Per una lettura condivisa del tema pensionistico

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di E. Gentili, F. Giusti e V. Merlin

  1. “Basta con le pensioni anticipate: non ce le possiamo più permettere!”
  2. Esiste davvero un buco di bilancio dovuto alle pensioni troppo elevate?

III. Quale proposta avanzare a livello previdenziale?

“Basta con le pensioni anticipate: non ce le possiamo più permettere!”

La pensione anticipata fa la sua comparsa in Italia oltre 100 anni fa, con il Decreto di Riordino 3184/1923, firmato da Mussolini. Un’invenzione infame, perché da un lato viene concessa a patto di una riduzione dell’importo pensionistico, mentre dall’altro prevede come destinatarie dell’anticipo solo alcune categorie di lavoratori e non altre (paradossalmente quelle più povere e usuranti). All’epoca non tutti i cittadini avevano diritto al pensionamento e rimanevano fuori alcune fra le categorie più svantaggiate, come i piccoli contadini (anche quelli che lavoravano a mezzadria o nei terreni presi in affitto).

     

Da questo punto di vista, la situazione non è poi molto cambiata e, tuttora, ogni forma di pensionamento anticipato[1] comporta una riduzione permanente dell’assegno previdenziale in virtù dell’uscita dal mondo lavorativo prima del raggiungimento dei requisiti previsti per legge.

In sintesi, l’anticipo della pensione determina pensioni più basse con un meccanismo sostanzialmente punitivo rispetto al passato e con il solo risultato di aumentare l’età lavorativa e di penalizzare eventuali anticipi anche di soli 23 anni.

All’innalzamento dell’età pensionabile va aggiunto poi un ulteriore problema: mentre gli importi pensionistici vengono progressivamente abbassati, attaccando il valore reale dei salari e delle pensioni ma anche erodendo la base per il calcolo dell’importo pensionistico[2], la convenienza del pensionamento anticipato diminuisce (per lo Stato, oltre che ovviamente per i diretti interessati). A rigor di logica l’assegno pensionistico futuro sarà più leggero che in passato: un eventuale anticipo dell’uscita dal lavoro farebbe risparmiare ulteriormente le casse dello Stato sia in termini di Tfr che di previdenza mensile e al contempo lo stesso padrone risparmierebbe a sua volta, potendo assumere un giovane in apprendistato a costi decisamente minori e usufruendo anche di sgravi fiscali.

Queste considerazioni non tengono tuttavia conto di un “dettaglio” fondamentale: nell’ultimo trentennio l’aumento dell’età pensionabile e gli anni aggiuntivi di versamenti contributivi hanno fatto da contrappeso alla progressiva e inesorabile riduzione del valore delle pensioni.

Ebbene, ecco che in questo contesto Meloni decide di erodere ulteriormente la base per il calcolo della pensione (L. 197/2022, art. 1, c. 283) e, a seconda della forma di anticipo, di abbassare il limite dell’importo massimo consentito (!) e/o innalzarne il livello minimo richiesto per accedere all’agevolazione (se la si può chiamare così…).

Non è dunque un caso se da più parti sono arrivate critiche. Avevamo prodotto un contributo tempo fa[3], analizzando la questione più nel dettaglio; torniamo oggi sull’argomento proprio in virtù di alcuni interventi pubblicati nelle ultime settimane.

Basandosi sui dati Istat la Cgil ha affermato che nel 2023 i salari sono cresciuti dell’1,1%, mentre l’importo minimo necessario per accedere alla pensione contributiva è aumentato dell’8,1: «Se nel 2022 bastavano 1.309,42 euro per accedere al pensionamento anticipato, adesso ne serviranno 1.603,23, con una differenza nel biennio pari a 293.81 euro, il 22,4% in più»[4]. Ed è così che

un lavoratore con una retribuzione di 5.000 euro lordi per 12 mesi che ha lavorato per 20 anni, accantonando una pensione a 64 anni pari a 1.620 euro, potrà andare in pensione anticipata, mentre una lavoratrice delle pulizie che lavora part time 6 ore al giorno con una retribuzione di 600 euro al mese per 13 mesi (7800 euro annui) maturerà una pensione di 440 euro lorde, quindi non potrà accedere alla pensione anticipata. Non potrà neanche accedere a quella di vecchiaia a 67 anni e 20 anni di contribuzione, visto che non riuscirebbe a maturare nemmeno la soglia prevista nell’ultima legge di bilancio, nel 2024 pari a una volta l’importo dell’assegno sociale, ossia 534 euro[5].

