L’altra verità su Libia e ONG del mare: intervista a Michelangelo Severgnini

L’altra verità su Libia e ONG del mare: intervista a Michelangelo Severgnini

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Dall'intervista di Andrea Legni rilasciata a l'Indipendente


In un eterno dibattito tra porti chiusi e aperti, diritto ad essere salvati e difesa dei confini la prospettiva su un tema complesso come quello delle migrazioni si riduce a tifo da stadio, lasciando fuori dal discorso non solo le cause dei fenomeni, ma anche tutta una serie di altri effetti sul campo che, numeri alla mano, dovrebbero riempire il dibattito pubblico e interessare chiunque abbia a cuore i diritti umani. È il caso della Libia, Paese uscito devastato dall’aggressione militare guidata da USA e Francia nel 2011 e divenuto prigione a cielo aperto per centinaia di migliaia di disperati. Una fenomeno del quale noi vediamo solo quella punta dell’iceberg composta dai pochi che riescono a imbarcarsi per attraversare il Mediterraneo. Michelangelo Severgnini, regista e scrittore, è tra i pochi che hanno cercato di vedere al di sotto della superficie. Lo ha fatto in prima persona, battendo ogni angolo di Libia attraverso contatti in rete e raccogliendo informazioni e testimonianze di prima mano. E poi l’ha raccontata e analizzata con spunti critici che chiamano in causo non solo il Governo e le istituzioni internazionali, ma anche le ONG che operano in mare. In particolare con un libro (L’Urlo) e un documentario omonimo, la cui proiezione nei giorni scorsi è stata interrotta e censurata durante il “Festival dei Diritti Umani” di Napoli, a causa delle proteste di alcuni invitati. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per una chiacchierata sulla realtà libica.



Partiamo appunto da quanto accaduto a Napoli, cosa è successo?

Che dopo appena 20 minuti di proiezione i responsabili di alcune ONG, seduti in prima fila, si sono alzati in piedi e uno di questi è andato alla consolle imponendo di sospendere la proiezione. Poi hanno presso il microfono iniziando ad accusare il mio lavoro e me come professionista, senza permettermi di ribattere e senza permettere a nessuno dei presenti di continuare a vedere il documentario sino alla fine e farsi un’idea con la propria testa. 


Cosa li ha indispettiti di quanto hanno visto? 

Nel mio lavoro sono presenti interviste a migranti che si trovano in Libia che smontano una certa narrazione. In Libia ci sono centinaia di migliaia di africani intrappolati, usati come schiavi. Sono arrivati lì pensando fosse un modo semplice per arrivare in Europa a cercare una vita migliore, poi la verità gli è come esplosa in faccia, sono prigionieri, la maggior parte sono lì da anni. Nel mio documentario ho dato loro voce, senza filtri. Uno di loro dice, testuali parole: «Molti qui vogliono solo tornare a casa ma voi europei piuttosto ci volete spingere ancora una volta a rischiare la vita in mare». Nel momento in cui lui dice “spinge” in realtà cosa vuol dire? Che lui come tanti altri seguono online le pagine delle ONG e ne subiscono di fatto la comunicazione che di fatto li spinge a imbarcarsi rischiando la vita. Si tratta di spunti che andrebbero dibattuti, invece proprio in una proiezione dove erano presenti i responsabili di alcune importanti ONG si è dimostrato che non c’è possibilità di confronto su questi argomenti, si è aperto un fuoco di fila nei miei confronti e non un dibattito. 




Ho visto il documentario quando già ero a conoscenza di quanto avvenuto al Festival dei Diritti Umani e ammetto di essermi approcciato ad esso influenzato dal polverone sollevato, pensando fosse un lavoro che nega il valore dei diritti umani. Invece ho trovato un lavoro dal quale traspare non solo un grande interesse giornalistico per quanto accade in Libia, ma anche una sincera empatia con i ragazzi africani, ai quali dai voce. Trasmetti il fatto di preoccuparti realmente per loro e per la loro salvezza, perché trovi che il lavoro delle navi ONG che cercano di trarli in salvo non sia da difendere?

Parlando per 4 anni con centinaia di migranti in Libia, questi mi hanno insegnato che si tratta di un sistema fallace e nocivo per i migranti stessi. La traversata del Mediterraneo è la rotta più pericolosa al mondo, le possibilità di annegare sono altissime, ma i migranti intrappolati in Libia sono talmente disperati da affrontarla. I ragazzi africani hanno lo smartphone, per loro è un bene di prima necessità assoluta per comunicare, e sanno quando sono presenti le navi ONG al largo e sono spinti a mettersi in mare nelle mani dei trafficanti. Molti di loro annegano prima di essere recuperati. Quindi molti di loro riferiscono che la presenza delle navi ONG sia dannosa. Inoltre c’è un altro aspetto che è quello mediatico. Credere che la cosa più importante sia concentrarsi sul salvataggio dei ragazzi in mare così come ci hanno raccontato le ONG è una forma di distrazione di massa. In Libia ci sono circa 700.000 esseri umani intrappolati e schiavizzati, chiedono solo di poterne uscire, la maggior parte vorrebbe tornare a casa ma non può perché c’è il deserto da attraversare e i trafficanti e le mafie non offrono il servizio a ritroso. Solo un migrante che si trova in Libia su 18 riesce ad arrivare in Europa, ovvero chi ha i soldi per pagare i trafficanti, gli altri sono intrappolati e noi non li vediamo. Molti di loro vivono come schiavi da anni. Le ONG pensano a salvare le persone in mare, come se questo fosse un fenomeno slegato da tutto il resto, quando invece è la conseguenza di cause e politiche ben precise che loro con questa narrazione del salvataggio contribuiscono a non affrontare.

