Iran: dalle "mobilitazioni sociali" alla fase armata diretta

Iran: dalle "mobilitazioni sociali" alla fase armata diretta

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da Resumen Medio Oriente, 29 novembre 2022. Fonte: Mision Verdad. Versione italiana a cura di Fosco Giannini, direttore di "Cumpanis".             

                              

"L'inizio delle proteste con il pretesto della giovane Mahsa Amini è partito quasi in contemporanea all'ingresso ufficiale dell'Iran nello Shanghai Cooperation Council, che diverrà progressivamente uno dei nodi fondamentali della Belt and Road Initiative, in particolare con il North South International Transport Corridor. E ciò avverrà quando l'Iran diventerà, con il suo grande peso, un soggetto in ascesa e determinante all'interno del multipolarismo".

Da metà settembre la Repubblica islamica dell'Iran è stata sottoposta ad un nuovo ciclo di destabilizzazioni. La morte, il 16 di quel mese, della giovane curdo-iraniana Mahsa Amini (22 anni) è stato il punto di partenza. Amini, che era stata brevemente arrestata dalla polizia morale il 13 settembre per non aver indossato correttamente l'hijab, crolla in una stazione di polizia,  morendo dopo tre giorni .

Le immagini delle telecamere a circuito chiuso riprendono il momento in cui la giovane cade a terra improvvisamente e senza visibile coercizione della polizia, mentre sta per ricevere un corso sul codice di abbigliamento islamico. Ma prima che la polizia rendesse pubbliche queste immagini (e il governo ordinasse un'indagine), era già cominciata a circolare la voce che la giovane fosse morta per un ictus, in seguito alle percosse ricevute in questura.

La ragazza aveva avuto diversi, precedenti, problemi di salute: nel 2006 aveva subito un intervento al cervello; l'archivio audiovisivo mostra che non accade nulla di straordinario prima del crollo, che non c'è  alcun contatto fisico tra i funzionari e la giovane, che muore di ipossia cerebrale e di infarto, dopo aver trascorso quasi tre giorni in coma.

La notizia,  inizialmente riportata dal quotidiano riformista  Shargh, viene rapidamente ripresa da gruppi "per i diritti umani" e agenzie di informazione curde che avviano un tam tam poi all'infinito replicato sui media internazionali. Il lungo tragitto informatico cambia mano a mano la cronaca dei fatti, che sfocerà infine, consolidandosi, in una nuova "verità": la giovane Amini è morta a seguito delle aggressioni fisiche perpetrate dal regime, nel quadro generale delle "schiave del regime islamico".

Due fattori mediatici hanno visibilmente portato al salto di qualità dal nazionale al globale, meccanismo tipico del sistema comunicativo occidentale precostituito: da un lato, il "monitoraggio" degli eventi che l'"attivista" del Dipartimento di Stato Masih Alinejad (che poi avrebbe continuato a raccontare i fatti da lui interpretati sul suo sito personale) porta avanti sulla scorta della versione già adulterata dell'evento, dall'altro l'ingresso nella tweetsphere dell'ex calciatore, con sede negli Emirati, Ali Karimi, che inizia a lanciare account di nuova creazione volti a replicare la "notizia" e tag come # OpIran,  tra gli altri, attaverso i quali è amplificata quella versione largamente modificata degli eventi che stava già circolando nel sistema mediatico anti-repubblica islamica.

Sulla base di un evento riconosciuto tragico da tutte le parti indistintamente, sono stati lanciati un gran numero di dispositivi ben oliati e organizzati, con ramificazioni e riscontri all'estero. Subito dopo, la rappresentazione del conflitto è passata dalla denuncia della morte della giovane Amini  allo schema liberale delle  proteste “anti-hijab”, per la “democrazia” e, sfruttando le sue attuali difficoltà socioeconomiche, contro il sistema islamico

E mentre all'estero si enfatizzava la versione tagliata su misura di una lotta per la "libertà" e contro l'oppressione, presentando le manifestazioni come "pacifiche", in numerose città del Paese si cominciava ad assistere a rivolte, violenze armate, attentati contro persone e beni pubblici (solo nella prima settimana i “manifestanti” hanno distrutto 61 ambulanze), attacchi contro istituzioni religiose e governative, omicidi e linciaggi contro le forze di sicurezza: ovunque azioni terroristiche.

