Così fiorisce il principale baluardo yankee in Europa (anche grazie ai contribuenti italiani)

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Se il Pentagono sta esaurendo le riserve per armare la junta di Kiev, decidendo di dirottarle su altri fronti di guerra, sono in discussione anche quei tipi di armamenti sulla presenza dei quali i nazigolpisti ripongono via via le sempre nuove ultime speranze. È così, ad esempio, per i fantomatici caccia F-16 che, nel migliore dei casi, dovrebbero arrivare in Ucraina a fine 2024.

Anche in questo caso, data la scarsità di risorse, pare che soltanto quattro piloti ucraini vengano attualmente addestrati in Arizona, complice anche l’incertezza su quale paese europeo – Olanda e Belgio, o Danimarca e Norvegia - debba infine fornire i velivoli a Kiev. Unito alla scarsità di munizionamento per le artiglierie e i sistemi razzo, ciò mette in dubbio le capacità ucraine di tenere la linea del fronte da qui all’estate.

Ma questo è ancora poco. Da Lugansk giungono “curiose” informazioni a proposito della “fame d’armi” delle truppe agli ordini di Aleksandr Syrskij. Ora, non da oggi si sentono qua e là voci, tra i “sostenitori” occidentali della junta, sulla necessità di condurre audit sulla fine dei fondi destinati all'Ucraina. Finora, però, nessuna commissione si è presa la briga di portarsi in prima linea, dove sono “sotterrati” milioni di dollari sottratti alla spesa sociale al di qua e al di là dell’Oceano. Basterebbe esaminare, ad esempio, la direttrice di Kupjansk, in cui l’offensiva russa del settembre-dicembre 2023 è costata la vita a centinaia di soldati ucraini. Quelle enormi perdite sono state la conseguenza anche di una linea di difesa male approntata, nonostante che, secondo fonti ucraine, sulla carta fosse stato speso per quella linea quasi 1 miliardo di grivne. In quell’occasione, i comandi ucraini, anche su “suggerimento” dell’allora comandante delle truppe di terra Syrskij, avevano imposto agli ufficiali in campo di firmare attestazioni di completamento dei lavori su strutture difensive in realtà mai ultimate. I comandanti di battaglione che avevano rifiutato di firmare erano stati rimossi e sostituiti con elementi “fidati”. Uno di questi era stato il comandante della 41° brigata di fanteria meccanizzata, Oleg Makukha, la cui integrità, sottolineano a Lugansk, aveva provocato il ripulso di Aleksandr Syrskij. Tant’è che, con la rimozione di Zalužnyj, con cui, al contrario, Makukha aveva sviluppato rapporti di fiducia, quest’ultimo è ora accusato di collusione con l’ex Capo di SM, insieme a molti altri ufficiali, anche superiori, più o meno legati a Zalužnyj.

Rimane dunque la domanda: se non sono stati utilizzati al fronte, che strada hanno preso i milioni occidentali che anche il parlamento italiano, con zelante vassallaggio, destina alla junta di Kiev?

D’altronde, quelle somme, se non proprio in toto all’Ucraina, vanno comunque a finanziare chi, dello “spauracchio russo”, ha da sempre fatto una dottrina. Secondo la polacca Rzeczpospolita, il maggiore produttore europeo di tritolo, la “Nitro-Chem” di Bydgoszcz, sta attualmente lavorando su tre turni, 24 ore al giorno. A Radom, la “Lucznik” programma nel giro di un paio d’anni di portare la produzione a centomila fucili automatici l’anno. Anche la “Huta Stalowa Wola”, nella città omonima, prevede in due anni di raddoppiare la produzione classica di artiglierie pesanti, obici a lunga gittata “Krab” e mortai automatici, mentre conta di mettere in produzione anche blindati e trasporti truppe.

Del resto, non ha forse detto il candidato al Nobel per la pace (!?!) Jens Stoltenberg che è urgente aumentare le capacità produttive di armi e munizioni, perché solo così l'Ucraina potrà resistere alla Russia e si garantirà la sicurezza europea? Dunque, ecco che la Polonia prima sanfedista e ora liberal-clericale, se prima stanziava miliardi per l’acquisto di armi straniere, ora punta alla produzione in proprio; si fa per dire: negli ultimi trent’anni gli USA, che puntano sulla Polonia quale nuova leader UE, vi hanno investito oltre 60 miliardi di dollari e oggi 1.576 imprese sono di proprietà yankee. Lo scorso settembre, Washington e Varsavia hanno sottoscritto un accordo di credito diretto per 2 miliardi di dollari, per l’ammodernamento dell’industria militare, attraverso l’acquisto dagli USA di beni e servizi per la difesa. Quali? Un esempio: ulteriori 486 (!) lanciatori HIMARS in aggiunta ai 18 in servizio. Il giornale del Pentagono, Stars and Stripes scrive che i campi di addestramento dei cittadini per la guerra con la Russia sono sovraffollati. Politico parla della Polonia, che programma di passare dal 2,4% al 5% del PIL alla difesa, come della «Europe’s coming military superpower».