 

Qual è il percorso di un migrante che arriva in Libia?

Quando arrivano in Libia, e parlo della Tripolitania, quella del governo fantoccio sostenuto dai Paesi occidentali, Italia inclusa, i migranti si trovano di fatto in quella che, con il supporto internazionale, è divenuta una zona franca internazionale di libero sfruttamento del nero africano. Significa che chiunque in Tripolitania è legittimato a ridurre in schiavitù chiunque abbia la pelle nera e a fargli qualsiasi cosa perché è niente meno che quello che fanno le milizie governative, di conseguenza anche i liberi cittadini fanno le stesse cose senza timore che nessuna autorità gliene chieda conto. I migranti sono sottoposti frequentemente a torture a scopo di estorsione, quando la vittima è disperata e urla supplicandoli di smettere telefonano alla famiglia dicendogli: «O ci mandate soldi o lo uccidiamo». La famiglia ovviamente fa di tutto per salvarlo, trova i soldi, li invia tramite le mafie delle loro città che sono in affari con i libici. A quel punto la vittima viene liberata e lasciata per la strada col rischio di essere arrestato o messo sotto tortura da un nuovo carnefice. A ogni migrante in Libia vengono estorti più volte i soldi, attraverso questo sistema o attraverso la Guardia Costiera libica, un’associazione criminale che opera anche con i soldi dello stato italiano. Il migrante paga per partire sognando di arrivare in Europa, la Guardia Costiera intercetta il gommone e lo riporta indietro, i soldi sono persi e il migrante si trova di nuovo all’inferno. Questa è la situazione e questi sono i motivi per cui le mafie li spingono a partire, non perché servono i soldi del passaggio ma perché sanno che una volta riportati in Libia probabilmente intascheranno parte dei soldi del riscatto per salvarli dalla tortura.


Nel tuo lavoro fai anche una accusa dettagliata, affermando che l’Europa, Italia inclusa, sostiene il governo di Tripoli rendendosi di fatto complice del sistema che hai descritto, perché in cambio ottiene petrolio di contrabbando… 

È così, non lo affermo io ma documenti ufficiali che ho potuto consultare. Il governo di Tripoli, che anche l’Italia sostiene, controlla appena il 20% del territorio e nemmeno un pozzo di petrolio. Usa i fondi europei per alimentare le milizie che derubano il petrolio nel territorio governato dal governo rivale che ha sede a Bengasi. Sappiamo che ogni anno il 40% del petrolio libico viene trafugato dalle milizie di Tripoli e che almeno parte di esso è inviato verso l’Italia, il resto verso Malta, Grecia e Turchia. Questa è l’unica storia che c’è da raccontare e sulla quale serve chiarezza, tutto il resto è una conseguenza.



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Insomma, ai Paesi occidentali torna comodo che la Libia sia uno stato fallito?

Lo scorso dicembre, un anno fa, si sarebbero dovute tenere finalmente le nuove elezioni in Libia, ma sono state annullate una settimana prima dalle solite milizie, probabilmente su input degli Stati Uniti o della Turchia perché Saif Gheddafi (figlio dell’ex rais, ndr.) era dato a più del 60% quindi con ogni probabilità sarebbe diventato presidente. Se fosse accaduto tutto questo cumulo di potere concentrato a Tripoli sarebbe saltato per aria e sarebbero stati archiviati dieci anni di politiche coloniali della NATO sulla Libia. L’emissario USA per la missione delle Nazioni Unite in Libia in quei giorni dichiarò che nel Paese la stabilità è più importante della democrazia. Questi sono i metodi con cui l’Occidente ha trattato la Libia negli ultimi anni. Ma l’interesse è quello di raccontare tutta un’altra storia: farci credere che in Libia sono tutti uno contro l’altro, reiterando il mito del mediorientale litigioso di cui parlava Edward Said nel suo libro Orientalismo, e quindi l’unica cosa che possiamo fare noi europei è quella di buttarci in mare e salvare questi poveri cristi che scappano. Non è così. Il 80% del territorio libico è sovrano e in pace, il caos lo stiamo facendo noi continuando a finanziare le milizie di Tripoli allo scopo del saccheggio di petrolio.

E incastrati in questo inferno che chiamano “stabilità” ci sono appunto 700mila schiavi, cosa bisognerebbe fare per loro, secondo te, se non salvarli in mare?

44 mila tra loro hanno già ottenuto lo status di rifugiati o richiedenti asilo, questi dovrebbero essere semplicemente caricati su un aereo e portati in Europa, non costretti a rischiare attraversando il mare con un gommone sgonfio. Ne abbiamo accolti in Italia più di 100mila in pochi mesi dall’Ucraina. Qui c’erano 44 mila persone da distribuire tra i Paesi europei negli ultimi 5 o 6 anni e non siamo riusciti a farlo. Agli altri, quelli che non sono arrivati in Libia scappando da persecuzioni, ma perché sono stati convinti a credere nel sogno dell’emigrazione per migliorare la propria condizione economica, dovrebbe essere offerto un piano di ritorno a casa assistito. La maggioranza di chi si trova in Libia vorrebbe tornare a casa perché nessuno ha intenzione di fermarsi una settimana in più in quell’inferno. Il problema è che sono in trappola.


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Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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