Cosa c'è dietro il violento attacco mediatico al posto fisso

Cosa c'è dietro il violento attacco mediatico al posto fisso

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Ormai è davvero quasi banale doverne stare a discutere, eppure continua ad essere necessario perché la propaganda attorno al mondo del lavoro è così violenta e offensiva dell’intelligenza delle persone da non lasciare letteralmente scampo.

Si muovono tutti insieme, scattano quasi al comando e titolano in pratica contemporaneamente: “Oltre 136 mila in fuga dal «posto fisso»: le grandi dimissioni dei giovani toscani”, Corriere della Sera del 4 giugno; “Al Nord è fuga dal lavoro pubblico. I vincitori rinunciano al posto fisso per non trasferirsi”, PA Magazine del 30.05; “Posto fisso addio, concorsi flop e dimissioni tra i dipendenti pubblici: cosa succede?”, Corriere della Sera del 28.05; "Addio posto fisso, meglio ‘food blogger’", Il Resto del Carlino del 6.06; Posto fisso, perché i giovani lo rifiutano? «Idea vecchia, noi sogniamo la fluidità», Il Messaggero del 3.06; “Perché il posto fisso non basta più”, Il Foglio del 2.06.

Credetemi, sono soltanto alcuni esempi: aprite Google, digitate “posto fisso” e cliccate su notizie. Inquietante, davvero inquietante.

È un’operazione alla quale abbiamo assistito tantissime volte: in prossimità di una ristrutturazione del mercato del lavoro in chiave peggiorativa (ricordiamoci che al governo abbiamo un liquidatore), sempre l’informazione si è adoperata per enfatizzare chiavi di lettura aggressive e nemiche della cultura costituzionale del lavoro. 

E il tentativo è sempre lo stesso: quello di far apparire inadeguato, antistorico e superato, colui il quale prova a proteggere una adeguata sfera di diritti per le persone sui luoghi di lavoro.

In passato si dava eco alle dichiarazioni dei politici per corroborare la narrazione.

Stralciare l’art. 18? «Mah, Vedremo! (…) Voi fate di questo art.18 un simbolo, una bandiera, quasi un moloch!»: era Berlusconi, nel marzo 2002 (e poco più tardi arrivò la Legge Biagi, che introdusse l’interinale a tempo indeterminato, un abominio); «Che monotonia il posto fisso: i giovani si abituino a cambiare!»: era Monti nel 2012 (e poco dopo arrivò la Legge Fornero, uno degli interventi più devastanti in materia di diritto del lavoro, riscrisse tra le tante cose l’art. 18 dello Statuto: è per colpa della legge della professoressa se oggi molti licenziati illegittimamente non hanno diritto a tornare a lavoro); «L'articolo 18 è come il gettone nell'iPhone!»: era Renzi nel 2018 (poco più tardi arrivarono il Decreto Poletti e il Jobs Act, non serve purtroppo commentare quello che fu un vero e proprio distillato di precarietà made in PD); «Ritornare all'articolo 18? Si torna al secolo precedente!»: questa era la dolce Bellanova, quella che si professava come amica dei deboli che lavorano la terra, mentre si affannava a disinnescare un dibattito che voleva provare a discutere il ripristino della reintegra in caso di licenziamento illegittimo.

La regola è sempre stata la stessa: fingere che attraverso la demolizione dei diritti della comunità del lavoro possa rilanciarsi l’occupazione e si possano attrarre capitali. Sapevano benissimo fosse una sciocchezza: ma finché la gente se la beve e i sindacati dormono questi vanno avanti.

E difatti nessuno ha osato rispondere a Visco, il Governatore della Banca D’Italia, che recentemente ha proposto la sua "ricetta": contenimento del debito e dei salari, ovvero la pappa neoliberista che da trent’anni si propina al paese, avvelenandolo.

Però le chiacchiere stanno a zero e quando ti trovi a fare i conti con certi numeri (il fatto che i salari italiani (unico caso in Europa!) siano diminuiti dagli anni ’90 de 3% circa; il fatto che abbiamo il più alto tasso di precarietà mai registrato nella nostra storia con oltre 3 milioni di precari; il fatto che abbiamo contato oltre mille morti sul lavoro nel 2021), diventa complicato argomentare che servono altri interventi sui diritti delle persone. Tanto è vero, che persino Letta (in odore di elezioni), a capo di un partito neoliberista di centro destra che per vent’anni ha fatto finta di essere alternativo a Berlusconi, è arrivato a dire che tocca eliminare gli stage gratuiti. Non si rendono nemmeno conto della contraddizione interna alla loro narrazione: la gente mollerebbe il posto fisso retribuito e, al contempo, accetterebbe lo stage gratuito.

