Tutino: “Andiamo in Russia a vendere prodotti italiani, atto di disobbedienza civile”

Tutino: “Andiamo in Russia a vendere prodotti italiani, atto di disobbedienza civile”

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di Giulia Bertotto per l'AntiDiplomatico

A fine gennaio i docenti Davide Tutino e Giuseppe Mastruzzo partiranno per la Russia, dove scambieranno i prodotti europei con quelli locali, in aperta disobbedienza alle sanzioni commerciali. Per questo atto sono previsti da 2 a 6 anni di carcere, e da 25mila a 250mila euro di ammenda, spiegano. I professori Mastruzzo e Tutino saranno accompagnati da Marzia di Sessa, giornalista di 9Mq, e Don Diego Minoni, cappellano di questa missione di pace. Lo scopo è quello di un atto dimostrativo forte ma pacifico, allo scopo di “mettere fine a queste sanzioni, che colpiscono i popoli e rafforzano l'autoritarismo dei regimi in guerra”.

Abbiamo intervistato il professor Tutino per conoscere meglio questa importante iniziativa.


Nel discorso di fine anno il presidente Putin ha detto: “Non arretreremo mai":
"Abbiamo dimostrato più volte che possiamo risolvere i compiti più difficili e che non arretreremo mai perché nessuna forza può dividerci", ha affermato Putin. Anche se non ha parlato direttamente della guerra in Ucraina, Putin ha però fatto riferimento ai soldati, "i nostri eroi". Nel 2023, "abbiamo difeso con fermezza i nostri interessi nazionali, la nostra libertà e la nostra sicurezza, i nostri valori. Putin ha assicurato che la Russia sarà "ancora più forte" l'anno prossimo (fonte Ansa).  Intanto in queste ore Kiev e Kharkiv sono sotto attacco; Kiev aveva colpito la città russa di Bolgorod facendo almeno 24 morti.


Il nostro non è un viaggio a sostegno di un governo o dell’altro, non è neppure un viaggio diplomatico, nel senso che non pretendiamo di ricevere l’attenzione delle cancellerie, mentre è invece un viaggio di disobbedienza civile; puntiamo all’attenzione del popolo, vorremmo invitare le persone a dire di no, ed essere da apripista per altri atti di disobbedienza pacifica. Noi sosteniamo il diritto e la giustizia per i popoli e non parteggiamo in alcun modo per una fazione o per l’altra. Qualsiasi cosa si pensi di questa guerra e a chiunque si addebitino le principali responsabilità, è ormai chiaro da un punto di vista storico ed economico, che queste sanzioni hanno rafforzato il governo russo ma anche l’autoritarismo dei governi europei. Se lo scopo era quello di indebolire il governo russo è fallito, se si mirava ad un vantaggio militare è fallito comunque, mentre assistiamo all’impoverimento dell’Europa.



Nel vostro comunicato avete dichiarato: “Mentre scriviamo, altri 500mila ucraini sono chiamati al fronte, e le industrie europee si convertono in fabbriche di proiettili, di carrarmati e di aerei da guerra. L'umanità ha bisogno di imboccare la via opposta, e uscire da questa crisi del capitalismo attraverso la smilitarizzazione mondiale, e la riconversione delle spese militari in spese civili. Perciò la nostra disobbedienza è un manifesto politico e una missione di pace”.

L’Europa sta cambiando il suo volto industriale, si va costituendo come fabbrica d’armi a basso costo per il blocco occidentale. A basso costo soprattutto in termini di diritti dei lavoratori, sempre più erosi. Questa è una scelta politica che ha delle conseguenze pesantissime, sia politiche come la maggiore dipendenza dagli Usa, il paese che ha voluto questa guerra, sia dal punto di vista giuridico, con la cancellazione diritti dei lavoratori. L’Europa si appresta a diventare la Cina delle armi del blocco occidentale, che produce sotto padrone. Se verremo ignorati dagli organi della stampa unica, anche questo sarà un altro segnale e un risultato. Dimostreremo con maggiore evidenza che non è difficile commerciare sottobanco alle sanzioni. Sappiamo che ci sono grandi marchi che già lo fanno sotto mentite spoglie, e troneggiano ai vertici di Confindustria. Vogliamo rivolgerci anche a loro: cosa aspettate a dire no a questo lavoro per concessione e per mezzo dell’inganno, quando il lavoro è un diritto? Forse aspettate come sciacalli i profitti della ricostruzione.



