/ Un'Europa che distrugge: l’Austria alla Presidenza della UE

Un'Europa che distrugge: l’Austria alla Presidenza della UE

 


di Giacomo Marchetti - Contropiano
 

Dal primo luglio l’Austria siede alla presidenza dell’Unione Europea con lo slogan: “Una Europa che protegge”.


Sebastian Kurz, ex Ministro degli Esteri e leader del partito conservatore ÖVP, che governa con il partito d’estrema destra FPÖ, è stato una delle figure chiave del summit che si è svolto a Bruxelles il 28 giugno e diviene il più giovane “capo” della storia dell’Unione Europea.


Pivot di un possibile asse continentale tra governi e forze politiche europee che convergono sull’ulteriore inasprimento delle politiche di gestione dei flussi migratori, Kurz ha costruito la sua vincente campagna elettorale l’anno scorso, e ancora prima la sua ascesa politica, sulla questione “immigrazione”.


Il suo motto è stato: “integrazione grazie alla performance” (Integration durch Leistung).


Il programma politico dell’astro nascente della politica austriaca è un mix di politiche neo-liberiste e xenofobe. L’ÖVP si rifà esplicitamente per esempio al modello di gestione della forza-lavoro adottato in Germania e che costituisce “la madre” di tutte le misure continentali in termini di “riforme” in materia a livello continentale, tra cui le ultime sono quelle del governo Renzi con ilJob Act e la Loi Travail del socialista Hollande.


È molto favorevole alle imprese, spiega il politologo Benjamin Opratko. È per la flessibilizzazione del contratto di lavoro e vorrebbe riformare il sistema delle garanzie per i disoccupati prendendo come esempio le riforme Hartz IV, introdotte in Germania dodici anni fa. Ma non ne parla in pubblico perché non sarebbe probabilmente molto popolare”, come riporta Amélie Poinssot, in un dettagliato profilo del politico austriaco, pubblicato il 13 ottobre scorso per il sito d’informazioneMediapart.


La candidatura del trentenne austriaco è stata finanziariamente sostenuta dagli strati più elevati del suo Paese.


Per finanziare la sua campagna elettorale, Kurz si è appoggiato a solide reti finanziarie, disponendo di donazioni pari ad un milione di euro, di cui una buona parte proveniente da grandi imprese.


Secondo quanto riportato in Die Presse, KTM ha versato il contributo più consistente pari a 436.463 euro.


Ha goduto di una sovra-esposizione mass-mediatica notevole con “gli operatori dell’informazione” che hanno privilegiato l’unico argomento su cui questo politico ha concentrato la sua narrazione, glissando volutamente sugli altri aspetti del proprio programma. Ha usato una strategia “macroniana” legando a sé un entourage di figure giovani per lo più non provenienti dalla politica attiva, esterni al partito conservatore, ha fatto una campagna capillare sui social di fatto godendo di una sorta di ubiquità sui media.


Altro ingrediente del suo successo è stata la volontà di superamento di una connotazione ideologica del suo orientamento politico, e l’uso di formule pubblicitarie che calcavano il discorso sull’ampliamento del solco della discontinuità con il passato: i manifesti elettorali riproducenti il suo volto avevano come slogan tra l’altro, Un nuovo stile, con ES IST ZEIT – è ora – a caratteri cubitali.


Agli occhi di un osservatore un poco attento, tutto questo appare un poco paradossale alla luce del fatto che si è alleato con una formazione politica che vanta, tra i suoi fondatori, un passato tra le fila dei nazisti.


Sebastian Kurz è riuscito in una sorta di capolavoro politico dopo le elezioni presidenziali del 2016 che avevano visto arrivare al ballottaggio la forza di estrema destra del FPÖ, facendo “dimenticare” di essere parte di una forza politica che in un sistema bipolare come quello austriaco aveva governato, alternandosi o in “co-abitazione” con la socialdemocrazia, durante l’arco di tempo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ad oggi.


La sua “verticale del potere” all’interno del suo partito lo ha visto sconfiggere l’ala dei conservatori propensa ad una alleanza con i socialdemocratici – in un contesto in cui il FPÖ era da tempo sdoganata (anche a livello di alleanze locali) e i cui temi di fatto dominavano il dibattito pubblico.


È riuscito a imporre la sua leadership, in una forza politica tradizionalmente de-centralizzata in cui, prima di lui, chi rappresentava il suo ruolo sceglieva un “basso profilo” senza personalizzare così marcatamente la propria funzione.