Che qualcuno ad ogni modo scappi da certi inferni e si dimetta mollando il posto fisso non è da escludersi categoricamente, per carità, ma resta il fatto che moltissimi altri accettano di lavorare gratis per mesi nella speranza di un posto di lavoro e che la disoccupazione giovanile, soprattutto al Sud, ha raggiunto tassi semplicemente spaventosi (l’Italia è l’unico paese europeo dove lo stock di disoccupati dal 2012 è rimasto immutato, 2 milioni 360 mila circa, mentre quello europeo nel complesso si è dimezzato. Escluse le isole, al sud abbiamo più disoccupati di quanti ve ne siano in tutta la Germania. E sono numeri che non tengono conto degli inoccupati: coloro i quali hanno proprio smesso di cercarlo un lavoro). E, difatti, che cosa ti dicono in quegli stessi articoli citati all’inizio? Che spesso chi molla il posto guadagnava poco più di mille euro al mese e doveva pagare l’affitto di casa 900: questo però te lo scrivono nel corpo del pezzo, consapevoli del fatto che nella stragrande maggioranza dei casi la gente legge solo i titoli.

Però ci provano, politici e giornalisti da strapazzo, e pure qualche star televisiva e la buttano sul piano della “rivoluzione culturale”: parlano di fancazzisti che preferiscono il reddito di cittadinanza (ne ho scritto di recente e non mi soffermo su questa buffonata), oppure di giovani vanesi che vogliono un mondo del lavoro fluido e meno palloso.

E allora, anche a questi giovani (io ne conosco molti che si sono fatti letteralmente il mazzo per trovare un posto a poche centinaia di euro al mese) io risponderei con le parole di Calenda, un altro neoliberista pentito a fasi alterne (come Letta), che disse una cosa molto interessante: «i liberaldemocratici, i liberisti ideologici, rispondevano […] con una delle più grandi cazzate che si siano sentite nella storia, cioè che non si devono salvaguardare i posti di lavoro, ma si deve salvaguardare il lavoro. La cosa sarebbe in questi termini: “caro operaio […], tu perdi il posto di lavoro, c’hai cinquant’anni, io non te lo salvo il tuo posto di lavoro però, tenendo le tasse basse si svilupperà per esempio l’economia delle app, dove tu potrai andare a lavorare”. Un operaio che fabbrica compressori va a lavorare in questa roba qua. Queste cose noi le abbiamo scritte, io le ho sostenute, e noi liberali le abbiamo scritte sui giornali per trent’anni! E poi vi chiedete perché quelli votano i sovranisti? Ma viene voglia a me di votare i sovranisti! […] E se questa roba di parlare dei fenomeni complessi - come innovazione tecnologica e globalizzazione, come se fossero interamente positivi perché non hanno mai un pezzo che deve essere gestito perché crea dei disagi – non ci passa, veniamo spazzati via. […] Io ho per trent’anni ripetuto tutte le banalità che si sono ripetute nel liberismo ideologico. […] Quando Giavazzi e Alesina scrivevano sul Corriere “non salvaguardare i posti di lavoro, ma salvaguardare il lavoro”, io dicevo “oh che ficata!”, poi […] ho capito che era una gran cacchiata».

E questo è quanto.

 

*

Ho scritto “Contro lo smart working”, Laterza 2021 (https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858144442) e “Pretendi il lavoro! L'alienazione ai tempi degli algoritmi”, GOG 2019 (https://www.gogedizioni.it/prodotto/pretendi-il-lavoro/)

Savino Balzano

Savino Balzano

Savino Balzano, nato a Cerignola nel 1987, ha studiato Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Perugia. Autore di "Contro lo Smart Working" (Laterza, 2021) e di "Pretendi il Lavoro! L'alienazione ai tempi degli algoritmi" (GOG, 2019). Sindacalista, si occupa di diritto del lavoro, collabora con diverse riviste.

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