Dunque, abbiamo un Governo attento a far quadrare i conti… ma quelli delle imprese (colpevoli ogni anno di quasi 150 miliardi di € di contributi non versati, ossia circa mezzo bilancio previdenziale Inps), non certo i conti della nostra lavoratrice delle pulizie!

A voler insistere, la nostra impressione è che perfino sui lavori usuranti questo Esecutivo non voglia prendere atto della necessità di prevedere una complessiva ricognizione atta a verificare il rischio di usura per le nuove professioni che scaturiranno dai processi di ristrutturazione digitale. Per essere espliciti non è detto che gli usuranti di domani annoverino categorie identiche a quelle di oggi: anche il loro peso numerico potrebbe essere diverso . Si tratta allora di guardare al lavoro in una ottica diversa, di studio, di medicina preventiva e non per cercare le strade, per altro lastricate di morti e infortuni, del contenimento della spesa di personale. L’usura e gli infortuni da lavoro rischiano di essere meno diagnosticabili con la svolta tecnologica, che favorisce usura fisica e psicologica sul lungo periodo anziché gli infortuni da trauma, probabilmente relativamente più afferenti ai decenni passati. Non è detto che mansioni pensabili come “da colletto bianco” non diventino invece mansioni soggette a disturbi muscolo-scheletrici, stress-lavoro-correlato, ecc. Di sicuro la logica che ha guidato la definizione della lista degli impieghi usuranti è stata risultato di una lunga mediazione (con le parti sociali) per renderla compatibile con il bilancio dello Stato. A distanza di anni invece dovremmo partire da uno studio approfondito dei lavori e di come stanno cambiando, fino ad aggiornare la stessa nozione di usura.

È indubbio che un assegno previdenziale calcolato sui contributi effettivamente versati nell’arco della vita risulti decisamente inferiore a quello di una pensione calcolata su monte retributivo degli ultimi 5 anni. Del resto il sistema di calcolo retributivo era stato giudicato troppo oneroso per le casse statali.

Al contempo, col passaggio al sistema contributivo si voleva trasmettere un messaggio ben preciso alle giovani generazioni: dato che prenderete una pensione calcolata in base ai contributi effettivamente versati, ciascuno sarà responsabile del proprio futuro, secondo logiche e culture meritocratiche. Certo, gli effetti delle norme attuali si mostreranno gradualmente e questo facilita l’azione governativa, ma alla fine tra un decennio o poco più avremo lavoratori in procinto di andare in pensione con un’età assai vicina ai 70 anni, così come gli attuali quarantenni resteranno in produzione più a lungo rispetto ai loro genitori, per il sopraggiungere di norme previdenziali diverse, e il loro assegno pensionistico sarà decisamente più basso.

Detto ciò, il vero limite di questa visione angusta è dato dal fatto che in una vita lavorativa possono esserci anni di bassi versamenti contributivi determinati da precarietà, part time, stato di disoccupazione, assunzione a Partita Iva (per continuare magari un rapporto di lavoro subordinato), che concorrono a formare una pensione più bassa di quella a cui si avrebbe avuto diritto durante gli anni di impiego stabile e garantito.

I problemi, però, sono tanti e molto diversificati. Ad esempio un altro aspetto dirimente è dato dalla previdenza integrativa, che ormai viene ritenuta un pilastro insostituibile del nostro sistema previdenziale. Ciò alimenta fondi previdenziali contrattuali (privati) e, più in generale, un meccanismo di progressivo ridimensionamento del sistema pensionistico pubblico… ossia di riduzione del bilancio previdenziale statale.

Esiste davvero un buco di bilancio dovuto alle pensioni troppo elevate?

