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Le grandi manovre internazionali contro il Venezuela proseguono. Ma DATINCORP avverte: “Troppo alti i costi di una guerra"

 
 

di Geraldina Colotti


Le ossessioni sono difficili da curare, e quella di cui è affetto il Segretario generale dell'Osa, Luis Almagro, farebbe fuggire in Alaska anche Sigmund Freud. E così, nonostante il ripudio che hanno sortito le sue dichiarazioni circa un'invasione militare in Venezuela, financo da parte del Gruppo di Lima, non la fa finita: “Non sto zitto. E non me ne vado finché la dittatura di Maduro non sarà caduta”, dice pur ritrattando parzialmente le affermazioni rese a nome dell'OSA.
 

L'OSA, ovvero il ministero delle colonie (come lo definì a suo tempo Fidel Castro) cerca di agire su più tavoli, com'è nella natura di questi organismi, sempre più ridotti a foglia di fico per le mire belliche di un capitalismo in crisi strutturale. Le reazioni di Donald Trump paiono a volte incontrollabili per gli stessi alti comandi che lo sostengono alla presidenza Usa. Trump non rispetta nemmeno gli accordi di libero commercio stipulati con gli altri paesi imperialisti. E che vi sia uno scontro dagli esiti incerti circa l'atteggiamento da tenere per riportare il continente latinoamericano dentro il “cortile di casa”, appare evidente.
 

A fronte della perdita di egemonia a fronte dell'avanzata cinese in America latina e della riconfigurazione di un mondo multipolare, il Venezuela traboccante di risorse strategiche si trova al centro della scena. Tuttavia, ricorrere all'invasione militare, per quanto mascherata da “intervento umanitario” alle frontiere, non è impresa che convinca tutti gli attori interessati.
 

Come abbiamo accennato in un articolo precedente, gli opinionisti delle destre moderate, da Caracas come da Washington invitano a considerare i costi da pagare per fare del Venezuela una nuova Somalia: altissimi persino per quei paesi neoliberisti che, come la Colombia e il Brasile, gonfiano “l'allarme profughi” alle frontiere. Adesso, si è aggiunta anche la voce di Jesús Seguías, presidente dell'agenzia di analisi internazionale Datincorp.


Secondo l'esperto, portare contro il Venezuela un attacco simile a quello scatenato contro l'Iraq e contro la Libia, provocherebbe una “guerra asimmetrica” e un'operazione simile a quella messa in atto dall'esercito iracheno durante la ritirata dal Kuwait, nel 1991: l'operazione Terra bruciata, con la quale vennero distrutti oltre 700 pozzi di petrolio. In caso di un golpe militare o di un'invasione armata, secondo Seguías, il chavismo organizzerebbe una guerriglia urbana e rurale con l'obiettivo di distruggere l'industria petrolifera del paese.


A comprova delle sue affermazioni, l'esperto cita le affermazioni rese da sindacalisti e lavoratori della PDVSA (l'impresa petrolifera di stato) durante le violenze delle destre nel 2014: “Se il petrolio non può più essere del popolo, non lo sarà neanche per l'imperialismo”. L'analista rileva anche che per i governi stranieri non sarebbe lo stesso bombardare guerriglieri in zone isolate su una montagna o farlo in centri urbani sovrappopolati come per esempio sono i quartieri di Caracas El Valle, Catia o Petare. Azioni che risulterebbero “intollerabili agli occhi delle altre nazioni”, dice.


Dimentica di aggiungere che gli Stati Uniti non gradiscono i combattimenti di terra e le perdite che implicano, preferendo sempre i droni o le guerre per procura. Per questa ragione, stanno spingendo per provocare incidenti alle frontiere con il Venezuela: soprattutto al confine con la Colombia, lungo 2.200 km. E per questo serve ampliare il consenso alla “diplomazia delle cannoniere”, da opporre alla diplomazia di pace con la quale il Venezuela sta sbugiardando le manovre imperialiste ogni volta che riesce a prendere la parola negli organismi internazionali.


Attaccare il Venezuela, significa esporre gli Stati uniti a un altro Vietnam. In questo senso, i paesi dell'Alba hanno già preso posizione. E la visita di Maduro in Cina, dov'è stato ricevuto con tutti gli onori e dove ha concluso importanti accordi bilaterali, indica che anche Pechino avrebbe assai da perdere se, con l'aggressione al Venezuela, dilagasse nuovamente l'egemonia Usa nella regione.


Ma i falchi del Pentagono che sostengono le impennate trumpiste, sapranno valutare tutto questo? E' pur vero che, dagli Usa all'Italia, si è in una fase di trasformazione in cui i settori dominanti del grande capitale internazionale stanno riposizionando i propri interessi ed esaminando le nuove compatibilità. Inoltre, le lobby mafiose che spingono per l'opzione bellica hanno grande potere.


Il pacchetto di misure approvato da Maduro per disinnescare la guerra economica sta colpendo grandi interessi. Prendiamo, per esempio, la decisione sul prezzo della benzina. Finora, fare il pieno di un Suv, in Venezuela, è costato meno di una bottiglia d'acqua. Ogni anno, le mafie hanno così dissanguato il paese portando oltre frontiera l'equivalente di 16 mila milioni di dollari. La benzina è materia prima anche per confezionare la cocaina, di cui la Colombia è il principale produttore al mondo.


In un'intervista rilasciata a Publico, l'ambasciatore del Venezuela in Spagna, Mario Isea, ha fatto i calcoli: una tonnellata di coca richiede oltre 10 galloni di benzina, ovvero circa 40 litri. Portare il prezzo della benzina a livello internazionale, sussidiare i venezuelani muniti di tessera magnetica, costituisce ora un bel colpo per le mafie colombiane, incrostate nel potere e vincolate al paramilitarismo, e che hanno alzato i toni della cospirazione.


