Pino Arlacchi - Trattare con Kabul : una proposta concreta

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Di Pino Arlacchi

 

Il 4 ottobre 2023, Il Fatto Quotidiano ha dedicato una pagina a questa mia riflessione-proposta sulla situazione dell'Afghanistan sotto i Talebani.

 

TRATTARE CON KABUL: ISIS E DIRITTI DONNE

La fuga americana da Kabul è avvenuta poco più di due anni fa, nell’ agosto 2021, sulla scia del ritiro dalla Siria e dall’ Iraq. Questo Medioriente post americano è parte di un megatrend a due facce iniziato dopo il crollo del Muro di Berlino e oggi in pieno svolgimento. Le due facce sono l’avanzata di un mondo multipolare e il simmetrico declino della supremazia USA. Entrambe stanno portando ad un miglioramento della sicurezza globale che è l’esatto opposto di quanto paventato dagli analisti occidentali, quasi unanimi nello spargere lacrime su un Medioriente in fiamme dopo la dipartita dello Zio Sam.  

    Prendiamo il caso dell’Afghanistan. I Talebani al potere l’avrebbero dovuto trasformare nell’ hub mondiale del terrorismo e dei traffici illeciti di ogni genere, inondando i Paesi vicini e l’Europa occidentale di oppiacei, amfetamine e guerrieri della fede in cerca di nuovi campi di battaglia. 

    Bene. È accaduto precisamente il contrario. I Talebani si sono lanciati in una campagna di distruzione dell’ISIS e dei gruppi collegati talmente efficace da sconcertare gli americani. Fino al punto da far girare nel Congresso accuse di inettitudine ai responsabili dell’antiterrorismo di Washington, ritenuti incapaci di contrastare lo Stato islamico.

      Il New York Times (25/3/2023) ha notato che i Talebani hanno individuato ed eliminato, tralaltro, la cellula ISIS autrice dell’attentato dell’agosto 2021 all’ aeroporto di Kabul, avvenuto durante il tumulto dell’evacuazione delle truppe USA, che era costato la vita di 13 militari americani più quella di decine di collaboratori afghani delle forze di occupazione, anch’essi in fuga. Lo stesso giornale ha pubblicato (18/12/2021) una serie di documenti segreti nei quali il Pentagono fa emergere, involontariamente, una delle ragioni del profondo odio antiamericano che si è accumulato nella popolazione afghana durante 20 anni di invasione: il massacro di migliaia di civili inermi ad opera di droni programmati a bombardare qualunque tipo di assembramento, e in particolare feste, mercati, matrimoni e perfino funerali e rifugi. La guerra aerea in Afghanistan, definita da Obama come un capolavoro di precisione volta a risparmiare vite innocenti, è stata in realtà una carneficina che è cessata solo con il ritiro ignominioso delle truppe sconfitte. 

    La Pax talebana che ha fatto crollare del 75% gli attentati in loco ed ha ridotto il rischio terrorismo per l’Occidente può essere solo temporanea, ma è una buona notizia per tutti noi, e perciò accuratamente taciuta dall’ industria della catastrofe. La quale è impegnata anche su un altro fronte. Quello di nascondere o minimizzare un parallelo sviluppo, ancora più sensazionale, avvenuto in Afghanistan. 

Il nuovo governo di Kabul ha riemanato, poco dopo il suo insediamento, il bando della produzione di oppio e l’ha fatto osservare quest’anno con il minimo uso della forza. E con il risultato di un crollo dell’80% della droga destinata a rifornire il 95% del mercato dell’Europa occidentale. 

    Avete letto bene. Sono stati i satelliti europei a rilevare nel giugno passato che i famigerati Talebani, invece di cartellizzare la produzione di una sostanza che distrugge la salute di un milione di consumatori europei e di appropriarsi dei profitti di un prezzo dell’oppio schizzato alle stelle, l’hanno proibita. In base alla prescrizione del Corano che vieta gli intossicanti. E in base ad una strategia dell’ONU che risale alla fine degli anni ‘90 e che li aveva già costretti, nel 2001, ad azzerare per la prima volta la coltivazione del papavero.

