La sfida del Texas al governo federale: i rischi di un conflitto istituzionale senza precedenti

La sfida del Texas al governo federale: i rischi di un conflitto istituzionale senza precedenti

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di Giacomo Gabellini per l'AntiDiplomatico
 

Nel corso del 2023, si sono registrati oltre due milioni di attraversamenti illegali del confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Verso la metà di dicembre, la polizia di frontiera ha bloccato quasi 50.000 migranti penetrati illegalmente negli Stati Uniti, con arresti giornalieri che hanno superato la soglia di 10.000 unità per ben tre volte, rispetto alla media di 6.400 registrata a novembre. Nel complesso, il confine è stato attraversato nel mese di dicembre dal numero record di 225.000 immigrati.

Lo sforzo gestionale di questi colossali flussi migratori ha spremuto le risorse sia federali che locali di tutti gli Stati federali toccati dal fenomeno, con un impatto dirompente tanto su piccole città come Eagle Pass, Jacumba Hot Springs e Lukeville, quanto su grandi centri del calibro di Denver, Chicago e New York. L’imminenza di una decisiva tornata elettorale come quella che in calendario il prossimo novembre ha prevedibilmente collocato l’esplosiva situazione migratoria al centro del dibattito politico statunitense, con i repubblicani che non hanno esitato a strumentalizzarla per mettere il Partito Democratico con le spalle al muro e obbligarlo a rivedere le proprie politiche portate avanti in materia nel corso degli anni passati.

Nello specifico, l’amministrazione Biden ha cercato inizialmente di barattare con i repubblicani, che controllano la Camera, l’assenso al prolungamento del sostegno militare e finanziario all’Ucraina in cambio di un giro di vite in materia di misure atte a combattere l’immigrazione illegale, sottoponendo all’attenzione del Congresso un piano di sostegno “collettivo” da 106 miliardi di dollari, comprensivo di stanziamenti per 14,3 miliardi di dollari a Israele, per 61,4 miliardi all’Ucraina, per 10 miliardi alla “assistenza umanitaria” in svariati Paesi del mondo e per 13,6 miliardi alla “protezione dei confini”.

Il fallimento in cui si è risolto il tentativo ha indotto il governo ad adottare un approccio “indiretto”, orientato all’introduzione di limiti drastici del requisiti per il riconoscimento del diritto all’asilo e al potenziamento dei centri preposti alla detenzione e alla deportazione degli immigrati illegali.

Le iniziative assunte da Washington non si sono tuttavia rivelate sufficienti a placare il furore montante dei governatori degli Stati del sud, interessati direttamente dal fenomeno. A partire dal Texas, destinatario di parte assai cospicua dei flussi migratori che si riversano a nord del Rio Grande attraverso Eagle Pass, uno dei valichi di frontiera maggiormente trafficati assieme a quello di Tucson, in Arizona. Nel settore Del Rio, in cui Eagle Pass è ricompreso, la polizia di frontiera è arrivata a gestire qualcosa come 4.000 migranti al giorno per un’intera settimana. Qui, gli agenti della polizia di frontiera hanno allestito un’area di detenzione all’aperto per trattenere gli immigrati in vista del loro trasporto presso le strutture preposte alla registrazione. Migliaia di uomini, donne e bambini hanno sostato per giorni in quest’area, sfidando temperature che nel corso della notte hanno raggiunto livelli polari.

L’incremento forsennato della pressione migratoria ha spinto Greg Abbott, governatore del Texas, a firmare due progetti di legge predisposti dal Congresso locale al fine di irrobustire gli sforzi per scoraggiare l’immigrazione illegale e conferire alle forze di polizia il potere di arrestare gli immigrati privi di documenti.

Il disegno di legge 3 stanzia 1,54 miliardi di dollari del bilancio statale per proseguire la costruzione di barriere lungo il confine di 1.200 miglia e autorizza lo Stato a destinare fino a 40 milioni di dollari al pattugliamento di Colony Ridge, un complesso residenziale vicino a Houston identificato dalla stampa locale come un rifugio per gli immigrati privi di documenti. I fondi previsti dal disegno di legge vanno a sommarsi a quelli di pari entità stanziati dal settembre 2021 per finanziare l’Operazione Lone Star, implicante la costruzione di circa 40 miglia di barriera al confine. All’agosto del 2023, erano già stati allestiti 16 km di barriere in acciaio nelle contee di Starr, Cameron, Val Verde e Webb.

Il disegno di legge 4 inquadra invece l’attraversamento illegale del confine come un reato di classe B, che prevede fino a sei mesi di reclusione e comporta per i recidivi pene detentive dai due ai vent’anni, consentendo ai giudici di far cadere le accuse qualora gli immigrati irregolari sottoposti a giudizio accettino di tornare in Messico. Il provvedimento, firmato a corredo di un’altra norma introdotta mesi prima che aumentava la pena minima da due a dieci anni di carcere per il traffico di immigrati, scaturisce a detta di Abbott dall’«inerzia deliberata di Biden, che ha lasciato il Texas a se stesso» nella sua lotta contro il traffico di stupefacenti ed esseri umani gestito dai cartelli della droga messicani, e pone questioni di enorme rilevanza sotto il profilo legale e istituzionale.

