Afghanistan, dalla narrazione di Biden emerge la debolezza strategica degli Usa

Afghanistan, dalla narrazione di Biden emerge la debolezza strategica degli Usa

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di Dante Barontini - Contropiano

E’ difficile trovare un discorso più sconclusionato nella lunga serie di dichiarazioni consegnate dai presidenti degli Stati Uniti al mondo.

Non crediamo che ciò dipenda dalla scarsa intelligenza di “Sleeping” Joe Biden, ovviamente. I problemi di un paese che ha gestito per oltre 30 anni il pianeta sono con tutta evidenza così gravi da non poter più essere nascosti sotto una coltre di parole, riprese ed enfatizzate da un sistema mediatico tanto prepotente quanto impotente.

Nei pochi minuti del suo discorso Biden ha dovuto spiegare che agli Usa, dell’Afghanistan come di qualsiasi altro paese che hanno attaccato, non frega assolutamente nulla. “La nostra missione in Afghanistan non è mai stata quella di costruire la nazione. Non abbiamo mai pensato di dover costruire una democrazia centralizzata e unificata”.

Eppure proprio questo ci è stato raccontato a reti unificate per venti anni (di più, se aggiungiamo l’esperienza in Iraq). “Eravamo lì” per quello, per “diffondere i valori dell’Occidente”, per “liberare le donne” (che erano state liberate durante gli anni del socialismo a Kabul, e ri-schiavizzate dai “freedom fighters” sostenuti dagli Usa), per “combattere le dittature”…

Un pilastro della trentennale “comunicazione” imperiale buttato via in un attimo. Una menzogna palese riconosciuta ora come tale.

Nessuno potrà più credere a una sola parola che arrivi dalla Casa Bianca. O, per lo meno, non potrà più crederci chiunque non abbia un passaporto statunitense in tasca.

Venti anni di guerra, nelle parole di Biden, sarebbero stati necessari per raggiungere un solo obbiettivo: acchiappare Bin Laden. Obbiettivo peraltro raggiunto dieci anni fa, mentre per altri dieci gli Usa hanno continuato a fare la guerra ad un paese ed un popolo – ufficialmente, ora – senza alcun obbiettivo logico o dichiarabile. Né, tanto meno, alcun interesse per il futuro di quel paese e della sua gente.

La fuga da Kabul è giustificata – oltretutto – con l’impossibilità di “esportare la democrazia con le armi”. “Non ripeterò gli errori che abbiamo fatto in passato. L’errore di rimanere e combattere all’infinito in un conflitto che non è negli interessi nazionali degli Stati Uniti, o rilanciare puntando su una guerra civile in un Paese straniero, o tentando di ricostruire un Paese attraverso il dispiegamento senza fine di forze americane”.

Ogni paese ha la sua storia, tradizioni, culture e convincimenti profondi, di spessore storico e non sradicabili con quattro soldati mandati lì. Lo sapevano già gli antichi Romani, che infatti agivano con ben altra lungimiranza, anche se con non minore crudeltà nella guerra.

Ma se “non si possono cambiare i paesi con il dispiegamento di forze militari straniere” che fine fa la strategia Usa dopo la Caduta del Muro?

Scompare, come giusto che sia, senza poter essere sostituita da null’altro.

Certo, Biden promette di continuare la “guerra al terrorismo”, indica una serie di paesi – poverissimi e dunque debolissimi – su cui concentrare le attenzioni future. Ma senza altro obbiettivo che far fuori un po’ di gente, magari ex alleati (l’Isis, come Al Qaeda, nasce per iniziativa congiunta di Usa e Arabia Saudita). Senza illusioni di costruire qualcosa di duraturo.

Non è “interesse strategico americano”.

Altri sono i nemici “veri”, Cina e Russia. La prima per l’ormai straripante capacità economica, fondata sulla produzione e non sui giochi speculativi della finanza. Capace di interloquire con qualsiasi paese – Afghanistan talebano compreso, probabilmente – sulla base della “non ingerenza” e del “reciproco vantaggio”.

La seconda per la sua permanente capacità nucleare, l’unica confrontabile con quella statunitense.

