Dalla IBM alla GIG economy: Tutti i modi per dividere i lavoratori 

Dalla IBM alla GIG economy: Tutti i modi per dividere i lavoratori 

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Nei primi anni Settanta, dopo un’esperienza di lotta sindacale nella multinazionale americana di cui ero dipendente (la 3M Minnesota), mi fu offerta la possibilità di divenire funzionario dei metalmeccanici, con l’incarico di seguire i settori a prevalente composizione tecnico impiegatizia. Per un giovane (23 anni), era una incredibile opportunità, sia di fare nuove esperienze, sia di valutare il potenziale conflittuale degli strati medio alti della classe lavoratrice che, in quegli anni (sull’onda delle lotte studentesche e operaie del 68/69), sembrava in crescita. Quindi, dopo qualche  esitazione dettata da scrupoli ideologici (militavo nel Gruppo Gramsci, una delle formazioni della sinistra extraparlamentare duramente critiche nei confronti delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio) decisi di accettare. I compagni di organizzazione condivisero la mia scelta, anche perché la proposta veniva dalla FIM di Milano che, a quei tempi, rappresentava – malgrado l’affiliazione confederale alla CISL - la punta più avanzata del movimento sindacale “ufficiale”, tanto sul piano rivendicativo (aumenti uguali per tutti) quanto sul piano organizzativo (appoggio all’organizzazione operaia di base fondata sui delegati di reparto - Quam mutatus ab illo !). 
Seguirono tre anni di preziose esperienze di lotta (sia pure soggette ai limiti di uno di strato di classe restio, per mentalità e cultura, a condividere le velleità antagoniste dell’operaio comune) che mi consentirono di allungare lo sguardo verso quell’imminente futuro di ristrutturazioni tecnico-organizzative che – assieme ai processi di finanziarizzazione e delocalizzazione produttiva – avrebbero consentito al capitale di sbaragliare il nemico di classe. In particolare, fu in tal senso decisiva la possibilità di studiare i modelli  di organizzazione del lavoro, di gestione del personale e di politiche commerciali di un colosso come la IBM, allora dominatore incontrastato del mercato mondiale dell’informatica. Non appena fui in grado (grazie a una serie di documenti interni messi a disposizione da alcuni dipendenti) di analizzare le politiche aziendali del Moloch, rimasi affascinato e terrorizzato al tempo stesso dalla maligna genialità di certe strategie. L’IBM anticipava infatti di trent’anni politiche che oggi, dopo l’esplosione di Internet e  della New Economy, appaiono scontate. 


Mi limito qui a elencare le più significative: l’impresa contava allora più 300.000 dipendenti in decine di filiali sparse per il mondo e interconnesse attraverso un’efficiente rete interna; molte di queste filiali erano “doppioni” che sfruttavano solo una parte della loro capacità produttiva, ma che erano pronte a riempire gli eventuali “buchi” causati dal fatto che una qualche filiale gemella fosse bloccata da scioperi, guerre, rivoluzioni o catastrofi naturali. Tutte le nostre rivendicazioni (mutuate sul modello di quelle della forza lavoro fordista) ottenevano l’appoggio - moderato – dei soli strati inferiori (perforatrici, segretarie, magazzinieri, addetti all’assistenza clienti, ecc.) della forza lavoro, mentre venivano snobbate dalla “pancia” (maggioritaria) degli strati medio alti (manager esclusi), fatta di analisti dei sistemi, programmatori, ingegneri, venditori, amministrativi, addetti alla comunicazione e al marketing, ecc. Una massa letteralmente “nebulizzata” in una serie di posizioni (salariali e di carriera) altamente individualizzate, che rispecchiavano un “punteggio” fondato su un’ampia gamma di parametri (adesione agli obiettivi aziendali, spirito cooperativo, flessibilità, rispetto delle gerarchie, ecc.). Questa sofisticata architettura nascondeva il bastone del comando sotto una panoplia di carote in cui i fattori di “riconoscimento” prevalevano sugli incentivi materiali. In questo modo ogni dipendente poteva illudersi di occupare una posizione singolare nell’organigramma aziendale e di svolgere, in relativa autonomia, un ruolo importante, oltre che creativo e appagante, per la comunità (anche se suscitò un certo clamore un documento redatto dal sindacato interno in cui si mostrava come dietro questa “individualizzazione” si celasse la realtà di un inquadramento rigido e predeterminato, e il sistematico intento di mettere in competizione i lavoratori, sia come singoli, sia come gruppi professionali). 

