Lula ha vinto le elezioni, ma Bolsonaro non è del tutto sconfitto. Un’analisi comparativa dei governi progressisti in America Latina

Lula ha vinto le elezioni, ma Bolsonaro non è del tutto sconfitto. Un’analisi comparativa dei governi progressisti in America Latina

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di Marco Morra [1]


Domenica primo gennaio,  Lula Inácio da Silva ha assunto ufficialmente l’incarico presidenziale in Brasile. Secondo alcuni osservatori, la vittoria elettorale del vecchio leader della sinistra brasiliana consoliderebbe l'affermazione di una nuova ondata progressista in America Latina. A ben vedere, tuttavia, i governi di sinistra nella regione riscontrano serie difficoltà a realizzare le riforme promesse ai loro elettori a causa della necessità di trovare accordi con le forze parlamentari più moderate e dell'aggressività della destra neo-conservatrice. Dal canto suo, il nuovo presidente del Brasile ha faticato a far quadrare il puzzle delle nomine e comporre un gabinetto che possa soddisfare gli otto diversissimi partiti che lo sostengono, dal centrodestra di Unión Brasil alla sinistra radicale del PSOL, e ancora più ardua sarà l’impresa di mantenere salda, alla prova effettiva del governo, una coalizione tanto eterogenea. Intanto, il bolsonarismo ha mostrato una inattesa capacità di resistenza come espressione di una parte importante della società brasiliana. Riproponiamo un’analisi pubblicata sull’ultimo numero di Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società (n. 2/2022).

 

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La vittoria di Luis Inácio Lula da Silva alle elezioni presidenziali dello scorso 30 ottobre 2022 in Brasile comporta la momentanea interruzione della reazione neoliberista ai governi progressisti del primo quindicennio del XXI secolo[2], che ha avuto in Jair Bolsonaro il suo principale rappresentante nel subcontinente, e consolida una nuova stagione di esecutivi che possiamo collocare alla sinistra dello scacchiere politico, dopo la vittoria di López Obrador in Messico, Luis Arce in Bolivia, Alberto Fernández in Argentina, Pedro Castillo in Perù, Gabriel Boric in Cile, Xiomara Castro in Honduras e Gustavo Petro in Colombia. Se Bolsonaro non ha ottenuto il secondo mandato presidenziale, tuttavia il bolsonarismo resta un avversario temibile. Il presidente uscente, infatti, può ancora contare sull’appoggio delle chiese evangeliche e dell’industria agroalimentare, nonché sul consenso di una larga parte della popolazione, come ha dimostrato il ballottaggio perso con oltre cinquantotto milioni di voti ottenuti, ovvero appena l’1,8% dei suffragi in meno del suo concorrente. D’altra parte, la coalizione che lo sostiene ha ottenuto il maggior numero di seggi relativi in entrambe le camere e guadagnato i governatorati di quattordici Stati, a cominciare da quelli più popolosi di São Paulo e Rio de Janeiro. Lula non solo eredita un paese diviso e più povero di quello che aveva lasciato dopo il suo secondo mandato (2007-2010), bensì rischia di non trovare sufficienti margini di manovra per realizzare le politiche sociali e redistributive a cui aspira, nei limiti di un’intesa con gli altri partiti dell’arco democratico senza la quale non potrebbe raggiungere la maggioranza parlamentare necessaria ad assicurare la governabilità del paese.

La minaccia della destra più intransigente ha già costretto il leader del Partido dos Trabalhadores a cercare appoggi in settori del centro e perfino del centro-destra, da cui proviene il suo candidato vicepresidente, Geraldo Alckmin, cosicché il tentativo di realizzare una conciliazione nazionale e democratica tra le parti sociali non renderà facile neppure l’attuazione delle riforme minime per garantire inclusione e diritti sociali, mentre del tutto inverosimile, a nostro avviso, risulterà la realizzazione dell’ambizioso progetto di creazione di una moneta sudamericana, che svincolerebbe le economie della regione dal dollaro, attraverso l’istituzione di una Banca Centrale Sudamericana, al fine di rafforzare l’integrazione economica dei paesi del Mercosur e del CELAC.