La debolezza strategica degli Usa è stata così squadernata da Biden, quasi involontariamente, nel tentativo di giustificare la fuga attribuendone ad altri le colpe, o comunque con una “chiamata di correo”. Verso Trump, che aveva negoziato il ritiro lo scorso anni a Doha, direttamente con i Talebani. Verso il fantoccio Ghani, riempito di soldi e armi ma incapace di costruire un’impossibile “quadro di alleanze” per gestire il paese. Verso un “esercito afgano” finanziato, addestrato e armato come nessun altro al mondo, ma privo della “volontà di combattere”. Chissà perché…

L’imperialismo esce da questa guerra non solo sconfitto, ma palesemente privo di visione, di futuro, di scopi. Sopravvivere è l’unica parola d’ordine. “Fare i propri interessi”, se appare superficialmente una confessione sincera, è anche l’ammissione che il resto del mondo – visto da Washington – è solo una massa di occasioni per fare i propri comodi.

Nessun ideale, nessun valore da sbandierare, nessuna missione cui chiamare “una coalizione di volenterosi”.

Finisce una narrazione durata 30 anni. All’improvviso, senza un copione di riserva.

Lo si vede subito dai “commentatori” mainstream che brancolano nel buio. Chi ripetendo le stesse stronzate come se il disastro fosse attribuibile alle “mire cinesi” o russe (qui rifulge il direttore di Repubblica, disco rotto quasi patetico), chi farfugliando frasi senza capo né coda (dall’Annunziata a Rampini, ma in numerosa compagnia), chi prendendo tempo per cercare una battuta che non suoni troppo stupida.

Ma al di là dei “comunicatori” destinati a restare disoccupati, è tutto il mondo che da oggi guarda agli Usa come qualcosa di ancora pericoloso, sì, ma per nulla credibile. Qualsiasi cosa dica.

E questo “libera” energie e contraddizioni che dovranno per forza portare ad altri equilibri. Quali? La partita è aperta. Chi gioca in proprio ha una possibilità, chi attende che il “nuovo ordine internazionale” si definisca si ritroverà schiavo come prima.

Di seguito, il discorso di Biden in versione integrale.

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Buon pomeriggio. Voglio parlare oggi della situazione in evoluzione in Afghanistan, degli sviluppi che hanno avuto luogo la scorsa settimana e dei passi che intraprenderemo per affrontare gli eventi che stanno evolvendo rapidamente.

Il mio team sulla Sicurezza nazionale e io avevamo monitorato da vicino la situazione in Afghanistan e agito velocemente per eseguire i piani che avevamo messo in campo per rispondere a ogni evenienza, incluso il rapido collasso a cui stiamo assistendo.

Ora mi soffermerò sui passi specifici che prenderemo, ma voglio ricordare a tutti come siamo arrivati fin qui e quali sono gli interessi dell’America in Afghanistan.

Siamo andati in Afghanistan quasi vent’anni fa con obiettivi chiari: prendere quelli che ci avevano attaccati l’11 settembre 2001 e assicurarci che Al Qaeda non avrebbe usato l’Afghanistan come base dal quale attaccarci di nuovo. Ci siamo riusciti. Abbiamo smantellato Al Qaeda e l’Afghanistan. Non abbiamo mai mollato la caccia a Osama bin Laden e lo abbiamo abbattuto. Quello è avvenuto un decennio fa.

La nostra missione in Afghanistan non è mai stata quella di costruire la nazione. Non abbiamo mai pensato di dover costruire una democrazia centralizzata e unificata. Il nostro interesse vitale in Afghanistan rimane lo stesso: prevenire un attacco terroristico sul suolo americano.

Ho sostenuto per molti anni come la nostra missione dovesse essere incentrata sul contro-terrorismo, non contro l’insurrezione o la costruzione del Paese. Ecco perché da vicepresidente mi opposi a un aumento di soldati quando, nel 2009, venne proposto.

Ed ecco perché sono irremovibile nel concentrarmi sulle minacce che dobbiamo fronteggiare oggi, nel 2021, non quelle di ieri. Oggi la minaccia terroristica è in metastasi ben oltre l’Afghanistan. Al Shabab in Somalia, Al Qaeda nella penisola araba, Al Nusra in Siria, l’Isis sta tentando di creare un califfato in Siria e Iraq e stabilire contatti con affiliati in molti Paesi in Africa e in Asia. La nostra attenzione e le nostre risorse guardano a queste minacce.