Fuori dall’ÖVP ha giocato la scelta vincente delle elezioni anticipate proponendo un asse governativo con le forze emergenti dell’estrema destra. sfruttandone e facendone proprie le tematiche che avevano portato all’ascesa del FPÖ, concretizzando l’alleanza con l’affidamento al FPÖ di alcuni ministeri chiave.


Kurz ha ridefinito un ruolo del proprio Paese nella politica continentale, viaggiando costantemente e facendosi ritrarre con gli altri leader europei. In questo modo, da un lato ha potuto costruirsi l’immagine di un statista di caratura europea di fatto non responsabile – sebbene ricoprisse un ruolo istituzionale dal 2011 – dei “mali” che affliggevano l’Austria, divenendo un campione della chiusura delle frontiere e del “superamento a destra” di Dublino III.


Il suo protagonismo europeo, notevolmente mediatizzato, è continuato dal giorno delle sue elezioni, finalizzato a creare un asse con quel polo di Paesi e forze europee che criticano l’UE “da destra” sulla questione migratoria, anche se nel caso di Kurz questa opposizione non si risolve in una opposizione all’UE, ma anzi al suo timido avanzamento su alcune questioni chiave.


Gli effetti di questo protagonismo politico non sono mancati, a cominciare dal rapporto con la CSU bavarese – alleata alla CDU della Merkel – che ha fatto precipitare la crisi politica dei conservatori tedeschi sulla questione immigrazione in un momento di delicati equilibri all’interno della Grosse Koalition e del possibile exploit dell’estrema destra dell’AFP alle prossime elezioni bavaresi dell’Autunno.


D’altro canto, Kurz rappresenta il capofila più spendibile di una serie di governi che coniugano, a differenza del leader austriaco, un “sovranismo” di destra smaccatamente euroscettico con una politica xenofoba di chiusura delle proprie frontiere e di “fragilizzazione” della condizione di immigrati e “minoranze etniche” al proprio interno, di cui Orbàn è la figura più di spicco.


Alla fine la sua filosofia pragmatica di una supposta “difesa dell’interesse nazionale” su cui misurare convergenze con gli altri attori europei, sullo sfondo di un inasprimento della gestione dei flussi, e nessuna presa di incarico vincolante è risultata vincente come prassi relazionale degli attori politici continentali.


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Passiamo in rassegna le principali misure che il governo austriaco sta prendendo all’interno dei propri confini dal dicembre scorso, data dell suo insediamento.


Uno degli assi espliciti del proprio programma è: “lottare contro l’immigrazione dentro il sistema sociale”, con misure che ricadono anche su quella parte della popolazione lavoratrice proponente dall’Ungheria e la Slovenia per cui l’Austria costituisce un “tradizionale” polo d’attrazione, cercando in questo modo di consolidare il proprio consenso tra le fasce della popolazione lavoratrice autoctona creando una “narrazione convincente”.


La sua filosofia comunicativa è piuttosto spicciola: il welfare austriaco è un fattore di attrazione che catalizza i flussi migratori, il suo mantenimento è impossibile garantendone l’”universalità” di applicazione delle sue garanzie, quindi occorre “disincentivare” l’approdo nel Paese e “penalizzare” le fasce più vulnerabili della società: una formula di “de-solidarizzazione” che legittima la guerra dei penultimi contro gli ultimi e risolve sul piano orizzontale le contraddizioni che le fasce alte della popolazione scaricano su quelle più basse.


La condizione prevista per l’accesso al reddito minimo garantito, la cui riforma è stata presentata alla fine di maggio e che prevede l’erogazione di 863 euro al mese a persona, è l’aver concluso la scuola obbligatoria in Austria.


Per gli stranieri questo impone una conoscenza della lingua pari al livello B1, secondo la classificazione europea, oppure “accontentarsi” di un reddito pari a 563 euro.


Questa legge dovrà essere approvata in autunno per essere applicata nel 2019, ma rischia di essere “rigettata” dalla Corte Costituzionale, perché violerebbe una direttiva europea che prevede che i rifugiati debbano avere accesso alle stesse garanzie sociali “indispensabili”.