Il governo di Washington, coadiuvato da organizzazioni per i diritti degli immigrati, democratici ed ex giudici specializzati in questioni migratorie, ha proclamato all’unisono l’incostituzionalità della legge, perché arrogherebbe allo Stato del Texas la responsabilità federale in materia di gestione dell’immigrazione. I tribunali federali hanno avallato questa tesi, stabilendo che l’applicazione delle leggi sull’immigrazione è appannaggio esclusivo del governo federale.

I repubblicani del Texas sostengono tuttavia che si tratti di una interpretazione distorta del testo costituzionale, il quale conferirebbe invece al governo federale la regolazione delle questioni inerenti la “naturalizzazione” (la definizione dei criteri per l’assegnazione della cittadinanza) e ai singoli Stati la gestione dell’immigrazione (stabilire chi ottempera o meno ai requisiti federali). Abbott e i suoi sostenitori speravano in un pronunciamento favorevole da parte della Corte Suprema, a maggioranza conservatrice per effetto delle tre nomine a cui aveva proceduto a suo tempo Trump. Senonché, cinque giudici su nove – di cui due di nomina repubblicana – hanno stabilito che la polizia di frontiera (federale) è autorizzata a rimuovere il filo spinato installato dalla Guardia Nazionale texana.

Il sollievo che il verdetto aveva suscitato in seno all’amministrazione Biden è tuttavia andato rapidamente dissolvendosi, per effetto della decisione di Abbott di continuare con l’allestimento delle barriere dotate di filo spinato al fine di contrastare quella che egli stesso definisce «un’invasione». Una mossa indubbiamente audace, ma che non configura alcuna violazione della sentenza emessa dalla Corte Suprema, che concede il placet allo smantellamento delle strutture esistenti senza fare alcun cenno ad eventuali nuove barriere.

Con la Corte Suprema tagliata fuori, il confronto tra governo federale e Stato texano si è trasformato da battaglia legale in un insidiosissimo regolamento di conti, che ha visto l’amministrazione Biden concedere al Texas 24 ore di tempo per conformarsi alla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti e trasferire il controllo dei posti di pattugliamento del confine dalla Guardia Nazionale alla polizia di frontiera. Secondo quanto rivelato da Griff Jenkins di «Fox News» sulla base delle confidenze rese da un funzionario della polizia di frontiera, l’agenzia federale non aveva alcuna intenzione di rimuovere il filo spinato al confine in quanto il rapporto con la Guardia Nazionale texana «rimane forte». Simultaneamente, qualcosa come 25 Stati federali esprimevano la propria solidarietà al Texas nella convinzione che il governo centrale stia continuando ad anteporre questioni non direttamente collegate alla sicurezza nazionale statunitense come il sostegno all’Ucraina al tema cruciale della difesa delle frontiere.

Nell’elenco dei 25 governatori ad aver sottoscritto la dichiarazione congiunta di solidarietà ad Abbott figurano Ron DeSantis della Florida, Mike DeWine dell’Ohio, Glenn Youngkin della Virginia e Sarah Sanders dell’Arkansas. Alcuni di loro – North Dakota, South Dakota, Virginia, Arkansas, Oklahoma – hanno perfino inviato rinforzi per coadiuvare le forze texane nel loro compito di proteggere il confine e prevenire un possibile intervento federale.

Il 24 gennaio, l’ufficio di Abbott ha diramato un durissimo comunicato stampa firmato dal governatore, in cui si afferma che «il governo federale ha rotto il patto tra gli Stati Uniti i singoli Stati. Il ramo esecutivo degli Stati Uniti ha il dovere costituzionale di far rispettare le leggi federali che proteggono gli Stati, comprese le leggi sull’immigrazione attualmente in vigore. Il presidente Biden si è rifiutato di far rispettare tali leggi e le ha addirittura violate. Il risultato è che sono stati infranti tutti i record di immigrazione clandestina […]. Grazie alle politiche illegali sulle frontiere del presidente Biden, più di 6 milioni di immigrati clandestini hanno attraversato il nostro confine meridionale in soli 3 anni. Si tratta di una cifra superiore alla popolazione di 33 Stati di questo Paese. Il rifiuto illegale di proteggere gli Stati ha inflitto un danno senza precedenti alle popolazioni di tutti gli Stati Uniti. James Madison, Alexander Hamilton e gli altri visionari che hanno scritto la Costituzione degli Stati Uniti prevedevano che gli Stati non dovessero essere lasciati alla mercé di un presidente senza legge che non fa nulla per fermare le minacce esterne come i cartelli che contrabbandano milioni di immigrati clandestini attraverso il confine. Il mancato adempimento da parte dell’amministrazione Biden dei suoi doveri […] consente a questo Stato di far valere il diritto alla legittima difesa. Per questi motivi, ho già […] provveduto a invocare l’autorità costituzionale del Texas per difendersi e proteggersi […]. La Guardia Nazionale del Texas, il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Texas e altro personale del Texas agiscono in base a tale autorità, così come alla legge statale, per proteggere il confine del Texas».

