La guerra non conviene, mai!

La guerra non conviene, mai!

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di Michele Blanco *

Negli ultimi decenni non c’è mai stato un periodo di “pace” come si vorrebbe far credere. Nel mondo si sono combattute e si stanno combattendo decine e decine di guerre e altri conflitti armati, diversamente definiti: tra nazioni, all’interno dei confini di un singolo Stato; guerre civili, rivolte, tentativi di secessione. In realtà, neanche tra gli “esperti? c’è condivisione su cosa si debba intendere per “guerra”, poiché le conclusioni alle quali giungono sono diverse.

Secondo alcuni, sarebbero poco più di venti in corso, per altri, in questo momento, sarebbero ben 170 i conflitti in corso, intendendo con il termine “conflitto” non solo quei contesti dove gli eserciti di due Paesi si fronteggiano su ampia scala, ma anche gli scontri armati di diversa intensità che possono coinvolgere a vario titolo Stati, organizzazioni criminali e fazioni o la popolazione civile. È per questo che molte guerre non sono nemmeno considerate tali. Anche quando i loro combattimenti vanno avanti da decenni, come nel caso delle guerre civili in Myanmar, Sudan, Ciad, Bosnia o tra Etiopia e Eritrea, India e Pakistan o ancora di quella, di nuovo tristemente e tragicamente alle cronache, tra israeliani e palestinesi.

L’unico aspetto che da sempre accomuna tutte, indistintamente, queste guerre è che nelle motivazioni e alle basi ci sono sempre grossi interessi economici. Un tempo questi interessi erano legati esclusivamente alle risorse del territorio conteso; da qualche decennio però, molti governi hanno capito che “fare la guerra” è diventato un “affare” estremamente redditizio. Il solo giro d’affari, per le grandi industrie belliche, legato alla produzione di armi e armamenti ha raggiunto dimensioni spaventose.

A questo si aggiungono i vantaggi per i Paesi vincitori di poter gestire la ricostruzione dei territori devastati e accaparrarsi le risorse, come gli Stati Uniti d’America - sembra chiaro - faranno con l’Ucraina. Solitamente gli “organi d’informazione”, per provare a spiegare un fenomeno così atroce, enorme e tragico, ricorrono a categorie semplicistiche quali l’irrazionalità degli attori in campo, la loro pazzia, la loro crudeltà gratuita. Questi tentativi di spiegazione sono semplicistici perché, di fatto, non spiegano nulla ma ci risparmiano il peso di porci delle domande.

Qualsiasi guerra non inizia mai per caso bensì perché precisi interessi materiali, economici sono alla base di tutto. Se le sirene guerrafondaie ci martellano giorno dopo giorno, soffiando sul fuoco e spingendoci sempre un passo in più verso l’abisso di una guerra di proporzioni inimmaginabili, più lontani da una risoluzione diplomatica del conflitto, di qualsiasi conflitto armato, è perché precisi interessi materiali hanno solo da guadagnare dalla tragica situazione che si è venuta a creare. Ma noi tutti ci dobbiamo porre la domanda: “A chi conviene la guerra?”. Certamente non a chi, sul teatro bellico, dalla guerra riceve lutti e sofferenze. Mentre allo stesso tempo, a centinaia o migliaia di chilometri di distanza da carri armati e bombe, non conviene alle persone comuni, che vedono le bollette schizzare alle stelle, facendo rinfuocare l’inflazione che colpisce inesorabilmente le persone con bassi redditi.

Invece, certamente, conviene alle società ed alle imprese che importano e distribuiscono il gas nel nostro Paese. Si tratta di un caso di scuola riguardo a cosa significhi concretamente „più mercato? per le tasche della maggioranza della popolazione e vale la pena esplorarlo in dettaglio. Il prezzo del gas che entra nelle nostre bollette, e che paghiamo, segue le quotazioni di questa materia prima sul mercato TTF (Title Transfer Facility), dove ogni giorno enormi flussi finanziari speculativi si incontrano alla ricerca di profitti.

Per fare un esempio, nell’anno dello scoppio della guerra russo-ucraina, il prezzo sul mercato TTF - è bene ribadire, cioè, quello rilevante per il calcolo delle nostre bollette - è aumentato del 550%. Tuttavia, le compagnie che importano e rivendono gas nel nostro Paese, quelle a cui paghiamo le nostre bollette, non pagano il gas al prezzo TTF, ma sulla base di contratti di fornitura pluriennali, che hanno visto un aumento del costo del gas, sempre nello stesso periodo, del 58%.