Notiamo che la causa ambientalista e Green piace ai governi solo quando non contrasta con l’inquinamento di guerra, che sappiamo fare molti danni al benessere del suolo, della flora e fauna, alla salute umana, sia in fase produttiva sia in fase operativa e di smaltimento.

Sì, si tratta di enormi danni agli ecosistemi, basti pensare all’impatto dei proiettili all’uranio impoverito usati in Jugoslavia negli anni ‘90, che la NATO sta utilizzando anche in questa guerra nel cuore d’Europa, con una grave dispersione radioattiva. C’è poi anche il ritorno a fonti di energia come il carbone, e lo sversamento delle sostanze nocive usate per produrre ordigni, missili e altro materiale bellico. Quella dei signori della guerra è una falsa ecologia capitalistica, usata per camuffare altri interessi economici, di controllo e di sopraffazione. Ci tengo però a dire che questo non ci esime dall’attenzione alla natura, dalla cura delle creature, non ci sottrae alla responsabilità di fronteggiare la crisi ecologica che c’è da almeno un secolo e che certo non si esaurisce nel cambiamento climatico con le sue molteplici e complesse letture del fenomeno. La strumentalizzazione della crisi ambientale non ci esime dalla necessità di ripensare il nostro rapporto con la natura al di là di un’economia di sfruttamento e consumo.



Non possiamo parlare di giustizia e pace senza dire qualcosa sul genocidio in corso a Gaza, anche se qualsiasi parola ci fa vergognare rispetto agli eventi. Questo massacro avviene mentre tutta la comunità internazionale e le opinioni pubbliche ne sono al corrente e consapevoli.

Nel decidere del viaggio in Russia ci siamo ovviamente posti il problema: “e Gaza?” Bisogna innanzitutto dire che i due fronti risultano coerenti nello stesso piano di dominio del mondo, voluto dagli stessi signori della guerra e condotto con i medesimi termini di costruzione propagandistica del nemico. Anche tramite false flag, sappiamo infatti ormai che di quel 7 ottobre -con tutte le sue tragedie atroci- il governo Netanyahu era a conoscenza prima che si verificasse e dunque la responsabilità politica e militare va condivisa tra gli assassini interni ed esterni al governo israeliano. Si trattava di un attacco funzionale all’apertura del genocidio in corso. Tutto da vedere se i piani andranno come da lui previsto, se il primo ministro saprà controllare le forze scatenate e se non resterà seppellito da ciò che ha provocato. Il nostro andare in Russia è anche disobbedire per Gaza, disobbedire al blocco dei vecchi padroni dell’ordine mondiale, che ritengono di potersi ancora appropriare del mondo intero.

 


La guerra è un dilemma. Essa non si ferma con l’escalation, tuttavia non si ferma neppure parlando di pace. Per questo voi proponete la disobbedienza civile.

I nostri modelli sono figure come Ghandi o Martin Luther King. Non c’è bisogno di gesti plateali di sacrificio, ma di costante diserzione in tutte le sue forme: manifestando, informandosi oltre la propaganda di guerra, boicottando, organizzando iniziative anche nelle scuole e nelle università, usando la creatività. La civiltà occidentale si fonda sulla disobbedienza al potere e obbedienza alla coscienza: pensiamo a Gesù, uno dei fondatori della nostra cultura. Il diritto nasce dal dire di No alla forza; fu il no della Magna Charta, baroni che intesero limitare il potere di Re Giovanni nel 1215. Da un “no” è nato il diritto moderno, l’unico argine alla guerra. La disobbedienza civile ripercorre le nostre tracce storiche, quelle della forza del diritto per superare il diritto della forza. La guerra si interrompe e la pace si costruisce togliendo il nostro assenso a questo regime che si sta irrigidendo sempre più in un sistema totalitario. Non serve imbracciare la rivoluzione cambiando continente, ciascuno può farlo dove si trova, si può esercitare il no dove si è. Ciascuno ha i suoi preziosi “no” da affermare ai sovrani.

Vorrei fare un ultimo appello. Dovremo sostenere costi del viaggio, della permanenza e laddove verremo denunciati, anche i costi della difesa legale, ma noi non abbiamo strutture o finanziamenti, siamo cittadini che hanno scelto di dire no sulla loro pelle, perciò chiediamo collaborazione e aiuto.

Per chi volesse sostenerci può farlo sul sito www.resistenzaradicale.org. Il sindacato FISI ha già deciso di contribuire stanziando dei fondi.

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