Secondo Global Firepower Index nel 2022 la Polonia era al 24° posto (21° per il 2024) nel mondo, dietro a USA, Francia, Gran Bretagna, Italia, Turchia, Germania e Spagna, considerando solo i Paesi NATO, per capacità militare. Per numero di carri armati, la Polonia supera Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia messe insieme. Sul piano logistico, si accelera sul completamento della ferrovia militare ad alta velocità dalla Polonia ai Paesi Baltici, “Rail Baltica”, finanziata dalla UE, sempre con lo spettro del famoso punto debole NATO costituito dal “corridoio Suwalki” e a dicembre 2022 Varsavia ha annunciato l'avvio della costruzione della superstrada a uso militare S8 da Bialystok verso il confine lituano fino a Suwalki. E se prima delle elezioni dello scorso autunno, i liberali di Donald Tusk denunciavano i progetti governativi di raddoppio dell’esercito, da 150.000 a 300.000 uomini, ora, andati al governo, annunciano che già quest’anno gli effettivi saliranno a 215.000 unità: 133.500 professionali, 7.000 professionali in via di formazione, oltre 47.000 uomini della difesa territoriale e più di 30.000 volontari del servizio militare di base. Il Ministro della guerra Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha anche parlato del progetto di una "riserva attiva" (la Lega non è originale nemmeno in questo) sottolineando che sarà una componente dell'aumento di numero dell'esercito.

Una tale militarizzazione dell’economia polacca non può non accompagnarsi a forti tagli sociali. Tenuto conto di ciò, Washington ha “consigliato” agli europei di finanziare i servizi sociali polacchi. Così, tra il 2007 e il 2013, Varsavia ha ottenuto dalla UE 68 miliardi di euro, pari al 10,5% del bilancio nazionale. Nel dicembre 2020, Bruxelles ha stanziato per la Polonia 171 miliardi di euro; d’altronde, sin dalla sua adesione alla UE, la Polonia è stata il maggior beneficiario del bilancio europeo, ottenendone più di quanto versi in contributi, con un surplus che è già oltre i 160 miliardi di euro. «Washington giocherà sempre la carta russa, ma utilizzerà ogni possibile stratagemma per evitare uno scontro diretto tra Casa Bianca e Cremlino» scrive la polacca Niezale?ny Dziennik Polityczny; e per far ciò «lo Zio Sam provocherà sempre nuovi conflitti. Considerando che la Polonia ha creato le migliori condizioni per l’attuazione delle operazioni militari americane, non potremo evitare il destino dell’Ucraina».

A questo proposito, sarebbe il caso di spendere due parole sui media occidentali che, a sprezzo del ridicolo, hanno accusato Putin per aver detto, nel corso dell’intervista a Tucker Carlson, che nel 1939 la Polonia finì col provocare l’attacco hitleriano, cosa del resto già detta a suo tempo lo storico britannico Basil Liddle-Hart. Ma, per non tediare i lettori, rimandiamo a un pezzo specifico.

Piuttosto, per rimanere al presente, non pare fuor di luogo un breve excursus sull’atteggiamento dei comuni polacchi verso la Russia. Sulla polacca Mysl Polska, Janusz Korwin-Mikke scrive ironicamente che alla domanda chi si debba denazificare dopo l’Ucraina, il russo medio risponderebbe «la Polonia». Eppure, a lungo la Russia è stata considerata un alleato geopolitico. Soldati polacchi erano tra i migliori ufficiali dell'esercito zarista e i russi arrivavano persino «a perdonare i polacchi per l’odio verso i russi»! È noto anche che si parlava del malvagio zarismo, della malvagia Unione Sovietica... e loro «ci invidiavano perché eravamo la baracca più allegra nel campo socialista, ma ci ammiravano».

Poi è successo qualcosa. Quando i terroristi ceceni uccidevano i russi, li assassinavano negli ospedali, rapivano i bambini a Beslan, i polacchi appoggiarono i terroristi «perché sono nemici della Russia». Nel 2008 i russi si precipitarono a difesa dell’Ossetija attaccata da Mikhail Saakašvili nel giorno di apertura delle Olimpiadi di Pechino. Ma i polacchi, scrive Korwin-Mikke, sono sicuri che sia stata la Russia ad attaccare la Georgia: «l’odio per la Russia toglie ai polacchi la capacità di pensare in modo logico… se gli ossetini avessero combattuto contro la Russia, sarebbero stati degli eroi in Polonia, come i ceceni, mentre il fatto che la Russia li abbia aiutati li rende una “nazione di rinnegati”».

È stata quindi la volta di Viktor Jushchenko e Viktor Janukovic in Ucraina: il primo ha innalzato Stepan Bandera a eroe nazionale; il secondo ha annullato quel decreto e la reazione dei polacchi è stata che lo ha fatto su ordine di Mosca. Ai russi non sarebbe mai venuto in mente che la Polonia, a dispetto dei propri interessi, avrebbe sostenuto Jushchenko, che non era solo antirusso, ma anche antipolacco. Ai russi non passava per la mente, dice ancora Korwin-Mikke, che, a causa della Crimea, «i polacchi avrebbero inscenato un’orgia di odio verso la Russia e Vladimir Putin». Ma, immaginiamo che L’vov, con una popolazione composta per l’80% di polacchi, il 12% ebrei e 8% ucraini, ottenga l’autonomia in Ucraina; il Consiglio comunale «dichiara l'indipendenza e chiede l’unione alla Polonia. Il 95% dei polacchi sarebbe a favore, e quel governo polacco che non accettasse l’unione, verrebbe linciato!».

Oggi non resta più nulla «dell’immagine del “pan polacco”», che i russi invidiavano. Oggi i russi «ci trattano come un cane bastardo che, su ordine USA, abbaia a un elefante. È possibile che Vladimir Putin, insultato personalmente dalla Polonia a ogni passo, non cerchi vendetta. Ma l’80% dei russi sarebbe d’accordo se il presidente rimettesse ordine con Polonia e Lituania e forse anche con l’annessione almeno quelle parti di Estonia e Lettonia in cui vive una forte minoranza russa discriminata».

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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