Giulietto Chiesa, un uomo contro

Giulietto Chiesa, un uomo contro

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di Lorenzo Ferrazzano


 

Oggi è un giorno molto triste. È morto Giulietto Chiesa. Nel 1980 Berlinguer lo scelse come corrispondente dall'Unione Sovietica per l'Unità, e lui accettò. Doveva lavorare a Mosca pochi mesi, ci restò vent'anni.


Vide con i suoi occhi la tragedia della perestrojka e il crollo dell'Urss; raccontò questi eventi sempre con pieno coinvolgimento emotivo, consapevole di essere testimone della Storia, e mai trasudando quell'orrendo carrierismo tipico del "grande" giornalismo accreditato.


Prima di essere un giornalista, Giulietto era soprattutto un uomo contro. Contro la buona educazione di facciata, così importante per guadagnarsi uno spazio come opinionista televisivo, ma del tutto inutile per smuovere le coscienze.


Contro l'arrivismo di molti, troppi colleghi, macchiati di insolenza e di arroganza. Contro ogni scorciatoia politicamente corretta utile per farsi considerare "accettabile" negli ambienti prezzolati dei salotti televisivi e delle grandi redazioni, di cui pure aveva fatto parte. Contro la guerra soprattutto. Contro tutte le guerre di sempre e dei nostri giorni.


Non eravamo d'accordo su tutto. Spesso, denunciando i crimini delle democrazie occidentali, da altri taciuti o addirittura incoraggiati, si spingeva verso una difesa aprioristica della Russia che oscurava molte delle attuali criticità di questo Paese. Ma Giulietto ha sempre scritto in piena indipendenza e senza condizionamenti politici, perché era un uomo libero.


Eppure gli devo tutto. Se mi sono avvicinato a questo mondo è perché, mentre molti mi sconsigliavano di intraprendere la strada del giornalismo, lui - chiamandomi "caro amico" - mi incoraggiava ad andare avanti, senza farmi intimorire dalla violenza di questo ambiente spietato.


Era instancabile. Rispondeva ad ogni mia domanda, concedendomi il suo tempo senza chiedere mai nulla in cambio. Aveva sempre parole incendiarie per me. Sapeva di ricoprire un ruolo, di essere un punto di riferimento per migliaia di persone. E non si tirava mai indietro davanti alle loro domande, anche quando queste sembravano ostili e provocatorie.


Se non avessi conosciuto Giulietto in questi giorni non sarei stato qui a scrivere. Non mi sarei mai laureato con una tesi sulla guerra civile ucraina, non avrei mai conosciuto le Lettere dalla Russia del marchese de Custine, così importanti non solo per la mia formazione ma per la mia stessa vita.


Non avrei mai saputo nulla di quello spazio immenso che è l'ex Unione Sovietica, io che come tutti ero convinto che il centro del mondo fosse quel piccolo promontorio dell'Asia che si chiama Europa. Non mi sarei mai e poi mai avvicinato allo studio del russo e alla scrittura. Perché a volte, quando gli mandavo i miei articoli, non mi sentivo soddisfatto finché lui non mi rispondesse con almeno un "condivido". E così andavo avanti con le mie ricerche.


Giulietto se n'è andato in questi giorni difficili per tutti. Fino all'ultimo aveva portato avanti il suo progetto titanico, Pandora Tv, nonostante le difficoltà materiali. Si poteva non essere d'accordo con tutto quello che diceva, ma la sua onestà e la sua indipendenza continueranno a fare di lui, anche ora che non c'è più, una guida per tutti i suoi lettori.


L'ultima volta che si siamo scritti mi disse, a proposito dei miei studi e della mia attività:«Il "che fare" tu lo conosci, come me. Non arrendersi, continuare a resistere, diffondere sapere, consapevolezza, in fondo anche amore del prossimo». Ciao caro Giulietto, grazie di tutto. 


 

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