Intanto, i poteri forti estendono il controllo dei media, ne rafforzano il ruolo in politica, come si vede nei grandi paesi latinoamericani. Intanto, preparano i golpe di nuovo tipo addestrando la casta dei magistrati, come prima facevano con i militari gorilla del Cono Sur.


L'Italia, da sempre subalterna alla Nato come ci ricordano le 130 basi militari note dispiegate sul territorio, è in prima fila nell'offrire strutture e competenze. Vale ricordare il convegno organizzato a Roma dalla Farnesina, dal titolo “Legalità e sicurezza in America latina: strategie, esperienze condivise, prospettive di collaborazione”, che si è svolto il 16 dicembre del 2016 alla presenza dei vertici dei carabinieri, della guardia di finanza e di molte procure – non proprio democratiche – dell'America latina.


In quell'occasione, l'unico ad aver accennato alle ragioni sociali che producono l'insicurezza è stato il rappresentante del Salvador, mentre all'ambasciatrice del Nicaragua che ha elencato i problemi veri, sono stati consentiti solo pochi minuti a convegno quasi smobilitato. In quella sede, l'allora presidente colombiano Manuel Santos è venuto a chiedere sostegno per l'ingresso del suo paese nella Nato, il giorno dopo aver ricevuto... il Nobel per la Pace.


Con la medesima lingua biforcuta, Il ministro degli Esteri della Colombia, Carlos Holmes Trujillo, è arrivato in Europa dove sta sollevando “il grave problema dell'emigrazione venezuelana”: a Bruxelles, in Spagna ed in Svizzera, e con diverse istanze europee e internazionali. Prima di partire, il rappresentante di Bogotà è passato da New York, dove ha chiesto al segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, di creare la figura di un inviato speciale per questa “crisi migratoria”.


Spagna e Ue hanno già stanziato 35 milioni di euro da erogare ai Paesi che hanno ricevuto i migranti venezuelani. A Ginevra, il ministro colombiano incontra Peter Maurer, presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani. Al Consiglio di sicurezza Onu, Bachelet – ora Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani – si è inserita nella linea precedente, e ha detto che occorre “impiegare tutti i mezzi possibili per far fronte alle gravi violazioni dei diritti umani in Venezuela”. Chissà come reagirà quando le destre cilene la porteranno in tribunale, riservandole la stessa sorte riservata a Lula in Brasile: metterlo fuori dal gioco politico con un'accusa di corruzione...


A Bruxelles, Trujillo incontra poi sia Rose Gottemoeller, vice segretaria generale della Nato che Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la Politica di sicurezza. Nella capitale belga, altri incontri con Christos Stylianides, Commissario europeo per gli operatori umanitari e la gestione delle crisi, e con Cecilia Malmstr, Commissaria europea al Commercio. Venerdì, infine, a Madrid, Trujillo parlerà del tema con Juan Pablo de Laiglesia, segretario di Stato spagnolo per la Cooperazione internazionale per l'Iberoamerica ed i Caraibi.


Rappresentanti di organismi internazionali che, fin dalla prima vittoria di Hugo Chavez in Venezuela, hanno cercato di disconoscere le istituzioni bolivariane, mentre hanno avallato processi tutt'altro che democratici in altri paesi. In Messico, per esempio, sono stati assassinati 85 giornalisti, ma l'Alto Commissariato Onu per i diritti umani accusa il Venezuela – dove oltre il 70% dei grandi media è nelle mani dei privati – di soffocare la libertà di opinione. E allora come mai, proprio dai media venezuelani, arriva l'81% delle 721 notizie pubblicate, dal 2 marzo al 28 agosto, con l'intento di far credere a una “catastrofe umanitaria” alle frontiere?


Ma tant'è. L'Alto Commissariato per i diritti umani dell'Onu ascolta solo la voce dell'opposizione e arriva fino a ricevere un ricercato internazionale, considerato uno dei mandanti dell'attentato del 4 agosto contro Maduro: Julio Borges, ex presidente del parlamento venezuelano, che va chiedendo a gran voce l'invasione armata del suo paese.


Dalla Spagna se ne sono andati oltre due milioni di giovani per mancanza di futuro, ma nessuno ha parlato di crisi umanitaria. Il Venezuela ha accolto 5,6 milioni di colombiani, in fuga dalle persecuzioni e dalla miseria, ma non ha dichiarato nessuna emergenza migratoria: né per accogliere i colombiani, né per dare uguali diritti a 500.000 peruviani e a 400.000 ecuadoriani che vivono in Venezuela. Per questo, ora, il governo venezuelano ha chiesto provocatoriamente un aiuto per l'accoglienza dei profughi colombiani, e ha denunciato Almagro per le sue trame belliche contro il Venezuela.


Contro Almagro e la sua ossessione contro Maduro, aumenta l'indignazione a livello internazionale. Partiti e movimenti dell'America latina hanno preso posizione. La rete internazionale di giornalisti e operatori della comunicazione, CONAICOP, che ha una sua sezione in Uruguay, ha chiesto al Frente Amplio, a cui è iscritto Almagro, di espellerlo definitivamente, e ha lanciato un appello internazionale alla solidarietà con il Venezuela.


Un appello contro quell'ipocrisia internazionale che – come ha detto l'ambasciatore Isea – si chiede sempre: “Cosa pensano i mercati? Come reagiscono i mercati?” e mai cosa pensino e subiscano i lavoratori. “Noi, invece – ha affermato Isea – ci preoccupiamo dell'interesse dei popoli, non delle grandi corporazioni internazionali”.

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