Fino ad ora, due momenti, due ondate possono essere distinte con sufficiente precisione in questo ciclo. La prima, in diretta reazione al caso Amini, nella quale visibilmente, sulle altre azioni, predominava la forma delle "manifestazioni pacifiche" che offuscavano il resto degli eventi ultraviolenti, protrattisi dal 16 settembre a metà ottobre.

Una seconda ondata, più esplicitamente terroristica, armata e di violenza ancora più indiscriminata, il cui inizio potremmo datare dal 26 ottobre, quando un uomo armato apre il fuoco  su pellegrini e parrocchiani, uccidendo 15 persone e ferendone più di 40, nel tempio di Shah Cheragh, nella città di Shiraz, nella provincia di Fars. Oltre ciò, le notizie ci hanno anche  parlato di un piano che le forze di sicurezza hanno sventato: una serie di attentati dinamitardi  simultanei che doveva colpire  contemporaneamente diverse città.

Viene così alla luce la classica sequenza di un processo di destabilizzazione sotto il consueto codice di un'ennesima rivoluzione colorata, un format ripetuto fino alla nausea e allo sfinimento: le "mobilitazioni" della "società civile" che  danno copertura "morale" al piano di destabilizzazione. Un  piano che ha chiaramnete come obiettivo strategico il cambio di regime, cambio per il quale si passa alla fase armata diretta. Anche se tutto ciò non sembra affatto raggiungere gli obiettivi di mettere sotto scacco il governo e la società iraniana.

Come spesso accade, lo stesso apparato mediatico e di Rete occidentale che dà vita alla storia confezionata su precetti liberali, è costretto a nascondere e/o negare l'esistenza delle grandi manifestazioni, contromarce e presenze massicce ai funerali in onore dei martiri a difesa del Paese e del governo, che si sono succedute anche contemporaneamente alle manifestazioni da "rivoluzione arancione" dirette al cambio di regime.

La massima architettura del lavoro mediatico: il laboratorio narrativo

La manipolazione dei fatti in funzione dell'attacco ai poteri politici non subordinati è stata sempre una componente essenziale della lotta delle forze occidentali, ma non per questo la dimensione, l'ampiezza e la portata di questa manipolazione contro l'Iran, che ecccede di gran lunga i parametri consueti, cessa di sorprenderci. Stanno entrando in  gioco, in Iran, le componenti più filo occidentali, che senza dubbio vengono  sostenute negli aspetti logistici, finanziari e operativi dagli stessi attori di sempre: Stati Uniti, Regno Unito, monarchie del Golfo Persico, Arabia Saudita e i Paesi dell'Unione Europea.

Masih Alinejad, "attivista" iraniana in esilio, giornalista totalmente filo occidentale, nota per il suo aspetto appariscente, per la sua lunga e costante demonizzazione dell'hijab e protetta dal Dipartimento di Stato Usa (nonostante le critiche per la sua vicinanza all'amministrazione Trump), è stata una figura di spicco, sin dalla prima ora, nell'enfatizzare e dirigere la narrativa del cambio di regime. Il suo "follow-up", basato su di un'apparato di fonti fornite dagli Usa, ha messo in piedi, accelerato ed ingigantito, la versione della morte di Amini come crimine di Stato, leggendola solo attraverso il catechismo "femminista" della morale consumistica occidentale.