Stiamo guidando un controterrorismo efficace in molti Paesi in cui non abbiamo una presenza militare fissa. Se necessario, faremo lo stesso in Afghanistan. Abbiamo messo in atto operazioni ad ampio raggio che ci permetteranno di tenere sotto controllo minacce dirette agli Stati Uniti nella regione, e agire velocemente e in modo decisivo se sarà necessario.

Quando ho assunto l’incarico, ho ereditato un accordo che il presidente Trump aveva negoziato con i Talebani.

Con la sua approvazione, le forze americane avrebbero lasciato l’Afghanistan entro l’1 maggio 2021, soltanto poco più di tre mesi dopo il mio arrivo. Le forze americane erano già state ridotte, sotto l’amministrazione Trump, da quasi 15.500 soldati a 2500. E i Talebani erano arrivati al massimo della loro forza dal 2001.

La scelta, come vostro presidente, era tra andare fino in fondo con quell’accordo o essere pronto a tornare a combattere i Talebani e a riprendere una stagione di combattimenti. Non ci sarebbe stato nessun ‘cessate il fuoco’ dopo l’1 maggio. Nessun accordo per proteggere i nostri soldati dopo l’1 maggio.

Nessun riconoscimento di stabilità senza perdite americane dopo l’1 maggio. Solo la fredda realtà del o dare seguito a un accordo per ritirare le nostre forze o intensificare il conflitto e rimandare altre migliaia di soldati americani in Afghanistan, e entrare nel terzo decennio di conflitto.

Io difendo pienamente la mia decisione. Dopo vent’anni, ho capito che non ci sarebbe mai stato un buon momento per ritirare le forze americane. Ecco perché siamo ancora qui. Avevamo ben chiari i rischi. Avevamo previsto ogni situazione. Ma ho sempre promesso al popolo americano che sarei stato chiaro con voi.

La verità è, questa situazione si è sviluppata più velocemente di quanto avevamo previsto. Dunque, cosa è successo? I leader politici afghani si sono arresi e hanno lasciato il Paese. L’esercito afghano è collassato, alcune volte senza provare a combattere.

Se qualcosa, gli sviluppi della scorsa settimana hanno rafforzato, è che mettere finire al coinvolgimento militare americano in Afghanistan è stata la decisione giusta. I soldati americani non possono e non devono combattere in una guerra e morire in una guerra che le forze afghane non voglio combattere.

Abbiamo speso più di mille miliardi di dollari. Abbiamo addestrato ed equipaggiato qualcosa come 300 mila soldati. Equipaggiati in modo incredibile. Una forza militare più grande di quella di molti dei nostri alleati Nato.

Abbiamo dato loro ogni strumento di cui avevano bisogno. Abbiamo pagato i loro stipendi, provveduto al mantenimento della loro aviazione, qualcosa che i Talebani non hanno. I Talebani non hanno aviazione. Noi abbiamo anche dato un supporto aereo. Abbiamo dato loro la possibilità di determinare il loro futuro.

Ciò che non potevamo dare loro era la volontà di combattere per il loro futuro. Ci sono alcune unità speciali e coraggiose tra le forze afghane. Ma se l’Afghanistan è incapace di mettere in campo ogni reale resistenza ai Talebani, non saranno in grado di farlo tra uno anno, un altro anno ancora, altri cinque o vent’anni. Gli aiuti americani non avrebbero fatto la differenza.

Ecco ciò che penso in cuor mio: è sbagliato ordinare ai soldati americani di fare un passo avanti quando le forze dell’Afghanistan non lo faranno. I leader politici dell’Afghanistan non sono stati capaci di unirsi per il bene del loro popolo, non sono stati capaci di negoziare per il futuro del loro Paese quando tutte le carte erano sul tavolo. Non ci sarebbero mai riusciti mentre i soldati americani rimanevano in Afghanistan, sostenendo il peso del combattimento per loro.

E i nostri veri avversari strategici, Cina e Russia, non avrebbero voluto niente di più che vedere gli Stati Uniti foraggiare con miliardi di dollari in risorse e attenzione per stabilizzare l’Afghanistan in un tempo indefinito.

