Paolo Maddalena - Lo scandalo dei salari italiani e la grande bugia degli uomini di Confindustria

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Al centesimo giorno di guerra tra Russia e Ucraina si contano soltanto i morti, gli strazi dei feriti e le distruzioni di città intere, ma non si apre nessuna prospettiva di pace.

Anzi aumentano i fattori che fanno pensare a un inasprimento della guerra con la prospettiva finale di una guerra atomica.

Infatti Putin e Zelensky non si muovono dalle loro posizioni e gli Stati Uniti continuano a inviare armi, in modo da tenere accesa il più possibile la probabilità di un esito fatale di questo conflitto che certamente non ha nessun carattere di un conflitto regionale.

Sul piano economico ha fatto molto scalpore un rapporto dell’Ocse, secondo il quale negli ultimi 30 anni le retribuzioni medie sono aumentate in Germania del 33,7%, in Francia del 31,1%, in Olanda del 15,5%, solo per fare alcuni esempi, mentre soltanto l’Italia ha visto una riduzione del 2,9%, registrando altresì una serie di retribuzioni sotto la soglia della povertà.

Alcuni autori, molto legati alla Confindustria, affermano che ciò è dovuto a una presunta allergia degli italiani al libero mercato.

È una grossa menzogna. La verità è proprio l’opposto, l’economia italiana, posta in mano a privati, dalle insensate privatizzazioni, delocalizzazioni e finanziarizzazione del mercato, ostacola in modo pesante qualsiasi forma di investimento, in quanto è stata distrutta l’intera filiera economica che sostiene l’iniziativa economia privata.

Un grosso apporto per la stabilità economica italiana, con il relativo controllo dei prezzi e delle retribuzioni, era stato attuato dall’Ente pubblico economico IRI, che aveva 1000 aziende pubbliche e 500 mila dipendenti e, al momento della privatizzazione, vantava un fatturato di 75 912 miliardi di lire, donato al migliore offerente.

In quel periodo era ancora attuato il terzo comma dell’articolo 41 della Costituzione, secondo il quale: “la legge determina i programmi e i controlli opportuni, perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Proprio l’anelito alla libertà dei mercati ha impedito ai governi qualsiasi ricorso a questo importante principio fondamentale della Costituzione e oggi vanamente si invoca, dagli stesi distruttori del sistema economico italiano, di porre un tetto minimo ai salari.

Insomma è proprio la libertà dei mercati che ha distrutto il lavoro in Italia, basta pensare che, secondo la Costituzione, ogni lavoratore ha l’obbligo di essere costruttore dell’economia italiana, come precisa il comma 2, dell’articolo 4, secondo il quale: “ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.”

Viceversa i governi, sotto la spinta di Confindustria, hanno seguito il principio del programma di Cosentino della P2 di Gelli e hanno tolto ai lavoratori questo compito fondamentale, trasferendolo unicamente ai cosiddetti patronati, cioè alla Confindustria, senza tener presente che meno denaro circola in Italia sempre più difficile è svolgere un’attività imprenditoriale.

La responsabilità di tutto questo cade indiscutibilmente sul pensiero economico predatorio neoliberista che ha soppiantato il sistema economico produttivo keynesiano, secondo il quale la ricchezza va distribuita alla base della piramide sociale e tutto il Popolo, attraverso lo Stato, deve essere protagonista dell’economia (e quindi equamente retribuito ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione), con il sistema economico predatorio neoliberista secondo il quale la ricchezza deve essere nelle mani di pochi , costoro devono essere in forte concorrenza e lo Stato non deve intervenire nell’economia.

Tutto questo è stato puntigliosamente attuato con la totale dismissione della ricchezza pubblica e privata, a favore del mercato generale, nel quale dominano gli stranieri, e l’Italia, unica in Europa, proprio per aver seguito le prescrizioni del pensiero neoliberista, si trova ora nella descritta tragedia economica.

Attenzione a coloro che usano la menzogna per tutelare interessi privatistici e non del Popolo sovrano.

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