“Build back better for the word” versus “Nuova Via della Seta”: G7 contro la Cina

“Build back better for the word” versus “Nuova Via della Seta”: G7 contro la Cina

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di Fosco Giannini - Cumpanis

 

Quali sono stati gli esiti più importanti del summitt del G7 (USA, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito) tenutosi in Cornovaglia, contea sud-occidentale dell’Inghilterra, dall’11 al 13 giugno ultimi scorsi? Molto è nella ” Dichiarazione di Carbis Bay”, il documento che ha preso il nome dal luogo di villeggiatura dove si è tenuto il summit delle 7 potenze del mondo (cosi come tutta la stampa occidentale ha definito i paesi che hanno partecipato all’incontro, dimenticando di aggiungere, dopo “7 potenze del mondo”, l’aggettivo “occidentale”, poichè la Repubblica Popolare Cinese, esclusa dal summit dal revanscismo imperialista di Biden, è oggettivamente più “potenza mondiale” di tutti i 7 della Cornovaglia).

Che cosa hanno messo, dunque, i 7, nella “Dichiarazione di Carbis Bay”? E anche: che cosa hanno omesso?

Partiamo da ciò che hanno omesso e, in verità, pavidamente, rimosso. Ciò che non hanno riportato nella dichiarazione finale è stato lo scontro politicamente violento che, seppur registrato e diffuso nel mondo dai media, non è stato, appunto, “ratificato”, per imbarazzo e vergogna, nella “Dichiarazione” finale e ufficiale, tra il Primo Ministro del Regno Unito, Boris Jhohnson, e i leader dei paesi dell’Ue. Su cosa è avvenuto tale scontro? 

Dopo il 30 giugno dovrebbero entrare pienamente in vigore i controlli sulle merci che partono dalla Gran Bretagna  per giungere in Irlanda del Nord, controlli sulle merci che l’Ue reputa necessari in quanto la Gran Bretagna è fuori dall’Ue e l’Irlanda del Nord nè è, invece, un paese membro. Un’applicazione ultra burocratica di una norma, il controllo delle merci che giungono da un paese extraeuropeo, che è segno tangibile dell’arroganza amministrativa del neo imperialismo dell’Ue e che sa tanto di punizione per un paese, come la Gran Bretagna, che ha deciso di uscire dall’Ue ma che ne è stato parte sino a ieri e che, soprattutto, “esporta” merci in un paese, l’Irlanda del Nord, che è membro del Regno Unito! 

La risposta durissima di Boris Jhonson alla volontà ferrea della Merkel, alla quale si sono prontamente accodati gli altri leader dell’Ue, compreso naturalmente il “sempre presidente” – nei pensieri dei maggiorenti dell’Ue – della BCE Draghi, di utilizzare la norma controllo-merci ed eventualmente, qualora la norma venisse violata, di applicare contro la Gran Bretagna delle dure sanzioni economiche, è stato il segnale delle forti tensioni e contraddizioni intercapitalistiche ora in atto tra Bruxelles e Londra.

Che cosa è invece entrato, della discussione dei tre giorni in Cornovaglia, nella “Dichiarazione di Carbis Bay”?

Al di là del miliardo di vaccini che l’occidente capitalistico e opulento, tramite i G7, vogliono “mettere a disposizione per i paesi poveri del mondo” (decisione che ha immediatamente resa felice Big Pharma e, per le modalità in cui è stata assunta – regalia dei ricchi ai poveri – ha rievocato l’immagine tipica del borghese in cilindro che versa l’obolo nelle mani dello  straccione delle periferie londinesi del primo ‘800) l’unica e vera questione di cui si è parlato è la guerra euroatlantica contro la Repubblica Popolare Cinese.

Evocando con grida bibliche il pericolo che la Nuova Via della Seta rappresenterebbe “per tutto il mondo libero e democratico occidentale”, Joe Biden, prolungando anche in Cornovaglia la linea violentemente anticinese (e antirussa) che propone sin dalla campagna elettorale vinta contro Trump, ha annunciato nei lavori del G7, e poi imposto come progetto e minaccia nella “Dichiarazione di Carbis Bay”, che gli USA lanceranno, come alternativa alla Nuova Via della Seta, un grande piano mondiale di investimenti economici denominato “Build back better for the word”, ricostruire meglio per il mondo.