Quella che poteva configurarsi come una sorta di pittoresca bagarre pre-elettorale destinata a svanire in tempi relativamente rapidi si è quindi trasformata in una crisi istituzionale senza precedenti, con il Texas che rifiuta apertamente di attenersi alle disposizioni del governo federale, esautora la polizia di frontiera ed avoca a sé la gestisce del confine per tramite della Guardia Nazionale con l’assenso di 25 Stati membri della Federazione, mentre un gruppo di senatori democratici invoca la federalizzazione della Guardia Nazionale per sottrarla all’autorità di Austin. Una situazione alquanto ingarbugliata e pericolosa, perché va a innestarsi su un contesto socio-politico fotografato da un sondaggio risalente all’estate del 2021 da cui emergeva che due terzi dell’elettorato repubblicano e la metà degli apartitici di 13 Stati del sud appoggiava la secessione dagli Stati Uniti. Specularmente, la formazione di un Paese separatista riscuoteva il consenso del 47% dei sostenitori democratici e del 33% degli apartitici degli Stati situati lungo la costa occidentale. In 13 stati del Midwest, la secessione rappresentava la prospettiva preferita dal 43% degli apartitici. Negli Stati del nord-est, invece, il 39% dei democratici era favorevole ad abbandonare la federazione, mentre il 43% dei repubblicani residenti negli Stati limitrofi alle Montagne Rocciose esprimeva la medesima opinione.

La frattura geografica e socio-economica tra i vincitori e i perdenti della globalizzazione, cioè tra le aree costiere che vivono di finanza e alta tecnologia, tendenzialmente vicine al Partito Democratico, e le regioni centrali, legate alle produzioni tradizionali e maggiormente sensibili alle istanze repubblicane sembra insomma accentuarsi. Gli Stati della rust belt e della corn belt (Michigan, Wisconsin, Ohio, Illinois, Pennsylvania, Indiana, North Dakota, South Dakota, Kentucky, Kansas, Nebraska, Minnesota, Missouri, Iowa) hanno infatti risentito maggiormente dello schema di divisione internazionale del lavoro impostosi a partire dalla fine degli anni ’70 in funzione degli inte­ressi riconducibili alla East e alla West Coast. Cioè di quelle fasce litoranee che lu­crano sulla posizione egemonica Usa, imperniata sul predominio del dollaro e sulla supremazia tecno-militare. E ostentano per di più profondo disprezzo nei confronti del “fardello imperiale” gravante sugli Stati centrali che traggono sostentamento dall’agricoltura e dalle produ­zioni manifatturiere legate alla Old Economy, chiamati a sostenere una feroce competizione al ribasso con le nazioni più povere del mondo. Una divaricazione di carattere sia economico che culturale, messa in luce già nel cuore degli anni ’90 dal sociologo Christopher Lasch, secondo cui «le nuove élite sono in rivolta contro la middle America, così come la immaginano: una nazione tecnologicamente arretrata, politicamente reazionaria, repressiva nella morale sessuale, retriva nei gusti culturali, compiaciuta e soddisfatta di sé, banale e ottusa. Quanti ambiscono a entrare nella nuova aristocrazia intellettuale tendono ad ammassarsi sulle due coste, voltando le spalle al cuore del Paese e cercando di costruirsi dei legami con il mercato internazionale mediante il rapido movimento del denaro, la moda, gli atteggiamenti, la cultura popolare. A questo punto, non è neanche sicuro che si considerino americani [...]. Il “multiculturalismo”, d’altro canto, si adatta loro alla perfezione […]. Negli Stati Uniti, middle America, un termine che ha un significa­to contemporaneamente geografico e sociale, simboleggia ormai tutto quanto si oppone al progresso».

La spaccatura tra centro e coste del Paese tende quindi a saldarsi e fondersi con la storica divisione tra nord e sud culminata con la Guerra di Secessione, sempre viva nell’immaginario e nella cultura delle zone meridionali del Paese. Risentimento, incomprensione reciproca e volontà di riscatto sociale alimentate per oltre un secolo e mezzo stanno riemergendo pericolosamente, proprio nella fase critica caratterizzata dal declino geopolitico degli Stati Uniti, da un’espansione incontrollata della loro posizione debitoria e da un conflitto istituzionale che rischia di fungere da catalizzatore per i processi centrifughi già ampiamente in atto.

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