massimo al barile russo, deciso al vertice del G7.

Mettere un tetto al prezzo del petrolio russo, ha detto il ministro dell’Energia russo, Alexandre Novak, causerebbe un “deficit” che porterebbe a un'impennata dei prezzi per i consumatori europei. Novak ha affermato inoltre che la produzione di petrolio della Russia è quasi tornata al livello che aveva prima dell'inizio dell'offensiva in Ucraina, a circa 9,9 milioni di barili al giorno, e che Mosca si adopererà per aumentarla ulteriormente, onde raggiungere gli obiettivi di produzione delle quote fissati per la Russia dall'Opec+.

Logico che il grande capitale internazionale agisca per disarcionare, depotenziare o controllare quei governi progressisti i cui programmi implicano un controllo delle risorse. In Perù, il maestro Pedro Castillo, entrato in carica a luglio dello scorso anno, sta lentamente scivolando nelle sabbie mobili imposte da un sistema difficile da scalfire, avvezzo all’uso politico della magistratura e alla diffusione di paure mediante i media privati. Castillo ha presieduto a numerosi rimpasti di governo, nominando quattro diversi Primi Ministri, sostituendo sei ministri in tutto, ha rinunciato al suo partito Perú Libre e affrontato due tentativi di impeachment, in un contesto di deterioramento dei rapporti con il Congresso, e a fronte di un lungo sciopero dei camionisti.

In Cile, la bozza della nuova Costituzione, pur al di sotto delle aspettative, così come è risultato al di sotto delle aspettative delle classi popolari il governo di Gabriel Boric, eletto a dicembre scorso, viene osteggiata dai poteri forti, spaventati dalla prospettata riforma fiscale: anche se a garantirne gli interessi è stato nominato come Ministro delle Finanze di Boric il precedente governatore della Banca Centrale. E anche se, quanto a rapporti internazionali, Boric non ha certo dato l’impressione di voler rivolgere lo sguardo ai rapporti sud-sud, ostentando giudizi consonanti con quelli dell’imperialismo sia rispetto alla Russia, che al Venezuela, a Cuba e Nicaragua. Intanto, sul piano istituzionale, la sua coalizione non ha il controllo del Congresso, dove potrebbero arenarsi anche i promessi miglioramenti in termini di piani sociali.

In Colombia, si sta giocando una partita grossa, considerando la posizione del paese, unico socio della Nato in America Latina, e il ruolo destabilizzante che ha mantenuto contro i governi socialisti della regione, a cominciare dal Venezuela. L'ex Sindaco di Bogotà, Gustavo Petro, è stato eletto a giugno come primo presidente di sinistra, coadiuvato da Francia Márquez, femminista e ambientalista afro-colombiana. Ha promesso di incrementare la spesa sociale e la sua elezione potrebbe portare a un maggiore sostegno fiscale, considerando le richieste dei settori popolari, impegnati in mesi di scontro contro il governo Duque per la proposta di una riforma tributaria a favore delle classi dominanti.

L'ambizioso piano di Petro di aumentare le entrate fiscali tassando le imprese e i ricchi sarà probabilmente diluito, e le attuali proiezioni del Ministero delle Finanze di ridurre significativamente il deficit fiscale negli anni successivi sembrano improbabili, come mostra la più che prudente composizione dei ministri proposta da Petro, che fatica a consolidare alleanze di governo onde evitare quel che sta accadendo in Perù.

Di fronte alla crisi energetica e alla necessità del campo atlantico di trovare mercati alternativi alla Russia, anche l’Ecuador, paese petrolifero membro dell’Opec, è un punto da mantenere, lasciando a garanzia il banchiere Guillermo Lasso, attuale presidente: il quale ha ricevuto una prima battuta di arresto con le proteste popolari contro il caro-carburante, dirette dalla più grande organizzazione indigena, la Conaie, tornata a essere guidata  da un esponente della sinistra radicale, Leonidas Iza. Uno sciopero politico, che potrebbe ricompattare tutte le componenti popolari in vista delle presidenziali del 2025, e magari anticiparne la convocazione.

 Contro lo strumentario messo in atto dai poteri forti per disinnescare o scalzare i governi progressisti – uso politico della magistratura, discredito mediatico e diplomatico, paramilitarismo, eccetera -  quel che finora ha pagato, come dimostrano i paesi del cosiddetto “asse del male” (Cuba, Venezuela, Nicaragua), è stata l’organizzazione popolare. Una forza che ha consentito al governo bolivariano di dispiegare la propria “diplomazia di pace” (con giustizia sociale) con flessibilità, ma con fermezza nella prospettiva, presentandosi come un fattore di grande equilibrio sullo scenario internazionale.

(Articolo scritto per il Cuatro F)

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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