Un altro progetto controverso, presentato sempre il maggio scorso, rischia di incidere sulla condizione dei lavoratori immigrati che lavorano in Austria ma i cui figli non risiedono nel Paese. In questo caso il governo vuole abbassare gli “assegni familiari”, portandoli dall’attuale erogazione di 174 euro a 93. La legge che verrebbe votata quest’anno per essere applicata l’anno successivo rischia l’apertura di una procedura d’infrazione se la Commissione ritenesse che questa legge violasse la legge europea.


La riforma del diritto d’asilo è uno dei cavalli di battaglia dell’estrema destra del FPÖ che ,“occupando” tre ministeri chiave come l’Interno, la Difesa e gli Esteri, ha mano libera su questa proposta di legge presentata in Aprile e che si voterà entro l’estate, nonostante la decisa opposizione tra l’altro delle Ong.


Questa ipotesi prevede la confisca di tutto il denaro contante ai richiedenti asilo fino a 840 euro, per finanziare la loro “presa in carico” da parte dello stato, il sequestro del proprio mobile per ricostruire il proprio percorso migratorio, e soprattutto l’allungamento del tempo necessario per l’ottenimento della cittadinanza dagli attuali 6  a 10 anni.


Al centro di questo provvedimento c’è il discusso ministro dell’Interno Herbert Kickl, uomo chiave dell’estrema destra, al centro di un scandalo che lo vede accusato di volere prendere il controllo dei Servizi Segreti austriaci, il BVT.


Quest’ultima misura vede tra i suoi critici lo stesso ministro degli Esteri Kerin Kneissl – scelto dal partito dell’estrema destra senza esserne membro – anche perché entrerebbe in conflitto con la Convenzione di Ginevra relativa allo statuto dei rifugiati.


Su queste questioni, un possibile “braccio di ferro” con l’UE per realizzare questo tipo di riforme non sembra intimorire la maggioranza governativa austriaca, che potrebbe essere presa come modello di governance da un ampio arco di forze continentali, “scaricando” sugli ultimi le possibilità di trattative su alcuni aspetti della questione sociale, per peggiorare la condizione dei migranti e di fasce di proletariato multinazionale ed accettare le altre rigidità “strategiche” imposte dall’Unione.


Considerando l’attuale clima politico complessivo che regna tra le alte sfere della UE, un ulteriore polverizzazione giuridica di alcuni valori teoricamente alla base della sua costruzione non sembra una ipotesi così peregrina.


Il governo si sta adoperando inoltre nella sua battaglia contro “l’islam politico”, avendo fatto chiudere sette moschee, accusate per la maggior parte di intrattenere dei rapporti con la galassia salafita, e deciso l’espulsione di diversi imam accusati di essere finanziati per fondi stranieri (vietato in Austria), che potrebbe coinvolgere una quarantina di “capi-religiosi”.


Nonostante alcune moschee siano state riaperte, avendo impugnato questa decisione di fronte ad un tribunale amministrativo, il governo ha fatto sfoggio della sua azione rincarando la dose l’aprile scorso con la preparazione di una legge “simbolica” che mira a vietare la possibilità di indossare il velo negli asili o alle primarie.

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I recenti passaggi a livello di incontri europei e alcuni passaggi rilevanti hanno ribadito che, nonostante alcune divergenze di fondo tra i singoli stati membri, l’Unione ha un profilo definito nell’applicazione delle politiche neo-liberiste e di austerity  specie nei confronti della sue aree periferiche, una sempre maggiore vocazione neo-coloniale che accelererà i processi a monte che creano a valle i flussi migratori che giungono nel vecchio Continente, un atteggiamento sempre più punitivo ed una tendenza ad “esternalizzare” le conseguenze di ciò che ha contribuito a creare, e non ultimo fare del nostro blocco sociale di riferimento una “comunità terribile” che una pedagogia reazionaria ha preparato ad una guerra di tutti contro tutti dentro la Fortezza Europa, sgomberando il campo da tutti quei corpi sociali intermedi che non permettano l’applicazione di questo piano.


Sarebbe un errore imperdonabile non decifrare il profilo del nostro nemico nei suoi caratteri strutturali, come in quelli che sta assumendo in queste contingenze storiche, all’interno di questa fase, e non definire sin da subito una prospettiva di “rottura” ancorata su quelle forze continentali che, ponendo al centro la “questione sociale”, identificano una strategia di uscita possibile da un futuro distopico sempre più simile a quel terribile “Tallone di ferro” narrato da Jack London.





 
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