Residente negli Stati Uniti, domiciliata in una casa sicura dell'FBI, Alinejad, "corrispondente" di Voice of America Persia, è stata destinataria  di ingenti finanziamenti dell'Agenzia statunitense per i media globali, e ciò  per oltre mezzo milione di dollari. Nel tempo, Alinejad è divenuta una figura di spicco nel legittimare qualsiasi azione contro la Repubblica islamica, divenendo una potente promotrice delle sanzioni economiche, tra le principali fonti di difficoltà nella vita quotidiana della nazione persiana. Ritratta con figure dalla "statura morale" di Mike Pompeo, Alinejad pubblica anche "articoli" promossi, tra gli altri, dalla stessa NED, (National  Endowment for Demoracy, agenzia statunitense fondata nel 1983 per "promuovere la democrazia all'estero", n.d.r.). Alinejad (curiosità: nel 2020 Alinejad aveva follemente "denunciato" un presunto piano di rapimento in cui operatori della Guardia rivoluzionaria iraniana l'avrebbero rapita, per poi trasferirla via mare in Venezuela, altro Paese sotto attacco USA)  è oggi una delle principali "emittenti" della falsa narrazione occidentale contro l'Iran, un'eroina dell'universo mediatico occidentale. Anche sulla scorta dei suoi "racconti", utilizzando anche la sua manipolazione,  la Casa Bianca  ha preso ufficialmente "posizione", condannando il governo iraniano e sostenendo le manifestazioni del 3 ottobre contro il regime iraniano.

I cinque media principali e il loro ecosistema

Al  centro del casting, della proiezione narrativa anti iraniana e filo americana  ci sono il  servizio persiano della BBC,  Voice of America,  Manoto TV  (con sede a Londra),  Iran International  (anch'esso con sede nel Regno Unito e finanziato dal regno saudita) e  Radio Farda  (il braccio di  Radio Free Asia , operante da Praga). Questo "fronte mediatico" internazionale è quello che è stato incaricato di costruire e poi propagare la notizia madre anti iraniana, poi replicata all'infinito dal mainstream globale, che sulla scorta del primo servizio reso dai 5 media principali raccoglie e poi amplifica anche le “informazioni”, i reportage dei media minori e “alternativi” di ONG (prevalentemente curde),  come  Dariche News  e  Fahim News  sul piano “giornalistico”, o organizzazioni  di “diritti umani” come  HANA  e il  Abdorrahman Boroumand Center, destinatari, tra gli altri, dei 631.500 dollari che  il NED ha fornito a queste organizzazioni nel 2021. Secondo l'agenzia Fars, i cinque media di cui sopra sono stati responsabili della diffusione di almeno 38.000 notizie false sull'Iran tra il 14 settembre e il 16 ottobre 2022 (nel contesto della prima ondata anti regime, nella prima ondata della rivoluzione arancione filo americana).

Tecnologia, operazioni psicologiche e viralizzazione

Di per sé, in un tempo di poca lettura e di vocazione all'effimero in materia di informazione, si sa, il peso dei social network può essere anche maggiore di quello dei gruppi “generatori di informazioni”. La diffusione e la creazione di un patto di verosimiglianza basato su una gamma diversificata di fonti e account su Instagram, Twitter, Facebook, YouTube e Telegram (principalmente) è un altro attributo centrale dell'ecosistema narrativo.

Il Comando Centrale (CENTCOM), la divisione del Pentagono che opera in Asia occidentale, Asia centrale, Asia meridionale e Nord Africa, ha recentemente condotto un audit basato su una ricerca del think tank dei social media Graphika e dell'Osservatorio Internet della Stanford University dove è delineato il lavoro di operazioni psicologiche svolte da bot e troll creati da CENTCOM e dove si conferma l'utilizzo di un numero enorme di  cluster  preposti al compito di diffusione, replica, certificazione e consolidamento delle informazioni di base emesse dalle «agenzie di stampa» legate al  mainstream: un riciclaggio perpetuo. Azioni informative che coprono un ampio spettro di destinatari segmentati, nell'ambito dei poteri del CENTCOM, che include l'Iran. Falsi account e bot che, all'interno di questa sinergia, aggrediscono dalle audience più conservatrici alla gioventù disincantata e cosmopolita delle grandi città iraniane, a seconda dei casi, e che si alimentano e interagiscono con altri attori dell'informazione precostituiti, rendendo il mondo occidentale il detentore ufficiale delle verità mondiali.