  Ma fu proprio nell’ autunno del 2001 che l’Afghanistan venne invaso e i Talebani tolti di mezzo. Nei decenni successivi, un accordo in nome della lotta contro il terrorismo tra gli uomini di Bush ed i signori della guerra nemici dei Talebani riportò la produzione illecita ai livelli precedenti.

    Siamo adesso di fronte ad una nuova opportunità di chiudere il rubinetto della droga che affluisce in Europa seguendo la rotta balcanica negoziando con i Talebani la prosecuzione del bando nei prossimi anni. Come?

Ripetendo la proposta che chi vi parla, come Direttore del programma antidroga dell’ONU, ha avanzato ai Talebani prima dell’invasione americana e che ha costituito l’unico successo ottenuto dalla comunità internazionale in Afghanistan. La coltivazione del papavero da oppio può essere eliminata tramite un programma di sviluppo alternativo delle economie delle zone di produzione. Il costo di questo piano è bassissimo, dato il prezzo irrisorio dell’oppio pagato al contadino dai trafficanti. L’ intero raccolto illecito afghano vale oggi 1,3 miliardi di euro. E con meno di 7 si potrebbe avviare un processo di crescita basato non solo sulla sostituzione dei raccolti ma su uno sviluppo multisettoriale in grado di consolidare il risultato entro un quinquennio e di offrire un’occupazione alternativa ai 450mila coltivatori attuali. 

Un miliardo e 300 milioni di euro spesi per sopprimere il problema all’ origine contro i 30-40 miliardi del fatturato annuo degli oppiacei venduti nelle nostre strade. Più i costi di cura e riabilitazione dei tossici, nonchè quelli del contrasto delle mafie e mafiette che li avvelenano. 

      Ho già incontrato 25 anni fa l’obiezione che non si può trattare con i Talebani per via della loro estrema misoginia. Ma l’ho superata andando alle radici psico-politiche della loro paranoia, che è in realtà una posture, una messinscena originata dalla spinta a provocare per poi trattare. Non si può negoziare senza conoscere bene la controparte. I Talebani non si sentono in colpa per le loro politiche contro le donne. Si sentono i vincitori di una guerra di liberazione nazionale contro la maggiore potenza militare del mondo, e non sono disposti a farsi sputare addosso da chi si preoccupa dei diritti delle loro donne dopo averne sterminate decine di migliaia dentro e fuori le loro case con bombe, droni e simili.

Cionostante, i diritti delle donne non sono per i Talebani un tabù definitivo, una precondizione del negoziato, ma un argomento su cui discutere. I Talebani sanno benissimo che il tema è un dito negli occhi occidentali, e che gran parte dei Paesi musulmani disapprova le loro bizzarre, folli violazioni dei diritti di metà della popolazione. Seduti al tavolo delle trattative, tuttavia, i Talebani possono dimostrare una sorprendente flessibilità di fronte ad una proposta di aiuto allo sviluppo che sia credibile e che preveda il rispetto dei diritti di tutti.

      Ho sperimentato di persona tutto ciò, facendo accettare al governatore di Kandahar, al primo ministro talebano e al mullah Omar - il leader supremo del tempo- l’abolizione del divieto di far lavorare le donne in una fabbrica tessile che eravamo sul punto di riattivare. E molte NGO che operano in Afghanistan possono confermare questa flessibilità delle autorità locali di fronte a proposte di aiuto allo sviluppo formulate in termini rispettosi e negoziali. 

      Ci sarà un Paese europeo in grado di aprire un dialogo con i Talebani di oggi - molto meno rozzi e violenti, tralatro, di quelli con cui ho avuto a che fare – in nome dell’antiterrorismo e dell’antidroga? Mettendo anche sul tavolo i diritti delle donne afghane?

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