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Coronavirus, le lezioni di Wuhan all'occidente

 

Mentre l’isteria dei media mainstream ha speculato sulla gestione dell’emergenza da parte del governo cinese, Pechino ha approntato una strategia in due mosse per aggredire la diffusione del virus. Cosa può imparare l’occidente da questa emergenza.

 

di Francesco Maringiò

 

Se riavvolgessimo il nastro delle informazioni che il sistema dei media mainstream ci ha propinato nelle settimane cruciali della diffusione del virus a Wuhan, ci tornerebbero alla mente gli articoli pubblicati dal New York Times, Reuters ed altri big dell'informazione (e prontamente ripresi dei media italiani) che, se in una prima fase denunciavano le autorità Pechino, colpevoli di ritardi e manchevolezze che hanno reso virale l’epidemia, in un secondo momento hanno incolpato le misure di contenimento e quarantena di essere restrittive delle libertà individuali delle persone.


 

Nessuna empatia di fronte all'emergenza sanitaria, nessun vincolo di solidarietà umana, anzi: ciò che si offriva al grande pubblico era la diffusione dello stigma dell’untore per un intero popolo. Tutto questo, è bene non dimenticarlo, ha funto da miscela esplosiva per il diffondersi di luoghi comuni offensivi e stereotipi razzisti. A farne le spese un'intera popolazione colpita dal virus e la sua comunità di residenti all'estero che è stata oggetto di aggressioni e discriminazioni. "Virus cinese" si scriveva negli hashtag sui social network, proprio a contrassegnare il biasimo verso la Cina diventata nel racconto mainstream "il malato d'Asia" (l'ignobile definizione è del Wall Street Journal): esattamente la stessa espressione usata in modo dispregiativo a fine del XIX ed inizio del XX secolo per riferirsi alla Cina, divisa e soggiogata dalle potenze coloniali.
 

Ora che il flagello del virus è giunto in Europa ed i governi sono alle prese con la gestione dell'emergenza, non è più rimandabile un'analisi sull'efficacia delle misure adottate dal governo cinese ed una valutazione sul ruolo che i media occidentali hanno avuto in questo racconto.

 

Quando si è diffusa la psicosi da contagio in Italia, all'emergere dei primi casi di diffusione del virus, abbiamo visto che alcuni abitanti dei piccoli centri sono immediatamente fuggiti in altre regioni, trasformandosi in inconsapevoli vettori di infezione. Si è trattato di casi isolati, ma questo ha tuttavia indotto il governo a definire le "zone rosse" e schierare gli apparati di polizia per far rispettare le ordinanze di quarantena, affinché questa “fuga dall’epicentro” non assumesse dimensioni di massa. A Wuhan vivono più di 11 milioni di persone e nella provincia dell’Hubei 58 milioni. Cosa sarebbe potuto succedere se si fossero diffuse voci incontrollabili e non verificate dalla comunità scientifica sul possibile focolaio di un nuovo virus, potenzialmente mortale? E come si sarebbe potuto imporre un divieto restrittivo senza che le forze di protezione civile, della polizia e delle strutture sanitarie fossero state mobilitate per tempo? Senza un piano coordinato e centrale la prevedibile (ed umanamente comprensibile) fuga dall'epicentro avrebbe aumentato esponenzialmente il fattore di contagio dentro e fuori la Cina. Per cui bisogna tener conto del fatto che il tempo necessario per approntare un piano così complesso e la mobilitazione straordinaria per renderlo esecutivo, sono stati garanzia per i cittadini fuori dalla provincia dell’Hubei (e per tutti noi fuori dalla Cina), della limitazione del contagio. Eppure di questi aspetti i nostri media occidentali non hanno parlato.


Questo non significa che non ci siano stati limiti, ed infatti il Governo centrale è intervenuto con provvedimenti disciplinari per sanzionare le responsabilità dei singoli funzionari, ma quello che appare chiaro è l’assenza del disegno colposo del governo che non è intervenuto, come invece qui in Occidente si è lasciato credere. Eppure bastava leggere le dichiarazioni che ci venivano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il direttore generale Tedros Ghebreyesus ha infatti dichiarato: «Il governo cinese dovrebbe essere lodato per le misure straordinarie che ha adottato per contenere l'epidemia, nonostante il grave impatto economico e sociale che queste misure stanno avendo sul popolo cinese»; ed anche Bruce Aylward, un esperto dell'OMS ha sostenuto che le misure adottate dalla Cina costituiscono, al momento, un esempio di successo nella lotta al virus.

 

La strategia adottata da Pechino è andata in due direzioni: limitazione della possibilità di contagio per tutta la popolazione, attraverso un blocco prolungato di tutte le attività, e misure straordinarie per combattere il virus nell’epicentro, per salvare il maggior numero di vite umane.


Le misure di contenimento della diffusione e di lotta al virus nel suo epicentro sono state possibili attraverso due fattori chiave: un forte investimento pubblico ed il sostegno e nella capacità di mobilitazione dell’intera società. Se dagli Stati Uniti ci giunge la notizia che effettuare un test del coronavirus può costare oltre 3.000 dollari al singolo cittadino, sappiamo invece di contro che la popolazione affetta da virus in Cina ha potuto contare su un sistema nazionale di welfare che si è fatto carico di ogni costo: il governo centrale, assieme ai governi locali, ha coperto le spese delle cure di tutti i cittadini ammalati, per un investimento di oltre 2 miliardi di euro. Se fuori dall’epicentro si è lavorato per ridurre al minimo il contagio, le maggiori risorse sono state messe in campo per combattere il virus nell’epicentro: sono stati approntati nuovi posti letto ed ospedali (13.000 pazienti possono essere ospitati da edifici temporaneamente trasformati in ospedali e 2.500 malati possono essere accolti dai due nuovi ospedali costruiti in 15 giorni). Sono stati organizzati in tutto il paese 300 team di medici, mobilitando oltre 42.000 addetti, inviati in prima linea nell’epicentro ed il governo ha dato al personale medico sussidi economici (6.000 RMB) e chiesto che il loro salario fosse triplicato, mentre venisse raddoppiato quello dei lavoratori dell’indotto.


È una battaglia corale, combattuta in prima linea dalla scienza e dalla medicina, ma sostenuta dalle decisioni politiche e dalla mobilitazione di tutto il popolo.

 

Come se tutto ciò non bastasse, non appena si è cominciato a diffondere il virus in Italia ed in altri paesi stranieri, la macchina della solidarietà cinese si è messa in campo per raccogliere fondi e donare materiale sanitario alle zone colpite. Proprio le comunità cinesi all’estero, spesso vittima di atti di razzismo, sono stati i propulsori di queste iniziative che sempre più si stanno diffondendo nelle varie regioni italiane. Il messaggio è potente: il virus è un nemico comune dell’umanità e può essere sconfitto solo con la cooperazione e l’amicizia. Un gesto che gli italiani non possono dimenticare, visto che suggella l’anno in cui si celebra l’amicizia tra i due paesi, ma che interroga nel profondo tutto l’occidente, i suoi valori e la sua inumana pretesa di superiorità.

 

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