Le notizie distorte, seppur diffuse e percepite in modo atomizzato, vengono poi, come afferma il ricercatore Kit Klarenberg, unite in un'unica idea centrale dal mainstream generale, sino a formare "un'arma potente e potenzialmente pericolosa che risulta essere una delle tante nell'arsenale diretto al cambio di regime del Pentagono", cosicchè le  operazioni psicologiche, la costruzione delle matrici primarie della narrazione generale falsificta e la tecnica della disinformazione diventano un'unica guerra.

Insieme a ciò, e nel caso iraniano con una ridondante azione  di intelligence (ruolo guida la CIA),  acquistano importanza anche le tecnologie di elusione della censura e di controllo dei server, a cui si arriva con strumenti come l'applicazione Psiphon per la gestione di IP e VPN al di fuori delle autorità di regolamentazione di qualsiasi stato bersaglio. Questi particolari strumenti, che con ogni probabilità sono stati impiegati in modo dirompente in Iran, sono stati creati dall'Open Technology Fund di Radio Free Asia (un braccio della CIA), e riconosciuti dall'Agenzia statunitense per i media globali come  strumenti altamente  efficaci.

Anatomia di una fabbrica di Twitter 

Il ricercatore e professore universitario Marc Owen Jones (non certo una figura filo-iraniana)  ha analizzato  l'hashtag di Twitter  #MashaAmini  nella sua designazione occidentale e in Farsi (????_?????#), osservando che alla fine di ottobre il primo è stato twittato 66 milioni di volte e i secondi 350 milioni, superando ad esempio  #BlackLivesMatters (63 milioni). Si segnala inoltre che su 623mila 777 degli 84mila 199 contatti unici, in un periodo di 24 ore, il 23,7% dei contatti è stato creato tra metà settembre e fine ottobre, il 15% dei quali  nel periodo dei primi dieci giorni di settembre. La creazione di account raggiunge il picco il 23 settembre e poi diminuisce bruscamente, il 32% è stato twittato da account creati nel periodo tra settembre e ottobre (ci sono anche account risalenti a diversi anni), molti dei quali con 1 a 0 follower. Vale a dire, un'alta percentuale dell'installazione di queste etichette fa parte di quella che può essere chiaramente intesa come una bolla informativa artificiale e congiunturale, e ciò che Jones ha analizzato è senza dubbio una parte limitata del tutto.

A questo, inoltre, dovrebbe essere aggiunta un'altra questione: le  massicce "fattorie di troll" con sede in Albania  dell'organizzazione/setta armata Mujaheddin el Khalq (MEK), una delle organizzazioni terroristiche preferite dagli Stati Uniti da quando gli stessi USA, nel 2014, misero in luce l'intero elenco di organizzazioni terroristiche. Questo gruppo armato, che gravita attorno a personaggi politici americani come John Bolton, Mike Pompeo e Rudy Giuliani, ha agito dalla parte irachena nella guerra Iran-Iraq negli anni '80 del secolo scorso, svolge operazioni sul terreno progettate dal Mossad, sia all'interno dell'Iran che in altri paesi e, prendendo di mira soprattutto gli obiettivi in diaspora, organizza azioni violente e "pedagogiche" contro i fronti critici degli USA e dell'Occidente.

"Le 15mila esecuzioni", il Newsweek  e Justin Trudeau.

 La rivista  Newsweek , l'8 novembre scorso, ha pubblicato una nota che ha fatto il giro del mondo, nella quale si informava che il parlamento iraniano, il Masij, aveva votato a favore dell'esecuzione di 15.000 manifestanti. La diffusione della "notizia" ha smascherato l'interazione tra i diversi livelli mediatici, visto che  Iran International è stato  il primo a pubblicare la notizia il 6 dello stesso mese, con  Newsweek che l'ha portata  alla sua consacrazione ufficiale l'8 novembre.