Ma quello che più mi impressionò fu la politica commerciale. La IBM non vendeva computer, vendeva un modello organizzativo. Non solo perché i proventi derivanti dalla consulenza ai clienti (a partire dalla manutenzione e implementazione del software) rappresentavano una quota significativa dei profitti, ma anche e soprattutto perché le imprese che acquistavano i prodotti IBM finivano per adottarne le strategie, i valori, la “filosofia”, tanto sul piano degli organigrammi interni, quanto su quello delle politiche commerciali. In questo modo, la IBM contribuì notevolmente a creare quell’ambiente produttivo, sociale e culturale che, nei decenni successivi, avrebbe favorito i processi di delocalizzazione, terziarizzazione del lavoro, “smaterializzazione” del prodotto, ecc. Modelli che le ondate successive della rivoluzione digitale, a partire dall’esplosione del Web, avrebbero perfezionato e generalizzato (ridimensionando il ruolo dei giganti dell’hardware come IBM a favore di quelli del software, come Microsoft, del design industriale, come Apple, dei motori di ricerca, come Google, dell’e.commerce come Amazon e dei social, come Facebook).

Fino alla fine dei Settanta (e ben oltre), la consapevolezza dell’impatto che le nuove tecnologie avrebbero avuto sull’organizzazione del lavoro, sulla composizione di classe e sui livelli di combattività della classe lavoratrice rimase tuttavia piuttosto scarsa. Tanto che un mio libretto (Fine del valore d’uso) uscito da Feltrinelli nel 1980, nel quale prevedevo un radicale ridimensionamento del peso delle tute blu a fronte della crescita esponenziale del lavoro terziario nelle grandi imprese dei centri metropolitani, mentre la produzione materiale si sarebbe spostata verso le aree periferiche a basso costo del lavoro (processo reso possibile dalle tecnologie informatiche che consentono appunto di decentrare le mansioni esecutive concentrando le funzioni di controllo, progettazione e comando), fu accolto con scherno (e adesso ci vengono a raccontare che la classe operaia sta per sparire, scrisse un recensore di cui non ricordo il nome sulle pagine del Manifesto). 

Del resto, l’interesse delle sinistre, a fronte del riflusso delle lotte operaie culminato con la marcia dei quarantamila quadri Fiat del 1980, si era ormai allontanato dal mondo della produzione, spostandosi sui ceti medi emergenti (da parte dei socialdemocratici), oppure (da parte delle sinistre radicali) sul cosiddetto “operaio sociale” – un mix di strati giovanili, marginali e periferici che scaricavano rabbia e frustrazione in scontri violenti con le forze dell’ordine e coltivavano velleitari progetti insurrezionali – mentre veniva progressivamente affermandosi il mito del lavoro autonomo, visto non come un ripiego di fronte all’espulsione di forza lavoro causata dalla ristrutturazione tecnologica, bensì come “libera scelta”, rifiuto dell’alienazione e della subordinazione gerarchica legate al lavoro dipendente nelle grandi fabbriche (mito che, non molto dopo, sarebbe tornato utile alle élite neoliberali per alimentare l’ideologia dell’imprenditore di se stesso). 