Una situazione non molto diversa è quella di Gabriel Boric, in Cile, e di Gustavo Petro, in Colombia. Entrambi hanno saputo avvantaggiarsi del radicalismo emerso durante le rivolte sociali che hanno scosso i rispettivi paesi negli ultimi anni, ma con scarsi margini di distacco dai loro avversari e senza l’ottenimento della maggioranza parlamentare.

In carica dall’11 marzo del 2022, l’attuale presidente del Cile ha vinto il ballottaggio contro l’avversario di estrema destra, José Antonio Kast, con il 55,8% dei voti contro il 44,1%, alla testa di una coalizione di sinistra composta da Frente Amplio e Partito Comunista, e sulla base di un programma non di certo massimalista, ma che risponde alle istanze sociali espresse dal suo elettorato. Prima di essere eletto, Boric prometteva la riforma del sistema pensionistico, il recupero di 500 mila posti di lavoro per le donne, la creazione di un sistema sanitario pubblico e universale, la riduzione dell’orario lavorativo a quaranta ore settimanali, l’aumento del salario minimo, il condono dei debiti contratti da oltre un milione di studenti universitari, la creazione di 260 mila alloggi pubblici, la riforma del sistema tributario in senso progressivo e l’introduzione di una tassa sui grandi patrimoni e di royalty per le società private dell’estrazione del rame. Ad oggi, tuttavia, importanti misure come l’abolizione della legge sulla pesca, che attribuisce il monopolio ittico a sette grandi compagnie, la riforma delle pensioni, che dovrebbe migliorare la situazione di centinaia di migliaia di pensionati costretti a vivere al di sotto della soglia di povertà, e la riforma tributaria sono ostaggio di un dibattito parlamentare che rischia di rimanere senza vie d’uscita. Per realizzare le riforme richieste dal suo elettorato, Boric deve fare i conti con l’opposizione, maggioritaria in parlamento, e con un alleato scomodo, il centro-sinistra, il cui appoggio è risultato indispensabile alla vittoria contro Kast e per conservare la maggioranza governativa. L’alleanza con radicali, socialisti e social-liberali, infatti, prosegue non senza significative divergenze, emerse dapprima durante i lavori della Convenzione costituente e il referendum del 4 settembre 2022, allorquando alcune componenti della ex Concertación, la coalizione di centro-sinistra che ha governato a lungo il paese, guidate dagli ex presidenti Eduardo Frei Ruiz-Tagle (DC) e Ricardo Lagos (PPD), hanno bocciato il testo costituzionale proposto dalla Convenzione, poi in occasione dell’intenso dibattito parlamentare sul TPP (Trans-Pacific Partnership), approvato in via definitiva al Senato lo scorso 12 ottobre. Il trattato, osteggiato risolutamente dal Partito Comunista e dal Frente Amplio, ha ottenuto il favore dell’opposizione conservatrice e suscitato divisioni in seno ai partiti di Socialismo Democratico, tra cui il PS (Partito Socialista) e il PPD (Partito per la Democrazia), che integrano la coalizione governativa.