In verità la notizia vera era che circa 227 (su 290) deputati del Masij  chidevano in una lettera aperta che ai manifestanti contro il regime doveva essere impartita una "buona lezione". L'adulterazione della notizia è arrivata al punto che il 15 novembre il primo ministro canadese, Justin Trudeau, ha ufficialmente condannato, a nome del Canada  sul suo account Twitter (che poi ha cancellato), la "decisione" del parlamento iraniano di "giustiziare 15.000 manifestanti". Il livello di mistificazione, di goffaggine e non plausibilità dell'informazione occidentale mette in luce la logica, la natura e il grado di dedizione al potere occidentale, in testa gli USA, della narrativa del sistema mediatico occidentale.

Dal dire al fare: terrorismo, violenza armata e "reality creation"

Negli ultimi cinque anni (per offrire un riferimento temporale), la Repubblica islamica è stata attraversata da manifestazioni che hanno raggiunto intensi livelli di violenza, da attacchi terroristici, da incidenti di frontiera provocati da formazioni separatiste. Ciò che distingue questa fase di attacco all'Iran dagli attacchi precedenti è, certamente, il grado di intensità, simultaneità, concentrazione e dispiegamento delle provocazioni e dei tentativi di destabilizzazione contro il regime nato dalla Rivoluzione antimperialista.

La seconda ondata della "società civile" contro il regime iraniano, come l'Occidente ha voluto chiamare la nuova rivoluzione arancione filo americana, nobilitandola col nome di "società civile", pur partendo dall'attentato terroristico di Shiraz del 26 ottobre o forse per questo, non ha goduto dell'apparente potenza iniziale della prima ondata, ma si è manifestata piuttosto come una forza costante e attiva durante questi ultimi due mesi. Ciò che più differenzia un momento dall'altro è che in questa seconda fase "la rivoluzione arancione" ha trovato un efficace packaging narrativo: l'autocensura della propria violenza armata, che se raccontata comprometterebbe quella narrazione "romantica" che sinora è stata divulgata.

Fino alla terza settimana di novembre, il bilancio delle vittime tra civili, agenti di polizia, funzionari dei corpi di sicurezza dell'Iran (Basijs, Guardia rivoluzionaria) ha raggiunto il numero di  60 vittime. In varie circostanze, funzionari di alto livello, come  capi dell'intelligence generale  o  regionale,  sono stati  tra gli asssassinati, di solito in un attacco apparentemente "strano" e "folle" o attraverso gli spari di sicari in motocicletta. 60 assassinati!

All'inizio di ottobre, un portavoce del Consiglio della Shura  ha dichiarato  che nelle proteste sono stati coinvolti circa 45.000 operatori dei servizi segreti stranieri. Sono stati arrestati 40 stranieri, tra cui cittadini polacchi, tedeschi, italiani, francesi, olandesi e svedesi. L'agenzia Fars  sottolinea anche  il ruolo dell'ambasciata tedesca nello sviluppo delle mobilitazioni.

Sia la Guardia Rivoluzionaria che il Ministero dell'Intelligence confermano il ruolo della CIA e del Mossad nella creazione e nell'addestramento di reti operative militari per le quali molto denaro straniero è stato investito. Il che porta ad un'altra questione che è stata evidenziata dall'inizio delle rivolte: l'azione destabilizzante e anti iraniana di gruppi separatisti o minoritari curdi: (Kurdish Democratic Party of Iran; Kurdish Freedom Party; Komala), Baloch (Free Balochistan Movement o FBM; Jaish al-Adl), Arab o il secessionismo azero.