In parole semplici: le persone comuni pagano una bolletta in cui si considera che il costo della materia prima, il gas, è aumentato a dismisura, più di cinque volte in un anno. Le compagnie che il gas ce lo vendono e che incassano le nostre bollette, però, hanno visto un aumento effettivo dei costi di importazione dello stesso identico gas di circa un decimo dell’aumento del TTF. Non è difficile capire dove vada a finire questa differenza enorme tra aumento dei ricavi e aumento dei costi effettivi delle compagnie importatrici, andando a foraggiare un’esplosione dei profitti delle imprese che operano nel settore del gas.

La narrazione dominante dei principali mezzi di comunicazione, d’altronde, porta a credere che il nostro Paese compri il gas da entità lontane ed astratte quali oligarchi russi, emiri e satrapi vari, che senza pietà si arricchiscono alle nostre spese.

La realtà dei fatti, però, ci racconta di come ENI, giusto per menzionare l’attore principale in Italia, abbia giacimenti di gas in Egitto, Indonesia, Costa d’Avorio (i giacimenti in questi tre Paesi rientrano nella categoria giant, la seconda nella classificazione dei giacimenti di gas, che comprende i giacimenti da 85 a 850 miliardi di m3), Algeria, Mozambico, Nigeria, Angola, Vietnam, Emirati Arabi Uniti ecc., in un contesto in cui il peso del gas nel mix energetico nazionale è passato dal 33,5% del 2014 al 48% del 2021. Forse non serve neanche aggiungere che anche l’accresciuta dipendenza italiana dal gas è frutto di precise scelte politiche, ed in particolare è figlia dell’austerità fiscale che, a partire dal 2014, mette un freno agli investimenti pubblici in energie rinnovabili, il cui contributo alla produzione totale di energia ha avuto un andamento opposto a quello del gas, passando dal 43,2% del 2014 al 38% del 2021. In questo quadro, da ormai diversi mesi, da quando cioè i prezzi delle materie prime hanno iniziato una corsa al rialzo che la guerra ha solamente peggiorato, un refrain ha fatto ciclicamente capolino, rilanciato a turno da Confindustria ed esponenti del Governo: bisogna aumentare immediatamente la produzione nazionale di gas, per limitare la nostra vulnerabilità a shock ed imprevisti esterni.

Nel 2021 la produzione nostrana di gas è stata pari a 3,1 miliardi di metri cubi, che corrispondono a circa il 4% del gas consumato in un anno in Italia, una percentuale risibile, con margini di incremento e una capacità di ridurre la dipendenza energetica italiana minimi. Ma evidentemente non è questo che sta a cuore a chi suona la grancassa: nel 2021, 2,2 dei 3,1 miliardi di metri cubi di gas prodotti in Italia, circa il 71%, sono stati esportati all’estero, alimentando i profitti di pochissimi senza curarsi del fabbisogno energetico del nostro Paese.

Va detto che nel mercato dell’energia non sono soltanto i produttori di gas a guadagnare dalla crisi in corso. Anche le aziende fornitrici di energia rinnovabile sono state paradossalmente in grado di intascare profitti addizionali, a causa di un meccanismo perverso di determinazione dei prezzi energetici che lega in maniera indissolubile il prezzo dell’energia, quale che sia la fonte dalla quale viene prodotta, al prezzo del gas.

Un’altra meraviglia dei meccanismi del mercato europeo dell’energia, dell’Europa non dei popoli ma dei pochi soliti profittatori! Una guerra, così come una pandemia, è per pochissimi un’opportunità e fonte di incredibile arricchimento, come abbiamo provato modestamente ad argomentare qui, a pochi giorni dal pronunciamento della Camera che impegna il Governo ad aumentare le spese militari annue da 25,8 a 38 miliardi l’anno.

Disvelare gli sporchi interessi geopolitici ed economici di chi soffia sul fuoco e vuole risolvere la guerra con più guerra, scommettendo su una guerra di logoramento, è ciò che dobbiamo per motivi etici provare a fare; un tentativo, prima che sia inesorabilmente troppo tardi, di mettere un granello di sabbia negli oliati ingranaggi di chi ci vuole, ad ogni costo, trascinare negli innumerevoli conflitti che sempre più caratterizzano un nuovo “ordine mondiale” multipolare che sembra nascere.

*Articolo pubblicato su“La Fonte periodico dei terremotati o di resistenza umana”, marzo 2024, ANNO 21, n. 3, p. 19.

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