Non molto diversa è la situazione di Petro in Colombia, costretto finora a governare con l’appoggio parlamentare di forze del centro e del centro-destra, come il Partito Liberale, l’Alianza Verde e il Partito dell’Unione. Pur riuscendo a mobilitare l’elettorato più giovane e quello tradizionalmente astensionista, nell’elezione con il più alto tasso di partecipazione degli ultimi 20 anni (58%), l’attuale presidente colombiano ha vinto il ballottaggio dello scorso 19 giugno con solo il 50,4% dei  suffragi contro il 47,2% del suo avversario, Rodolfo Hernández, uomo d’affari e candidato indipendente che ha cercato d’intercettare la domanda di cambiamento della popolazione con la proposta di un’alternativa populista al sistema dei partiti tradizionali. Negli ultimi quattro anni Petro è riuscito a formare un’ampia ed eterogenea coalizione di sinistra, il Pacto Histórico, che riunisce forze politiche diverse e movimenti sociali, mettendo insieme politici navigati del centro, come il liberale Luis Fernando Velasco, e leader sociali carismatici, come Francia Márquez, prima donna afrodiscendente eletta alla carica di vicepresidente. Dopo aver ottenuto la fiducia dell’elettorato più svantaggiato, canalizzando le istanze sociali emerse durante le mobilitazioni popolari del 2019 e del 2021, rimane da verificare quali siano, in questo largo spettro di posizioni e di alleanze, i margini di cui dispone il governo per l’attuazione di misure divisive come la riforma agraria, la lotta al latifondo e la riforma tributaria prevista per finanziare l’agenda sociale e le politiche del lavoro, nell’intento di riequilibrare le enormi disuguaglianze da cui è afflitto il paese.

A ben vedere, se le sinistre si pongono nuovamente alla guida dei paesi latinoamericani, molte delle sfide che dovranno affrontare restano di non facile realizzazione. I dati macroeconomici evidenziano che le economie della regione attraversano una fase di difficoltà e d’incertezza, dovuta a una molteplicità di fattori. Nel 2020, il rallentamento dell’economia mondiale, causato dalla pandemia di Covid-19, ha determinato una diminuzione del PIL nella regione di sette punti percentuali, da cui la maggior parte delle economie nazionali deve ancora riprendersi. Nel 2021, infatti, il tasso medio di crescita del PIL si è fermato al 6.5%, mentre si è constatato un aumento vertiginoso del tasso d’inflazione del 12.5% (dati CEPAL 2021)[3]. A partire dalla metà del 2021, l’aumento dell’inflazione ha costituito un fattore ulteriore di difficoltà per i paesi dell’area. La combinazione di svalutazione delle monete locali, causata dalle politiche monetarie restrittive decise dalla Federal Reserve, e aumento dell’inflazione importata, vincolata all’andamento dei prezzi negli Stati Uniti, continua ad aggravare l’inflazione interna, mentre l’aumento dei tassi d’interesse rischia di rendere insostenibile gli alti livelli di indebitamento raggiunti durante la pandemia. Tutto ciò riduce il margine di agibilità dei governi progressisti e rende più difficile soddisfare le richieste di cambiamento della popolazione.

Nel caso specifico del Brasile, il tasso di crescita annuo ha subito un rallentamento significativo sin dal 2015, restando attualmente al di sotto della media della regione (+4,6% nel 2021, ma -3,9% nel 2020), mentre l’alta inflazione, cresciuta del 10,7% nel 2021 (dati CEPAL), compromette significativamente le condizioni di vita di una parte della popolazione. In questa situazione la disciplina fiscale e il controllo della spesa pubblica potrebbero rivelarsi necessari al sostegno dell’economia, ma d’ostacolo alle politiche sociali necessarie a far fronte all’aumento della povertà e della disoccupazione nel paese[4]. Le principali promesse della campagna elettorale di Lula per il 2022 erano rivolte alla base della piramide sociale: combattere la povertà, aumentare l’occupazione, il reddito e l’accesso all’assistenza sanitaria. Queste politiche sono fondamentali, ma non è possibile ripetere la formula di vent’anni fa, quando la congiuntura economica positiva permetteva di favorire l’inclusione sociale e l’accesso al benessere e all’istruzione senza compromettere gli interessi dei grandi gruppi privati. Nello scenario economico attuale, sarà necessario prelevare dai più ricchi per aumentare il livello di vita dei più poveri.