Così, città come Zahedan o Chabahar nella provincia del Sistan-Baluchistan, Kermanshah nell'omonima provincia curda  o Izeh  nella provincia del Khuzestan con minoranze arabe, in tempi diversi sono state teatro di violente rivolte o attacchi terroristici indiscriminati.

E che siano baloch, curdi o azeri, l'impronta del Mossad è evidente (soprattutto negli ultimi due), come una costante storica, sia per i rapporti diretti tra Tel Aviv e Baku, sia tra Israele e il Kurdistan iracheno, dove si trovano le basi operative e di addestramento.

A questo fronte destabilizante e filo occidentale vanno aggiunte anche le fazioni monarchiche e MEK che ricevono anch'esse supporto, formazione e dotazione dalla CIA . Questo è quanto ha ammesso apertamente l'ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e ultra falco, John Bolton, in un'intervista  per il  servizio persiano della Bbc: le armi vengono o inviate dal Kurdistan iracheno o prelevate direttamente dalle milizie Basij.

In questo modo il "modello Contras", utilizzato dapprima negli anni '80 del XX secolo in America centrale e poi nel primo decennio del XXI in Siria e alla fine di quel decennio in Venezuela, evidenzia ancora una volta il ruolo dei confini come teste di ponte per l'addestramento, l'infiltrazione e la fornitura di armi e altre attrezzature logistiche per l'attacco militare.

Tuttavia, nonostante un mega dispiegamento su più fronti, dai media ai giovani e ai militari, ciò che è stato ottenuto in termini di danni a persone e beni pubblici, la "guerra complessa" contro l'Iran, nelle stesse parole del presidente Raisi,  non è servito a raggiungere l'obiettivo del cambio di regime.

I punti di retroguardia nella regione curda in Iraq sono stati attaccati per diverse settimane da droni e missili della Guardia Rivoluzionaria, molti dei canali del traffico di armi, come nella provincia dell'Azerbaigian orientale, sono stati attaccati e resi inutilizzabili, cosicchè lo stesso occidenta ora  ammette  che i gruppi disparati che hanno guidato la rivolta non sono in grado di unirsi e diventare un'opzione politica effettiva e anti regime.

Contrappunti nella scacchiera geopolitica

L'inizio delle proteste con il pretesto della giovane Mahsa Amini è partito quasi in contemporanea con l'ingresso ufficiale dell'Iran nello Shanghai Cooperation Council, che diverrà progressivamente uno dei nodi fondamentali della Belt and Road Initiative, in particolare con il North South International Transport Corridor. E ciò avverrà quando l'Iran diventerà, con il suo grande peso, un soggetto in ascesa e determinante all'interno del multipolarismo.

Di fronte allo status del dossier sull'energia nucleare, con una nuova risoluzione del consiglio di amministrazione dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) che denuncia l'Iran e politicizza lo schema di cooperazione tra Teheran e l'agenzia, il governo iraniano ha preso la decisione di arricchire  l'uranio  prodotto nello stabilimento di Fordow al 60% .

D'altra parte, l'Europa  raddoppia, sulla scorta delle  "proteste", il regime di sanzioni contro Teheran, accentuando ulteriormente la distanza dell'Europa dalla sfera asiatica e approfondendo questo scollamento si rafforzerà il legame dell'Iran all'interno della sfera multipolare.

Non è difficile sottolineare che lo stesso, identico schema di disgregazione e tentativi di cambio di regime, ha preso forma sia contro il Venezuela che contro la Repubblica islamica quando questi paesi hanno sviluppato i loro accordi di cooperazione a livelli strategici e in diverse sfere economiche, politiche, di sicurezza e culturali fuori dal dominio unipolare nordamericano. In questo senso occorre ricordare, anche per la difesa dell'autonomia statuale e della libertà dei popoli del Venezuela e dell'Iran, ciò che accade nel 2014 in Ucraina, quando un intervento golpista esterno destabilizzò totalmente il potere legittimo ucraino e aprì per l'Ucraina un'altra e nefatsa storia.

 

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