Con la rivoluzione digitale e gli anni Novanta abbiamo assistito a un potente ritorno di attenzione sul rapporto fra innovazione tecnologica e lotta di classe. Purtroppo nella gran parte dei casi questa attenzione è coincisa con l’esaltazione acritica del presunto potenziale emancipativo delle nuove tecnologie. Prima vennero i miti della cultura hacker che, mentre creava la cassetta degli attrezzi che sarebbe servita ai vari Bill Gates, Steve Jobs, Sergej Brin, Jeff Bezos, Zuckerberg e soci per costruire in tempi brevissimi i loro imperi monopolistici, alimentava i sogni sull’imminente avvento di una società democratica, “orizzontale”, fondata su una rete di libere comunità autogestite, cosmopolite, emancipate dai vincoli del potere politico e delle sue regole (ma senza mettere in discussione le basi del sistema capitalista: l’iniziativa privata e il libero mercato restavano dogmi indiscussi, per cui questa ideologia è stata giustamente definita come una sorta di anarco-capitalismo). A seguire è subentrata la versione post operaista del sogno hacker:  i lavoratori della conoscenza (le classi creative in altre versioni) vennero battezzati come la nuova avanguardia rivoluzionaria, pronta a raccogliere il testimone delle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta. Queste teorie, incapaci di analisi critica nei confronti del contenuto di classe della tecnica in generale e delle tecnologie digitali in particolare (il rapido progresso tecnologico vi veniva descritto come un fattore sostanzialmente “neutro”, senza mettere in conto i condizionamenti economici, sociali e culturali che ne sovradeterminano percorsi e sviluppi, dogmaticamente assimilato al marxiano sviluppo delle forze produttive quale presupposto necessario – ma non sufficiente, se avessero assimilato il pensiero del maestro – del balzo evolutivo verso un superiore livello di civiltà), hanno partorito un’utopia che attribuisce ai knowledge workers non solo le competenze, ma anche la consapevolezza di possederle e la volontà di sfruttarle per sottrarre al comando capitalistico il controllo sulla produzione e sulla riproduzione sociali, controllo destinato a passare nelle mani delle loro comunità autonome senza dover transitare da perigliosi assalti al potere politico (destinato a dissolversi assieme a quello della classe capitalista: Stato e mercato aboliti in un colpo solo!).

Alla fine del primo decennio del Duemila tutte queste utopie erano state spazzate via da due crisi (prima quella dei titoli tecnologici poi quella generale) che hanno accelerato esponenzialmente il processo di concentrazione monopolistica dei settori high tech, spegnendo, nel contempo, le aspettative in merito al presunto potenziale emancipativo e democratizzante della Rete. In un libro del 2011 (Felici e sfruttati, Egea) ho cercato di descrivere le molteplici modalità di attacco ai rapporti di forza delle classi lavoratrici rese possibili dalla pervasiva colonizzazione dell’ambiente digitale nei confronti della totalità delle relazioni sociali, politiche ed economiche. La vera novità rispetto alla filosofia IBM sopra descritta, consiste infatti nel fatto che non si tratta più di modellare solo o principalmente organizzazioni aziendali e relazioni industriali, bensì di ridisegnare ritmi e stili di vita, identità individuali e collettive, bisogni, desideri e aspirazioni, rapporto fra tempo libero e tempo di lavoro, ecc. Fra le altre cose, tentavo di mettere in luce: la messa al lavoro degli utenti-consumatori, mobilitati per generare la valanga dei big data (materia prima dei modelli di business delle Internet Company) in cambio dell’illusione di poter accedere a illimitate e gratuite occasioni di riconoscimento e autogratificazione (di qui il titolo felici e sfruttati); la separazione fra uno strato privilegiato di tecnici e la massa  della forza lavoro, con i primi deputati (come gli ingegneri tempi e metodi d’antan) a organizzare il tempo di vita e di lavoro (sempre meno reciprocamente distinguibili) dei secondi per esaltarne la produttività (una sorta di taylorismo digitale); una individualizzazione ancora più spinta dei lavoratori attraverso la creazione di complesse catene del valore che scendono fino agli schiavi della gig economy (autisti Uber, runner delle società di Delivery, addetti ai call center ecc.). Il tutto senza che non esista più, apparentemente, alcuna possibilità di attivare relazioni indipendenti e dirette fra le disiecta membra di questo corpo di classe, ormai riconoscibile come tale solo dai centri di comando che ne coordinano dall’alto e da fuori le interazioni. 


