Roberto Saviano, Yoani Sánchez e le “anime sensibili” della sinistra contro Cuba

Roberto Saviano, Yoani Sánchez e le “anime sensibili” della sinistra contro Cuba

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Rendendomi conto della sentita vicinanza che Saviano dimostra ogni volta nei confronti di Yoani Sánchez, mi ero promesso di portargli a conoscenza alcuni fatti sulla fulminea carriera della blogger cubana; carriera che l'ha portata in giro per il mondo a divulgare il verbo contro Cuba. 

Caro Roberto, ma tu sapevi o no che Yoani Sánchez nel 2002 decise di lasciare l'Isola con destinazione Svizzera, e nella sua permanenza in Europa incontrò Carlos Alberto Montaner?
Per sapere chi è costui puoi leggere «Kaosenlared: Yoani Sánchez, Negroponte y Montaner ¿Proyecto Blog? II» [1].

Montaner, esule cubano, le propose di rientrare a Cuba per portare avanti un grande progetto che le avrebbe cambiato la vita, portandola alla ribalta internazionale e guadagnando denaro come mai avrebbe potuto immaginare. 

Così Yoani Sánchez rientrò nell'Isola nel 2004, e sui di lei si iniziò a creare una delle più grandi bolle mediatiche degli ultimi anni.

Con l'aiuto della multinazionale spagnola dell'informazione “Grupo Prisa”, della Sociedad Interamericana de Prensa “SIP”, delle potenti comunità anticastriste di Miami e dei suoi amici della CIA – con la quale Montaner ha avuto stretti rapporti per moltissimi anni – iniziarono a diffondere i suoi articoli in tutto il mondo pubblicati nel blog che allora le era stato creato, “Generación Y”.

Come scrisse già nel 2009 Yohandry Fontana, “le possibilità tecnologiche che l'accompagnavano puzzavano: 60 volte l'intera larghezza di banda di Cuba per tutti i suoi utenti Internet, traduzione in 18 lingue e un hosting con sede in Germania”.
Per non parlare dei suoi tweet che, tramite bot, venivano condivisi con milioni di persone.

Qualcuno mi dica come una giovane cubana appena rientrata nel suo Paese – sottosviluppato digitalmente – avrebbe potuto realizzare tutto questo.

Anche se si sapeva chi c'era dietro Yoani Sánchez, i grandi media internazionali iniziarono subito a diffondere la commovente favoletta della solitaria ragazza che dal suo appartamento de L'Avana, con solo un computer e una connessione scadente, scriveva articoli con la speranza di innescare una “Primavera cubana” contro la censura del “regime castrista” e la sua repressione poliziesca.

Ma che strana censura e repressione che c'è a Cuba se il cosiddetto regime le lascia fare tutto questo.

Su di lei ogni cosa era pianificata. In un battibaleno le fu organizzata una grande campagna mediatica con consegne di premi; riconoscimenti internazionali; contratti da migliaia di dollari; copertina del Time; visita al Congresso americano; inserita nella classifica delle 100 personalità più influenti al mondo; fino ad essere candidata al premio Nobel per la Pace.

Io capisco che leggendo gli articoli della Sánchez si può facilmente rimanerne colpiti dalle sue denunce, perché gli argomenti sono quelli “giusti” e facilmente colpiscono l'opinione pubblica.
È soprattutto il suo modo di scrivere che spesso entra nell'intimo di chi ha un minimo di sensibilità e coscienza civica, visto che è molto brava nel riuscire a creare la giusta empatia con il lettore (è laureata in Filologia), ma questo accade maggiormente a chi conosce poco o nulla Cuba. 

Quando iniziai a leggere i suoi articoli anche io mi fermavo spesso a riflettere, finché cercai di capire meglio chi fosse veramente Yoani Sánchez e cosa la spingesse a pubblicare i suoi articoli di denuncia. 
Le mie conclusioni le scrissi su un blog che anni fa frequentavo, dove tra l'altro la redazione la sosteneva pubblicando saltuariamente suoi articoli. Blog creato e gestito da persone con una storia inequivocabilmente di sinistra.

Non scrissi nulla di così sconvolgente che già non si trovasse in rete, ma alcune di quelle cose non erano a conoscenza della redazione di quel blog, che a quel punto vedeva messa in discussione l'onestà intellettuale di Yoani Sánchez.
Una volta pubblicato, quello che di contro ricevetti fu qualcosa di inaspettato, soprattutto da persone che sentivo vicine “intellettualmente”.
Furono diverse le accuse, ma basta citarne una:

«Roberto Cursi, l’autore del testo che insegue ossessivamente Yoani Sánchez nei blog di mezzo mondo per dimostrare cosa non l’ho ancora capito [...]
Molti attacchi contro di lei, contenuti nella sua “inchiesta”, ma anche quelli di Gianni Minà, mi ricordano i metodi staliniani usati da Togliatti contro intellettuali come Vittorini e Calvino, ancor peggio contro Gramsci, che non volevano sottostare alla tirannia del Pci appiattito completamente sulle veline del Pcus staliniano».