“Naturalmente” la proposta del “Build back better for the word”, non poteva che basarsi sia sulla condanna della Nuova Via della Seta come “pericoloso progetto egemonico cinese sul mondo” e come “esportazione mondiale della dittatura comunista” che sul rilancio, conseguentemente, delle accuse alla Cina di paese che viola i diritti umani. Specie ai danni, come Biden ha fatto scrivere nella “Dichiarazione” finale, della minoranza musulmana uigura. Come ha imposto e fatto firmare  ad un Macron mai così suddito, ad un Boris Jhonson mai così amico e sodale, a un Draghi che nell’incontro bilaterale con il presidente USA ha letteralmente affermato – come un fanciullo spaventato dalla protervia americana – che “io avevo già proclamato nel mio discorso d’investitura da presidente del consiglio italiano la mia totale fedeltà euroatlantica e alla NATO”, ad una Merkel silente, come se tutta l’Ue, che pure dovrebbe avere e praticare una politica diversa da quella che pratica Washington contro Pechino, fosse genuflessa e paralizzata difronte ad una linea nordamericana contraria alla Cina ma profondamnete contraria anche agli interessi del grande capitale transnazionale europeo.

Entriamo nella “Dichiarazione di Carbis Bay”: è verosimile che il piano mondiale USA di investimenti “Build back better for the word”, lanciato in antitesi alla Nuova Via della Seta, sia un progetto economico democratico da dispiegare dall’America Latina all’Africa e all’Asia e volto ad aiutare i popoli e gli Stati di queste aree del mondo? E’ verosimile pensarlo nel momento stesso in cui l’imperialismo americano sollecita ogni giorno nuovi piani golpisti contro il Venezuela e impone sanzioni contro Caracas, mantiene e rafforza il bloqueo contro Cuba, interviene contro i popoli, i governi e gli Stati dell’America Latina che vogliono liberarsi, preparando già il colpo di Stato contro Pedro Castillo, l’appena eletto presidente progressista del Perù?

E’ possibile pensare al “Build back better for the word” come piano economico  democratico nel continente nordafricano e africano da dispiegarsi assieme alle politiche di penetrazione e stabilizzazione del dominio nordamericano successive alle guerre di distruzione portate dagli USA in Iraq, in Libia, in Siria, assieme alle politiche antipalestinesi, anti tunisine, anti libanesi che prevedono l’angelizzazione  dell’imperialismo israeliano e la demonizzazione dell’Iran? E’ posibile pensare come verosimile un piano economico democratico mondiale  USA da dispiegare a fianco dell’Armata USA divisa nei sei grandi comandi militari  operanti in senso imperialista negli Stati del Sahel e del Maghreb, in tutto il Corno d’Africa e in Somalia? Dispiegarlo nell’Africa australe contemporaneamente al progetto di normalizzazione filo imperialista del Sud Africa?

E’ possibile pensare che il supposto piano economico democratico mondiale possa convivere con l’utilizzo, da parte degli  USA, di un’Ucraina sottomessa e fatta governare da bande di nazifascisti al fine di scatenare una guerra “calda”, vera, contro la Russia? 

Altra questione: è proprio vero che l’attacco alla Cina provenga dalle “preoccupazioni” degli USA per le supposte violazioni cinesi dei diritti umani?

Per tutti gli orrendi, lunghissimi e sanguinari anni in cui in Paraguay ha imposto la propria dittatura il generale fascista e “amico americano” Alfredo Stroessner, in Cile il generale sodale degli USA Augusto Pinochet, in Argentina il generale responsabile di crinini contro l’umanità mai visti da Jimmy Carter, in Grecia i colonnelli mossi al golpe dalla Casa Bianca, gli USA non hanno mai sollevato la questione della violazione dei diritti umani.

Che sia qualcos’altro a far si che oggi  Biden si scagli a testa bassa contro la Repubblica Popolare Cinese?