Eppure qualcosa – sia pure faticosamente – sembra si stia muovendo per tentare una ricomposizione degli interessi di classe. In un’intervista a “Città Futura”  https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/tech-workers-coalition-%e2%80%93-sezione-italiana un portavoce dell’appena nata sezione italiana della Tech Workers Coalition (un movimento sindacale internazionale dei lavoratori del settore tecnologico nato cinque anni fa) dichiara: <<Twc agisce per unificare le rivendicazioni di lavoratrici e lavoratori di settori molto differenti, si cerca di tendere quel filo rosso che unisce due sistemi: il primo è quello che oso chiamare “filiera tecnologica”, composta sia da quelli che partecipano direttamente alla produzione di tecnologia, come programmatrici, ingeneri, sistemiste, analisti, grafici (…) sia da chi vi partecipa indirettamente, come magazzinieri, personale di cucina, personale di servizio, minatori del silicio, ecc. Il secondo si riferisce invece a tutti quelli che utilizzano ciò che viene generato dal settore ICT, ai lavoratori che si trovano alla fine della catena di produzione, coloro che sono passati da usare uno strumento tecnologico per produrre, o addirittura emanciparsi, e che ora ne sono succubi, come rider, operatrici di call center e tutte le altre figure della gig economy>>. 

Mi sembra una buona notizia, perché a prescindere dal successo (che spero significativo) di questa difficile impresa, credo si tratti di un segnale che va nella giusta direzione. A mano a mano che le vecchie strutture sindacali dimostrano la loro scarsa capacità (per tacere della volontà) di adattarsi alle mutazioni della composizione della forza lavoro per meglio promuoverne gli interessi, occorre infatti inventare qualcosa di radicalmente nuovo (o forse di antico, visto che certe nuove esperienze associative somigliano a quelle dei primordi del movimento operaio, quando le aggregazioni per settore produttivo erano ancora di là da venire e le organizzazioni cooperative e mutualistiche tentavano di aggregare i frammenti dispersi di un proletariato in formazione). Tempo fa si era parlato di “sindacato sociale”. Personalmente credo piuttosto che la logica debba essere quella di costruire, per dirla con Gramsci, una sorta di blocco sociale. Con la differenza che con questo concetto Gramsci alludeva alla costruzione di alleanze di classe sotto l’egemonia del proletariato e del suo partito, mentre oggi, in assenza di un partito e in presenza di una classe profondamente frammentata, credo che costruire il blocco sociale voglia dire – assai prima che ragionare di alleanze fra classi, che mi pare compito di una fase ben più avanzata dell’attuale – in primo luogo ri-costruire l’unità di classe. Progetti come quello della Twc possono rappresentare un primo passo in tale direzione. Senza dimenticare che occorrerà poi saldare spezzoni assai più ampi, dai dipendenti pubblici ai settori industriali meno direttamente coinvolti dall’high tech, all’enorme massa dei servizi “arretrati” (turismo, intrattenimento, ristorazione, servizi di cura alle persone, ecc.). Il tutto tentando nel contempo di rompere le barriere generazionali, etniche, di genere, ecc. che il neoliberalismo sta sfruttando con grande maestria. Ma qui il discorso travalica l’ambito sindacale e rinvia al compito di ricostruire un partito di massa dei lavoratori.  
  

Carlo Formenti

Carlo Formenti

Giornalista, professore e ricercatore in pensione. Autore di "Il socialismo è morto. Viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista" (Meltemi, 2019)

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