Quando ho ospitato il presidente Ghani e il capo Abdullah alla Casa Bianca a giugno, e lo stesso quando parlai al telefono con Ghani a luglio, abbiamo avuto una conversazione franca. Avevamo parlato di come l’Afghanistan avesse dovuto prepararsi a combattere la loro guerra civile una volta andati via gli Stati Uniti. Di ripulire il governo dalla corruzione in modo da diventare efficace per il popolo afghano.

Avevamo parlato del bisogno di unirsi politicamente. Hanno fallito. Avevo chiesto loro di impegnarsi nella diplomazia, nel cercare un accordo politico con i Talebani. Ma questo consiglio è stato respinto. Ghani ha insistito sul fatto che le forze afghane avrebbero combattuto, ma ovviamente si sbagliava.

Così adesso mi ritrovo a chiedere a coloro che sostengono che avessimo dovuto restare: quanto altre generazioni di figlie e figli dell’America mandereste a combattere la guerra civile in Afghanistan quando i soldati afghani non lo faranno? Quante altre vite, preziose vite americane, quante interminabili file di lapidi al cimitero nazionale di Arlington?

Sarò chiaro nella mia risposta: non ripeterò gli errori che abbiamo fatto in passato. L’errore di rimanere e combattere all’infinito in un conflitto che non è negli interessi nazionali degli Stati Uniti, o rilanciare puntando su una guerra civile in un Paese straniero, o tentando di ricostruire un Paese attraverso il dispiegamento senza fine di forze americane.

Sono errori che non possiamo continuare a ripetere perché abbiamo interessi vitali nel mondo che non possiamo ignorare. Voglio anche rendervi consapevole di quanto sia doloroso tutto questo per molti di noi. Le scene che stiamo vedendo in Afghanistan sono strazianti, in modo particolare per i nostri veterani, i nostri diplomatici, gli operatori umanitari, per chiunque abbia spento tempo sul campo lavorando a sostegno del popolo afghano.

Per coloro che hanno perso i cari in Afghanistan, e per gli americani che hanno combattuto e servito il nostro Paese in Afghanistan, questo è profondamente, profondamente qualcosa di personale.

E vale anche per me. Ho lavorato a lungo su questi temi come nessuno. Ho attraversato l’Afghanistan durante questa guerra, mentre la guerra era in corso, da Kabul a Kandahar alla valle di Kunar. Sono andato lì in quattro occasioni. Ho incontrato persone. Ho parlato con i leader. Ho passato del tempo con i nostri soldati, e sono arrivato a capire di persona quello che era e non era possibile in Afghanistan.

Così ci siamo concentrati su ciò che era possibile. Noi continueremo a sostenere il popolo afghano. Continueremo a guidare la nostra diplomazia, a svolgere la nostra influenza sul piano internazionale e a portare i nostri aiuti umanitari. Continueremo a promuovere la diplomazia nella regione e a impegnarci per prevenire violenze e instabilità. Continueremo a chiedere il rispetto dei diritti di base del popolo afghano, di donne e ragazze, come facciamo in tutto il mondo.

Sono stato chiaro, i diritti umani devono essere al centro della nostra politica estera, non devono stare al margine. Ma non si può farlo attraverso un impiego senza fine delle forze militari. E’ con la nostra diplomazia, con i nostri strumenti economici e motivando il mondo a unirsi a noi.

Lasciatemi esternare qualcosa della attuale missione in Afghanistan: mi venne chiesto di autorizzare, cosa che feci, l’impiego di 6 mila soldati in Afghanistan con l’obiettivo di aiutare la partenza di cittadini americani e personale civile afghano, evacuare i nostri amici afghani e le persone a rischio sicurezza.

I nostri soldati stanno lavorando per garantire la sicurezza dell’area e assicurare sia i voli militari sia quelli civili. Avremo il controllo dello spazio aereo. Abbiamo chiuso la nostra ambasciata e trasferito i nostri diplomatici. La nostra presenza diplomatica adesso è all’aeroporto.

Nei prossimi giorni intendiamo trasferire migliaia di cittadini americani che hanno vissuto e lavorato in Afghanistan. Continueremo a sostenere la partenza del personale civile, quello ancora in servizio in Afghanistan. L’operazione Allies Refuge, che avevo annunciato a luglio, ha già permesso a duemila afghani di ottenere il visto speciale con le loro famiglie per entrare negli Stati Uniti. Nei prossimi giorni i nostri militari daranno assistenza ad altre persone e alle loro famiglie perché lascino l’Afghanistan.