Tutti gli attacchi alle pensioni dei lavoratori portati avanti da trent’anni a questa parte si fondano sulla presunta insostenibilità della previdenza attuale per le casse dello Stato. Nel Bilancio Inps per il 2023 si può leggere come le entrate previdenziali ammontino a poco più di 420 miliardi di €, di cui più del 60% sono i contributi versati dal datore di lavoro per conto del dipendente e il restante – tralasciando voci di entrata trascurabili – sono trasferimenti statali per coprire il buco di bilancio[6]. Un buco enorme, è vero, ma non tutto è come appare.

Innanzitutto le pensioni sono pagate attraverso i contributi versati dai lavoratori, quindi non è una scelta politica giusta conteggiarle fra le spese dello Stato. Il concetto di “spesa pensionistica” va perciò totalmente respinto: vale solo per le pensioni sociali. Secondo i dati Istat del 2021, «Scorporando, come dovrebbe essere e come fanno molti Paesi, la spesa assistenziale da quella pensionistica, la cifra sarebbe invece di 215 miliardi, cioè del 12,1% del PIL [anziché 278,5 miliardi, corrispondenti al 15,7 % del PIL]. Perfettamente in linea con la media UE (anzi anche più bassa)»[7].

Secondo poi, ogni mese ogni lavoratore versa il 33% dello stipendio lordo in contributi. Questo significa che con 43 anni di lavoro si coprirebbero 21,5 anni di pensione[8], se questa fosse pari allo stipendio. Ma non è così: le pensioni effettive sono sempre notevolmente più basse dello stipendio, per cui ne consegue che una parte dei contributi versati dal lavoratore “spariscano” e siano usati per altri scopi, non per la sua pensione (che si è pagato). La differenza è consistente e, moltiplicata per tutti i lavoratori e per i circa 20 anni medi di pensionamento della popolazione italiana, si quantifica in miliardi di €. Questi, pur essendo stati versati dai lavoratori in oltre 40 anni di contribuzione obbligatoria, non vengono loro restituiti nella pensione.

In terzo luogo, dobbiamo ricordare che l’entità della cosiddetta “spesa pensionistica” viene calcolata sempre al lordo delle tasse ma che, nel momento in cui il pensionato riceve la sua pensione, il 20% circa viene trattenuto in tassazione Irpef[9], che lo Stato incassa e che quindi rappresenta una entrata che non può essere conteggiata come “spesa”.

Per concludere si tenga presente un’ultima cosa: il totale dei crediti previsto dall’INPS per il 2023 ammonta a oltre 190 miliardi di €, a fronte di circa 101 miliardi di debiti. Tra i crediti troviamo ben 134 miliardi di € di contributi non riscossi, ossia non versati dalle imprese[10]. Come ogni anno una parte di essi viene “condonata” (svalutazione del debito) per difficoltà finanziarie, rischio di fallimento o ristrutturazione aziendale, nonché per cambiamenti di mercato sfavorevoli nel settore economico di pertinenza dell’impresa, ecc.[11]. Per il 2023 sono stati condonati 8 miliardi e 965 milioni di € di contributi dovuti per il lavoro dipendente… Più del costo del Reddito di Cittadinanza, che ammontava soltanto a 8 miliardi e 470 milioni! Anche in questo caso siamo davanti a una scelta di classe: condoni alle classi sociali abbienti e tagli alla spesa sociale per i diseredati.

La domanda che ci poniamo, a questo punto, è una: come mai i sindacati non denunciano questa situazione e non pretendono che i contributi dei lavoratori siano effettivamente usati solo per pagare le pensioni?

Quale proposta avanzare a livello previdenziale?

La questione previdenziale è politicamente importante perché rappresenta una problematica comune a tutto il lavoro dipendente. Il potenziale unificante, a livello di costruzione del dissenso e mobilitazione di protesta, è risultato evidente anche di recente, con le contestazioni di massa avvenute in Francia. A nostro avviso ciò pone almeno due problemi politici.