Un utile termine di paragone risultano ancora una volta il Cile e la Colombia, la cui situazione economica è parzialmente più solida di quella del Brasile. I due paesi, infatti, possono vantare gli indici di crescita più alti della regione (+11,7% per il Cile, +10,7% per la Colombia, dati CEPAL 2021), recuperando già nel 2021 il deficit dell’anno precedente (-6% per il Cile, -7% per la Colombia, dati CEPAL 2020), con proiezioni positive per il futuro[5]. Malgrado questi dati positivi, la situazione dei due paesi resta fragile per gli effetti negativi dell’inflazione e le incertezze dello scenario internazionale. In Cile, l’indice d’inflazione quest’anno ha toccato il record dal 1994 di 13.1%, con gravi ricadute non solo economiche, ma sociali, in un paese già afflitto dalle disuguaglianze, dove, secondo il World Inequality Report 2022, l’1% più ricco della popolazione concentra il 49,6% della ricchezza totale. In Colombia, invece, ai problemi causati dall’inflazione si aggiungono l’alto deficit fiscale, l’aumento della disoccupazione (13,3% nel 2021) e l’indice di povertà e di povertà estrema più elevati della regione, che raggiungono rispettivamente il 35.4% e il 15% della popolazione (dati CEPAL 2021).

Di certo, la recessione economica che si prospetta nello scenario globale rischia di compromettere la lotta per «la igualdad y la justicia» promessa dai governi progressisti. In Brasile, così come in Colombia e in Cile, una riforma che corregga la tassazione iniqua potrebbe essere il primo passo, benché per farlo, il nuovo governo di Lula, al pari dei suoi omologhi nella regione, dovrà affrontare il malcontento delle classi privilegiate. D’altra parte, l’impegno assunto tanto dal nuovo presidente del Brasile, quanto da Petro in Colombia, contro la deforestazione dell’Amazzonia e la spoliazione delle risorse naturali dovrà fare i conti con lo sfruttamento intensivo e sregolato dei grandi gruppi privati. Non si può negligere, infine, il dato fondamentale che un cambiamento strutturale nei paesi della regione implicherebbe il superamento del modello estrattivista, che attribuisce alle loro economie il ruolo subalterno di esportatrici di materie prime nel mercato mondiale. In tutti questi casi, sono i pilastri stessi del neoliberismo che dovrebbero essere messi in discussione, come la subalternità dello Stato al mercato, la preminenza del settore privato nel campo dei beni e dei servizi essenziali, le liberalizzazioni a favore delle industrie agroalimentare, forestiera ed estrattiva.

A complicare la situazione, in molti paesi dell’America Latina, a cominciare dal Brasile, le destre neoconservatrici e ultraliberali, sul modello di Donald Trump e Bolsonaro, dispongono di un solido consenso elettorale, restano ben radicate nelle istituzioni e detengono il controllo di importanti mezzi di comunicazione. Se la rappresentanza del Partito Repubblicano di Kast resta molto contenuta nel Congresso cileno, l’attività del partito incalza la destra tradizionale di Sebastián Piñera, ponendosi come elemento di disturbo nel sistema politico-istituzionale e, in prospettiva, come pericoloso concorrente[6]. D’altra parte, il colpo di Stato che ha spodestato il presidente Evo Morales in Bolivia, il 10 novembre 2019, interrompendo l’attuazione del suo programma di nazionalizzazione del gas e del litio, è rivelatore della fragilità delle democrazie latinoamericane. Infine, se l’esempio di Pedro Castillo in Perù mostra che il tentativo di un cambiamento radicale del modello economico attuato dall’interno delle istituzioni porti a una situazione di paralisi parlamentare e di ingovernabilità di fatto, quello opposto di Boric in Cile rende chiaro che il dialogo con il centro, mentre assicura le condizioni istituzionali della governabilità, non garantisce sufficienti margini di agibilità politica per la realizzazione di riforme strutturali che correggano le disuguaglianze, come richiesto dalle alte aspettative degli elettori. Il rischio che ne consegue è la diminuzione dei consensi, come accaduto allo stesso Boric, passando dal 20% al 68% di disapprovazione in appena sette mesi dall’inizio del suo mandato.