Stiamo anche aumentando gli accessi ai rifugiati per coprire altre persone a rischio che lavorano per la nostra ambasciata, organizzazioni non governative e afghani che sono a rischio. So che ci sono preoccupazioni riguardo il fatto che non abbiamo cominciato prima a evacuare i civili afghani. In parte è avvenuto perché alcuni di loro non volevano partire subito, ancora speravano nel loro Paese.

E in parte perché il governo afghano e i suoi sostenitori ci avevano convinto a non organizzare un esodo di massa per evitare di innescare, così ci avevano detto, una crisi di fiducia. I soldati americani stanno portando avanti la missione in modo professionale e efficace come sempre. Ma non è senza rischi.

Mentre portiamo avanti queste partenze, lo diciamo chiaro ai Talebani: se attaccheranno il nostro personale o intralceranno le nostre operazioni, la presenza americana sarà rapida, e la risposta sarà veloce e potente. Difenderemo la nostra gente con una forza devastante, se necessario.

La nostra attuale missione militare è breve, limitata allo scopo e focalizzata sui suoi obiettivi: portare la gente e i nostri amici al sicuro il più velocemente possibile. E una volta completata questa missione, concluderemo il ritiro militare. Metteremo fine alla più lunga guerra americana dopo vent’anni di spargimento di sangue.

Gli eventi a cui stiamo assistendo ora sono la triste prova che nessuna forza militare avrebbe mai potuto garantire un Afghanistan stabile, unito e sicuro. Ciò che sta succedendo ora poteva facilmente accadere cinque anni fa o tra quindici anni. Dobbiamo essere onesti, la nostra missione in Afghanistan ha commesso passi falsi in questi vent’anni. Io ora sono il quarto presidente a presiedere il Paese con la guerra in Afghanistan.

Due democratici e due repubblicani. Non trasferirò questa responsabilità a un quinto. Non ingannerò il popolo americano nel dire che solo un altro po’ di tempo in più farà la differenza in Afghanistan. Né mi sottraggo dalla mia parte di responsabilità per dove siamo ora e come siamo tenuti a muoverci da qui in poi. Sono il presidente degli Stati Uniti, e la responsabilità finisce con me.

Sono profondamente rattristato dai fatti che ci troviamo davanti. Ma non mi pento della mia decisione di mettere fine alla guerra americana in Afghanistan e mantenere un laser puntato sulla nostra missione contro il terrorismo, là e in altre parti del mondo. La nostra missione di smantellare la minaccia terroristica di Al Qaeda in Afghanistan e uccidere Osama bin Laden è stata un successo.

I nostri decennali sforzi di avere ragione su secoli di storia e cambiare in modo permanente e ricostruire l’Afghanistan, no, e non credo potrà mai accadere.

Non posso e non chiederò ai nostri soldati di combattere una infinita guerra civile in un altro Paese, pagare le conseguenze, subire ferite che rovinano la vita per sempre, lasciare famiglie spezzate dal dolore e dalle perdite.

Questo non fa parte del nostro interesse nazionale. Non è ciò che gli americani vogliono. Non è ciò che i soldati che hanno sacrificato così tanto in questi due decenni meritano. Mi ero impegnato con il popolo americano che da presidente avrei messo fine alla missione americana in Afghanistan. Seppure duro, confuso e, sì, lontano dalla perfezione, sono onorato di aver rispetto questa promessa.

Ma, cosa ancora più importante, lo avevo promesso a uomini e donne coraggiose che servono questa nazione che non avrei chiesto loro di continuare a rischiare le loro vite in un’azione militare che sarebbe dovuta concludersi molto tempo fa. I nostri leader lo fecero in Vietnam quando io arrivai qui da giovane. Non lo farò con l’Afghanistan. So che la mia decisione verrà criticata. Ma preferisco prendere tutte le critiche che trasferire la decisione a un altro presidente degli Stati Uniti, un altro ancora, il quinto.

Perché è giusto, è la giusta decisione per il nostro popolo. La giusta decisione per i nostri coraggiosi membri in servizio che hanno rischiato le loro vite servendo la nostra nazione. Ed è giusto per l’America. Vi ringrazio. Dio protegga i nostri soldati, i nostri diplomatici e tutti i coraggiosi americani che servono in una situazione di pericolo.”

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