Ho voluto riportare questo fatto solo per far capire il momento in cui mi sono reso conto che, dagli Stati Uniti, erano riusciti a creare un personaggio – Yoani Sánchez – che prima di tutto doveva entrare nel cuore delle “anime sensibili” della sinistra, e soprattutto di quella europea (nel continente americano non si sono fatti scrupoli a far sedere la blogger accanto alle destre più becere).

Era invece la sinistra dei “salotti”, la sinistra “intellettuale”, la sinistra della “cultura televisiva” e dei grandi giornali che Yoani Sánchez doveva conquistare.
Dagli Usa sapevano molto bene che l'egemonia culturale europea veniva da quell'aria, e che i media ne erano molto influenzati.
Il compito della Sánchez, con quella sua immagine portatrice di valori umanitari e in difesa delle libertà di espressione, era perfetta per far presa sulle loro coscienze.

Il fine era riuscire a tagliare loro l'ultimo pezzetto di cordone ombelicale che li legava ancora a Cuba, per quello che in passato la Rivoluzione aveva rappresentato. Sperando poi che nessun giornalista nei grandi media, nessun intellettuale, nessun partito europeo di area progressista si indignasse per un eventuale intervento umanitario-militare a Cuba in “difesa” del popolo oppresso dal regime.

Spero che Saviano si renda conto che il ruolo assegnato anni fa a Yoani Sánchez era stato scientemente studiato, e quel ruolo, negli anni, ha contribuito a creare l'aggressione che Cuba sta subendo in questi ultimi tempi.

A fine 2013 ho avuto un paio di scambi telefonici con Gordiano Lupi e ci siamo scritti anche qualche e-mail. Lui è ormai ex amico, ex collaboratore ed ex traduttore di Yoani Sánchez.
Se mai ce ne fosse stato bisogno, in quell'occasione ho avuto la certezza di quello che avevo già capito sulla blogger cubana.
Non sto qui a riportare le sue parole che in confidenza mi aveva riferito ma rimando alla lettura di un suo articolo che le racchiude tutte [2].

Immagino che a Saviano – ma non solo – tutto quello che fin qui ho scritto forse non gli farà cambiare opinione nel sostenere la battaglia di Yoani Sánchez perché, a prescindere da chi le sta dietro, i valori fondamentali che riguardano giustizia, libertà di espressione, diritti umani e accettazione delle diversità sono predominanti nelle denunce della blogger cubana, e quelli, senz'altro, sono valori che chiunque dovrebbe sentire suoi e far valere in qualsiasi latitudine del mondo, sempre quando quelle denunce corrispondano al vero.

Ma forse ci sono altre cose che Saviano non conosce; scelte chiare e nette della Sánchez, dichiarazioni pubbliche di cui in Italia non si è mai parlato, anche se da anni si trovano sul web.

Fatti abbastanza inquietanti per una come Yoani Sánchez che si erge a difensora dei diritti umani e della libertà di espressione quando si parla di Cuba, e che Saviano, ne sono convinto, condannerebbe “senza se e senza ma” se ne venisse a conoscenza. 

E allora continuo a chiedergli: Caro Roberto, ma tu sapevi o no che Yoani Sánchez...   


continua... 

leggi la seconda parte 

 

[1] Chi è Carlos Alberto Montaner:

https://kaosenlared.net/yoani-s-nchez-negroponte-y-montaner-proyecto-blog-ii/

 

[2] Le disillusioni sulla Sánchez di Gordiano Lupi:

http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=&cmd=v&lev=65&id=17330

Roberto Cursi

Roberto Cursi

Sono nato a Roma nel 1965 (ancora ci vivo) passando una felice infanzia in uno dei grandi cortile di un quartiere popolare. Sin da adolescente mi sono avvicinato alla politica ma lontano dai partiti. A vent'anni il mio primo viaggio intercontinentale in Messico; a ventitre apro in società uno studio di grafica e servizi per tipografie, seguono poi altre esperienze lavorative; a ventiquattro anni decido di andare a vivere da solo. Affascinato dall'esperienza messicana seguiranno altri viaggi in solitaria in terre lontane, accompagnato solo dalle mie due fotocamere “Fujica”: Vietnam, Guatemala, deserto del Sahara, Laos... fino a Cuba.

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