La questione merita un maggiore approfondimento. A ben vedere, infatti, in tredici delle ultime quattordici elezioni presidenziali tenutesi in America Latina, tra il 2019 e il 2022, ha vinto l’opposizione e solo in Nicaragua il partito al potere. Il centro-destra ha vinto in cinque paesi (El Salvador, Guatemala e Uruguay nel 2019; Ecuador nel 2021; Cosa Rica nel 2022); negli altri, le più diverse opzioni della sinistra (Panama e Argentina nel 2019; Bolivia e Repubblica Dominicana nel 2020; Perù, Honduras e Cile nel 2021; Colombia nel 2022). In questo contesto, risulta problematico parlare di uno spostamento dell’elettorato verso la sinistra. Bisognerebbe piuttosto constatare che il voto dei cittadini negli ultimi anni si è orientato a punire le classi dirigenti e i partiti al governo, a prescindere dalla loro collocazione nello scacchiere politico. Le cause di queste oscillazioni vanno individuate nel deterioramento delle condizioni sociali, nell’aumento della povertà e nella mancanza di prospettive per la classe media impoverita, nel corso di una congiuntura economica negativa che la regione ha attraversato tra il 2013 e il 2019, prima ancora di andare incontro all’accentuarsi degli squilibri nel 2020, per gli effetti della pandemia, e nel 2021-2022, per le tensioni inflazionistiche e la guerra in Ucraina. L’aumento del malcontento sociale, quindi, si è tradotto in un voto punitivo per i partiti e i presidenti al potere, che ha colpito un insieme eterogeneo di governi di destra e di sinistra.

Lo scenario economico negativo e le difficili condizioni di governabilità nella regione, con governi che non hanno la maggioranza in parlamento e riscontrano difficoltà, in taluni casi importanti, a formare alleanze a causa della frammentazione politica, fanno temere che l’elettorato, frustrato nelle sue aspettative, possa continuare a esprimere un voto punitivo nei confronti dei partiti al potere. Sarà possibile per le sinistre della regione inventare una politica progressista che concili un riformismo radicale con le esigenze della governabilità? È molto probabile che i governi di sinistra avranno non poche difficoltà ad articolare le riforme strutturali e le politiche redistributive necessarie a preservare il consenso delle fasce più svantaggiate della popolazione se proveranno a farlo nel quadro del consociativismo, e non invece affidandosi alle mobilitazioni sociali, che hanno preceduto in questi anni e preparato in maniera forse determinante l’ascesa della sinistra.

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[1] PhD Fellow in Studi Internazionali, Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.

[2] Una prima stagione progressista in America Latina può essere situata tra il 1999, anno d’inizio della rivoluzione bolivariana, e i primi anni ’10 del secolo, chiudendosi con la morte di Chávez nel 2013, la vittoria del macrismo in Argentina e il processo di impeachment contro Dilma Rousseff in Brasile, entrambi alla fine del 2015, la svolta liberista di Lenin Moreno in Ecuador, nel 2017.

[3] I dati relativi all’indice d’inflazione nella regione non considerano l’andamento del fenomeno in Argentina e Venezuela, dove l’alta inflazione può essere considerata un fattore strutturale. Tutti i dati e i grafici della CEPAL consultati per l’articolo sono liberamente accessibili all’indirizzo: https://statistics.cepal.org/portal/cepalstat/index.html?lang=es.

[4] Il tasso di povertà e quello di povertà assoluta hanno raggiunto rispettivamente il 24,3% e l’8.3% nel 2021, mentre si stima che il 13.2% della popolazione rimanga senza un impiego (dati CEPAL 2021).

[5] La Organization for Economic Cooperation and Developpement (OECD) stima la crescita del PIL colombiano del 6,1% nel 2022 e del 2,3% nel 2023.

[6] Cfr. L. Pérez, La derecha se transforma, in Monde diplomatique, edizione cilena, novembre 2022.

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