Il primo è la necessità di una rappresentazione del problema basata su categorie interpretative che rappresentino il nostro punto di vista, quello di chi la pensione deve percepirla e non elargirla. Scardinare la narrazione secondo cui le pensioni vanno abbassate perché causano un buco di bilancio insostenibile è un primo punto: semmai il problema è che il capitalismo italiano non riesce a sostenersi senza derubare i lavoratori dipendenti dei loro contributi e crea, in questo modo, un buco di bilancio. Un altro è rappresentare l’attacco trentennale alla previdenza portato avanti dai Governi a partire dal ’92 in una forma utile a comprendere le riforme che vengono fatte innanzitutto dal punto di vista dell’impatto che hanno sulle nostre pensioni. Per questo motivo, nel corso dei nostri studi (ancora non tutti pubblicati), abbiamo suddiviso i provvedimenti delle leggi pensionistiche occorse dal 1992 a oggi per categoria di attacco (anziché per ordine cronologico o in base al tipo governo che le ha promulgate), cioè per il tipo di effetto che hanno avuto sulle pensioni. Le categorie individuate sono le seguenti: attacco al valore nominale delle pensioni; prolungamento dell’età pensionabile; attacco alla “base pensionabile” (ossia base retributiva e base contributiva); rivalutazione dell’età pensionabile; compromissione della rivalutazione degli importi pensionistici; privatizzazione del sistema previdenziale. “Incasellare” gli effetti delle nuove disposizioni che vengono promulgate potrebbe aiutare a comprenderne il senso politico e a destrutturare la veste ideologica nella quale vengono presentate, oltre che a sviluppare sul tema un linguaggio condiviso alternativo, d’opposizione.

Il secondo problema politico è quello rivendicativo. Una lettura indipendente della questione può aiutare a formulare rivendicazioni nuove e centrate rispetto al dibattito politico in corso, ossia capaci di interagirvi e di contrapporvisi allo stesso tempo, incrementando le potenzialità di egemonia culturale sulla questione. Tuttavia non è facile costruire una controproposta complessiva in materia previdenziale, né è possibile farlo senza tenere in considerazione la tenuta dei conti dello Stato e della finanza pubblica.

Per prima cosa, allora, potrebbe essere meglio cercare di individuare un nodo centrale che possa svolgere un ruolo di rappresentanza di chi decide di opporsi (o soltanto di non condividere) alle politiche previdenziali dei governi, vale a dire una rivendicazione sufficientemente generale ed esemplificativa, capace di catalizzare le diverse opinioni e sensibilità di chi non condivide l’approccio governista e le politiche di austerità. In quest’ottica, lo studio del passato può darci risposte per il presente.

Il problema della tenuta di bilancio non nasce nel 1992. Periodicamente era già occorso diverse volte durante il secolo passato. A quell’epoca a grandi aumenti della spesa sono corrisposti aumenti delle aliquote contributive[12] e perciò, dal momento che il gettito contributivo rappresenta la principale voce di entrata del bilancio previdenziale, si può dire che i problemi venissero risolti aumentando i contributi da versare. Nel corso di una precedente analisi avevamo evidenziato come gli aumenti contributivi andassero differenziati tra i contributi versati dal dipendente (che chiamiamo “contributi salariali”) e quelli versati dall’imprenditore (contributi datoriali). Sostenevamo, poi, che gli aumenti dei contributi datoriali non avessero comportato una diminuzione dei salari: «l’aumento dei contributi datoriali era previsto in aggiunta al salario, come incremento della retribuzione lorda»[13]. La componente datoriale, difatti, è sempre stata un “versamento extra” del capitalista fin dall’inizio (L. 603/1919).

Ora, osservando «la serie storica degli aumenti delle aliquote si scopre che dal ‘96 ai giorni nostri vi è stata una sola variazione, consistente in un +0,30% (2007) per i contributi salariali. Se, dunque, fin dall’inizio del processo di smantellamento del sistema previdenziale, avviatosi fra il 1992 (Riforma Amato, D.L. 503/1992) e il 1995 (Riforma Dini, L. 335/1995), le aliquote contributive non sono state quasi ritoccate, probabilmente è perché si è pensato di agire sulla riduzione delle pensioni (uscite) anziché sull’incremento del gettito (entrate). Si è trattato, perciò, di una scelta»[14].