Che sia il fatto che il socialismo dai caratteri cinesi, registrando il più grande sviluppo economico della storia dell’umanità, stia portando la Cina socialista ad essere ormai la più grande potenza economica del mondo, lasciandosi pian piano alle spalle gli Stati Uniti d’America? 

Secondo il metodo di lettura dei parametri economici utilizzato dalla stessa CIA (si, proprio la Central Intelligence Agency, che deve formulare e fornire alla Casa Bianca dati certi), il Prodotto Interno Lordo della Cina, nel 2016, è stato di 21.290 miliardi di dollari, mentre il PIL lordo degli Stati Uniti, sempre col metodo di lettura CIA, è stato nel 2016 uguale a 18.570 miliardi di dollari. Washington dopo Pechino.

Altro indizio per comprendere la nuova crociata anticinese di Biden: già dal 2014 un’altra struttura “pesante” sul piano mondiale e certo non sospettabile di inclinazioni antimperialiste, e cioè la Banca Mondiale, era giunta ad affermare in un proprio studio che la Cina sarebbe diventata la prima economia al mondo già  in quello stesso anno 2014. E proprio alla fine del 2014 il prestigioso – in occidente – quotidiano inglese “Financial Times” rendeva pubblico un rapporto dell’International Comparison Program della Banca Mondiale, nel quale si evidenziava come il sorpasso economico di Pechino sugli Stati Uniti, previsto in precedenza per il 2019, sarebbe invece avvenuto con cinque anni di anticipo.

Ma è poi lo studio comparato tra settori economici nordamericani e cinesi a rendere ancora più chiaro quanto sia la Cina ad essere oggi, non solo in potenza, ma già in atto, la prima potenza mondiale. E, dunque, il nuovo incubo comunista americano.

Nell’ultimo quinquennio il gigante asiatico ha operato un netto sorpasso sugli USA nei settori strategici della robotica e dell’automazione, nella produzione dei chip e dei semiconduttori. Cosiccome nel settore automobilistico, in quello della telefonia mobile, dei computer, delle televisioni e dei frigoriferi, in un processo mondiale di produzione, vendita nel mercato interno ed esportazione dei mezzi di consumo che ricorda, nella sua imponenza, solo quello venutosi a costituire, proprio negli Stati Uniti, tra il 1944 e il 1960.

Ma anche in settori come quello della produzione di navi, treni o in quello del cemento e di ogni altro materiale a scopo abitativo, la Cina è ormai saldamente in testa nella lista dei produttori mondiali. Una lista che la vede ampiamente capeggiare anche per ciò che riguarda la produzione dell’acciaio (il 50% dell’acciaio mondiale viene prodotto in Cina e proprio negli USA viene esportata una quantità notevole di questo materiale basilare).

Saranno i diritti degli uiguri, dunque, a preoccupare gli USA, dopo che mai hanno preoccupato la Casa Bianca i diritti del popolo vietnamita bombardato col napalm? I diritti delle popolazioni serbe massacrate nel 1999 dai caccia bombardieri NATO a guida Clinton – D’Alema?  I diritti degli uomini, delle donne, dei tantissimi bambini della ex Jugoslavia morti dopo atroci e lunghe sofferenze per tumori di tipo ereditario trasmessi loro dai genitori colpiti dall’uranio impoverito? I diritti di tutti quei cittadini e militari sardi e non solo sardi (un lungo e terribile numero) che nell’ultimo decennio/quindicennio  sono morti di tumore per le radiazioni emanate dai sommergibili nucleari della Base militare USA nell’arcipelago della Maddalena? I diritti dei palestinesi, degli yemeniti, del milione di morti iracheni, libici, siriani, caduti sotto le bombe euroatlantiche e dei milioni di profughi e dispersi di questi martoriati paesi?

Saranno i diritti degli uiguri a scatenare la nuova Guerra Fredda di Biden contro la Cina, o sarà la precisa percezione americana che la storia stia decretando una propria, nuova fase, segnata dal declino dell’imperialismo USA e dall’insorgere irrefrenabile della Cina socialista a prima potenza mondiale, in grado di costruire uno, dieci, cento nuovi BRICS e fronti continentali economici e politici di carattere oggettivamente antimperialista segnati da un legame di interscambio economico wind – wind, non saccheggiatore? Processi internazionali di natura multilaterale di cui la Nuova Via della Seta è titanicamente sollecitatrice e prodromica?

