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Ucraina: misterioso suicidio sulla scia del Boeing malese abbattuto nel 2014

 

Come nella sciagura del DC9 Itavia, su Ustica, morti “inspiegabili” costellano le rotte degli aerei civili abbattuti.


di Fabrizio Poggi

 

L'ex pilota militare ucraino Vladislav Vološin, a suo tempo sospettato dell'abbattimento del Boeing civile malese MH17, il 17 luglio 2014 sui cieli del Donbass, che costò la vita a quasi trecento persone, è stato rinvenuto “suicida” ieri a Nikolaev, dove dirigeva l'impresa che gestisce il locale aeroporto internazionale. L'ex pilota si sarebbe tolto la vita nel suo appartamento; accanto al cadavere, è stata rinvenuta una semiautomatica Makarov, con i numeri di serie limati.
 

Dopo che, nel dicembre 2014, un aviere ucraino, poi rifugiato in Russia (all'epoca della tragedia, in servizio presso la stessa base militare in cui era di stanza il reparto di Su-25 cui apparteneva anche Vološin, la 299° brigata dell’aviazione tattica ucraina) aveva testimoniato che quel 17 luglio il caccia del pilota ora “suicida” era decollato armato di missili aria-aria e aveva fatto ritorno privo dei razzi e, inoltre, il pilota stesso aveva mostrato un'aria sconvolta, la procura russa aveva chiesto di poter interrogare Vološin; ma Kiev aveva negato che il pilota quel giorno si fosse alzato in volo.


Addirittura, la britannica BBC, nel maggio 2016, aveva mandato in onda un documentario in cui si adombrava la possibile responsabilità – in occidente, si è sempre scrupolosamente addossata ogni colpa alle milizie del Donbass, ignorando anche l'ipotesi dell'abbattimento da parte di un missile terra-aria lanciato dalle truppe ucraine – del capitano Vladislav Vološin. Per la realizzazione del documentario, erano state sentite le testimonianze di oltre un centinaio di persone, tra cui alcuni abitanti dell'area in cui era avvenuto l'abbattimento, che avevano visto il Su-25 ucraino colpire il Boeing malese. Ma anche quelle testimonianze sono sempre state lasciate da parte. Così come lo sono stati i dati dei sistemi radar russi, che indicavano come un Su-25 ucraino, quel giorno, fosse in volo a una distanza di 3-5 km dal Boeing malese, o tanti altri riscontri oggettivi; per non parlare dei numerosi “misteri” della cosiddetta commissione d’inchiesta olandese.


Mentre alcune fonti (Tvzvezda.ru) sembrano cautamente indicare la ragione del “suicidio” nell'attuale attività dell'ex pilota e nei problemi finanziari attraversati dalla società da lui gestita, altre fonti – ad esempio Pravda.ru – parlano apertamente di omicidio.




La scorsa estate, il sito 
Soveršenno sekretno aveva pubblicato materiali riguardanti il piano di volo tracciato e firmato il giorno precedente la tragedia, il 16 luglio 2014, dal capitano Vološin e controfirmato dal colonnello Gennadij Dubovik. Secondo il piano, il velivolo sarebbe decollato dalla base ?uguev, nella regione di Kharkov, in direzione sudest, secondo una traiettoria che andava a incrociare il Boeing civile malese. Nulla di sensazionale, scriveva Soveršenno sekretno; ma, in ogni caso, sufficiente quantomeno a sconfessare quanto si era affrettato a sostenere, alle 8 di sera di quel 17 luglio, Interfax-Ukraina, secondo cui “Oggi l’aviazione delle forze ATO non si è assolutamente alzata in volo”. E il tenente-colonnello Baturin, al comando del reparto 4104, aveva dichiarato che il 17 luglio 2014 aerei militari ucraini “erano in volo per eseguire l’ordine N°1 per la distruzione di obiettivi aerei nella zona di Snežnoe e Torez”. 


Come nella sciagura del DC9 Itavia, su Ustica, morti “inspiegabili” costellano le rotte degli aerei civili abbattuti.

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