La nostra proposta, dunque, è di incrementare le aliquote datoriali per immettere liquidità nel bilancio statale e reinnalzare le pensioni dei lavoratori, nella consapevolezza che un intervento su questo piano, anche se minimo, porterebbe in dote un grande gettito di entrate. Ma in fondo sarebbe sufficiente imporre agli imprenditori il rispetto della legge versando tutti i contributi. A quel punto anche ripristinando le vecchie aliquote fiscali il Bilancio sarebbe decisamente in attivo.

Da una prospettiva di questo genere appaiono velleitarie proposte come quella formulata di recente dai sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil): «Occorre introdurre una pensione contributiva di garanzia inserendo elementi di solidarietà all’interno del sistema e agendo attraverso il mix tra anzianità ed età di uscita. Il che vuol dire che più crescono contribuzione ed età anagrafica, più aumenta l’assegno di garanzia, valorizzando tutti i periodi degni di tutela come il lavoro di cura, i periodi di disoccupazione, la formazione, le politiche attive, gli stage»[15].

Si capisce che i veri becchini di ogni miglioramento previdenziale sono proprio quei sindacati che dovrebbero avanzare proposte per accrescere l’importo previdenziale e ridurre gli anni necessari a uscire dal mondo del lavoro. Se questa è l’opposizione delle parti sociali, i padroni e il capitale possono dormire sonni tranquilli.

[1] Quelle aperte a nuove adesioni sono: pensionamento anticipato contributivo, Quota, Opzione Donna e APE sociale.

[2] Il sistema contributivo e? un metodo di calcolo dell’importo della pensione, basato sull’ammontare dei contributi versati. Il sistema retributivo, all’opposto, si fonda sulle retribuzioni (salari) effettivamente percepite. Il passaggio dalle retribuzioni ai contributi, come base di calcolo, ha determinato un netto abbassamento delle pensioni (L. 335/1995 e, per i soli lavoratori autonomi, L. 233/1990).

[3] https://www.machina-deriveapprodi.com/post/pensioni-lavoro-e-welfare-i

[4] Ufficio Politiche previdenziali Cgil, Giovani, il traguardo pensionistico sempre piu? lontano, 06/02/2024, p. 3 (Tab. A).

[5] Ufficio Stampa CGIL, Giovani: Governo li penalizza da lavoro a previdenza, traguardo pensione sempre più lontano e povero, 06/02/2024.

[6] INPS: Bilancio preventivo 2023, Tomo I, p. 85.

[7] G. Trombetta, I veri numeri del sistema pensionistico italiano, L’Antidiplomatico, 13/10/2023.

[8] Per un’analisi più dettagliata si veda, di V. Merlin, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_grande_imbroglio_furto_con_destrezza_dei_contributi_pensionistici_dei_lavoratori_dipendenti/39602_45009/

[9] Secondo i dati Istat del 2021 citati in G. Trombetta, op. cit., le tasse ammontano a 62,1 miliardi di €.

[10] INPS: Bilancio preventivo 2023, Tomo I, pp. 86 e 87.

[11] Questi criteri provengono dal Principio Contabile n. 15 dell’Organismo Italiano di Contabilità, organo istituito dal Governo D’Alema e composto da sole associazioni datoriali di rappresentanza.

[12] All’incremento della massa delle pensioni di oltre 10 milioni verificatosi fra il 1955 e il 1975, lo Stato ha reagito quasi raddoppiando l’aliquota contributiva complessiva, portandola dal 14,41% (1960) al 20,77% (1975) e, poi, al 23,31% (1976); all’aumento di 1.229.000 pensioni avvenuto fra il 1990 e il 1995 è corrisposto un aumento dell’aliquota dal 25,95% al 27,16% e, infine, al 32,70% (1996). Fonti: serie 1910-2010 Ferrera [2012], su dati INPS 2012; serie 1960-2010 Brambilla [2015].

[13] Si veda l’articolo di E. Gentili, F. Giusti e S. Macera, in https://www.machina-deriveapprodi.com/post/pensioni-lavoro-e-welfare-ii

[14] Ibidem.

[15] https://www.avantionline.it/cgil-governo-penalizza-i-giovani-pensione-sempre-piu-lontana-e-povera/

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