Peraltro,  non  c’è nulla di nuovo nelle denunce di Biden sul presunto genocidio della popolazione di etnia uigura e sulle presunte violazioni dei diritti umani contro questa etnia, che è maggioranza nello Xinjiang. Biden utilizza a mani basse le accuse, rese dall’occidente “storia ufficiale”, di uno “studioso” tedesco, Adrian Zenz, che, oltre ad essere un cattolico fondamentalista,  è Senior Fellow della “Victim of Communism Memorial Foundation” in China studies, un’organizzazione pagata dagli USA e dall’occidente per produrre propaganda anticomunista. Ed è stato lo stesso Adrian Zenz, peraltro, ad aver pubblicamente dichiarato che i suoi “studi” sulla Repubblica Popolare Cinese (Xinjiang e Tibet soprattutto) gli sono stati “commissionati da Dio per distruggere la Cina”. 

Ha scritto Giambattista Cadoppi, uno dei più attenti analisti dell’attuale quadro politico internazionale e del socialismo dai caratteri cinesi, in relazione alla questione uiguri: “Quello che ci viene detto in Occidente è che la popolazione uigura, facendo un’impropria sineddoche e scambiando una minima parte per il tutto, vorrebbe staccarsi dalla “Cina comunista e oppressiva”. Niente di più falso. Lo Xinjiang è una regione povera che, sia per la sua difficile localizzazione geografia (distante dai centri ricchi della Cina) che per la vicinanza ad altri paesi islamici che vivono problemi di terrorismo come l’Afghanistan, ha sviluppato una forma di terrorismo islamista wahhabbista paragonabile a quella di Al-Qaeda e ISIS, con cui esistono dei contatti concreti. Difatti, questi “separatisti” tanto amati e adorati in Occidente, sono a tutti gli effetti dei terroristi che da decenni tentano di destabilizzare la regione dello Xinjiang  attraverso degli attentati alla popolazione civile: morti e feriti sono stati un rischio concreto per anni, prima dell’introduzione dei Centri Professionali da parte della Cina”.

Un leit – motiv di Biden durante i tre giorni di discussione al  G7 in Cornovaglia è stato quello relativo alla supposta nascita del Covid – 19 a Wuhan e il supposto silenzio, su ciò, di Pechino. Un leit – motiv che non è entrato in modo chiaro e sistematizzato nella conclusiva “Dichiarazione di Carbis Bay”, ma  ha fortemente contribuito ad  influenzarne lo spirito  accusatorio e sanzionatorio contro la Cina. 

E non è certo stravagante che questa già abusata accusa contro la Cina come culla mondiale del Covid -19, di nuovo sia lanciata da Biden nel momento in cui da più parti, nel mondo, inizia a farsi largo l’ipotesi del primo apparire del germe pandemico nella Base militare e batteriologica di  Fort Detrick, nel Maryland. 

Le indagini internazionali sulla nascita del virus andranno avanti (speriamo non solo a Wuhan, ma anche a Fort Detrick, qualora si giungesse a praticare un minimo di giustizia internazionale uguale per tutti).  Ciò che è certo è che la terribile fase del “maccartismo”, quell’orrida, nefasta, lunga linea politica americana dei primi anni ’50 del XX secolo, che tanto male fece non solo ai comunisti, agli intellettuali e agli artisti di sinistra e progressisti americani, ma alla stessa democrazia degli USA, per poi sfociare nella spaventosa guerra americana contro la Corea del Nord, che per tre anni – ’50 / ’53 –  rischiò di divenire guerra mondiale,  sembra non finire mai, dalla parte di Washington, e quella famigerata “Commissione per la respressione delle attività antiamericane” costruita e diretta da Joseph McCarty proprio per l’ossessione del comunismo e per sostenere una spietata “caccia alle streghe” interna, sembra non chiudersi mai nella testa dei presidenti e dei generali americani.  

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