Francesco Erspamer - "Perché in un regime neoliberista è inutile informarsi"

Francesco Erspamer - "Perché in un regime neoliberista è inutile informarsi"

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La guerra in Ucraina mi ha allontanato dai giornali, che ormai non fanno che amplificare le veline passate loro dal Pentagono tramite CNN o il New York Times, senza alcuno spazio per dubbi: gott mit uns (lo scrivo minuscolo perché si tratta del dio mercato) per cui chi si oppone alla crociata è un infedele e potenziale terrorista o, peggio, una minaccia all'edonismo obbligatorio e al consumismo compulsivo (di prodotti ma anche di idee, comportamenti, valori) che costituiscono ormai gli unici scopi esistenziali di milioni di italiani privi di memoria e di un senso di appartenenza a qualcosa (famiglia, comunità, Chiesa, Stato, patria, tutte indebolite da radicali e liberal) che trascenda la loro individualità.

Da tempo purtroppo mi sono accorto che è inutile informarsi: in un regime neoliberista verificare ed eventualmente contestare i «fatti» spacciati dall’apparato mediatico è vano; non perché non sia possibile dimostrarne, alla fine, l’eventuale mendacità, ma perché quando faticosamente ci si riesca, nel frattempo quei fatti già non contano più nulla per nessuno: il culto della novità e la pratica dell’innovazione continua, rapidissima e fine a sé stessa, ha come effetto l’oblio del passato, incluso quello recente, cancellato ancor prima che diventi passato da nuove pressanti novità che, sia pure per poche ore, assorbono tutta l’attenzione, peraltro scarsissima grazie a un sistematico addestramento, anche scolastico, alla superficialità.

La gente vive di «breaking news» (anglicismo e concetto importato dagli Stati Uniti), ossia di fatti che durano al massimo pochi giorni, poi vengono rimossi e non ha più alcuna importanza che fossero stati veri o falsi; come quando il mondo si indignò per le armi di distruzioni di massa del cattivo Saddam e diede mandato all’invincibile armada dei paesi democratici e politicamente corretti di distruggerlo; ma quando poi si scoprì che quelle armi non c’erano, si indignarono in pochissimi: per gli altri gli eventi di qualche mese prima erano altrettanto remoti e indifferenti delle guerre puniche. Tant’è che gli Stati Uniti non hanno perso un briciolo della loro credibilità e possono ripetere il giochetto accusando la Russia di avere armi di distruzione di massa in Ucraina.

E allora? E allora occorre ricostruire (ci vorranno decenni) le basi sociali e culturali che rendano di nuovo possibili le discussioni e valutazioni dei fatti: a cominciare da leggi che proibiscano le concentrazioni editoriali, che pongano drastici tetti alla pubblicità e dunque alla connivenza di potere finanziario e potere mediatico, che restituiscano alla scuola una funzione di educazione del cittadino e non di preparazione della mano d’opera gradita alle multinazionali per arricchirsi e rafforzare i loro monopoli. Nel frattempo, accettare che la politica si occupi prevalentemente di fatti (ossia di ciò che i media definiscono tali) è un errore; bisogna piuttosto analizzare gli ideali, gli obiettivi, i metodi, e appassionarsi per essi. Pensate che siano facilmente manipolabili? Molto meno dei fatti. Io per esempio vorrei una società socialista, in cui i ricchi siano tassati a sangue e le multinazionali ancora di più; in cui invece che di diritti individuali (incluso quello di drogarsi con la scusa della libertà d’espressione) si parli di diritti collettivi e anche di doveri, ossia di valori condivisi; in cui i settori essenziali (sanità, istruzione, trasporti, difesa, ordine pubblico e in misura significativa l’informazione) siano gestiti direttamente dallo Stato e non da miliardari generalmente americani. Mica pretendo che la pensiate come me e so bene che pochi lo fanno ma mi piacerebbe che l’accordo e il dissenso si fondassero sulle priorità assegnate ai principii e ai propositi, non sulla pretesa di sapere cosa sia «oggettivamente» giusto o sbagliato, meglio o peggio, vero o falso.

Francesco Erspamer

Francesco Erspamer

 

Professore di studi italiani e romanzi a Harvard; in precedenza ha insegnato alla II Università di Roma e alla New York University, e come visiting professor alla Arizona State University, alla University of Toronto, a UCLA, a Johns Hopkins e a McGill

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