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Roma la malattia, Milano la cura? La ricetta di Bruxelles per la distruzione dello Stato

 

"Non possiamo permetterlo, non può e non deve essere questo il prossimo futuro del paese."

 

di Nicolò Monti 

 

Aldo Aniasi, partigiano e socialista, sindaco di Milano dal 1967 al 1976, definiva così i rapporti tra Roma e il capoluogo lombardo: “??problemi di Milano sono di proporzioni nazionali perché discendono direttamente da scelte economiche e politiche che vengono compiute a Roma.”
Oggi, parafrasando la frase di Aniasi, i problemi di Milano discendono non solo dal livello nazionale, ma soprattutto da quello europeo. Difatti, se con l’Unione Europea sono entrati di prepotenza, nel sistema paese, i trattati e i relativi regolamenti finanziari ed economici, a Roma di conseguenza le scelte politiche ed economiche sono influenzate, o piuttosto determinate, da questi trattati e regolamenti.





Questa nuova politica di interazione e interferenza che proviene dal di fuori dei confini nazionali ha, per un primo periodo, aggiunto un organismo politico transnazionale nei rapporti tra Roma, la capitale, e Milano. Bruxelles chiama Roma, Roma prende carico delle direttive ricevute, Milano - come il resto del paese – esegue.

Questo rapporto di ordini a cascata è andato avanti senza grandi cambiamenti sino all’arrivo della crisi economica finanziaria del 2008, che continua ancora oggi. L’Unione Europea, come sappiamo, è un struttura che basa le sue azioni sul controllo economico e finanziario, più che politico, degli stati aderenti. Non è politico questo controllo perché è un sistema che insegue e innalza al di sopra di ogni cosa, l’idea del supremo ruolo predominante del mercato, dell’economia, sulla politica, sulla “arte che attiene alla città”, come la definivano i greci antichi.



Le grandi crisi del capitalismo hanno in sé due aspetti contrari tra loro, ma collegati; se da una parte portano alla luce le immense contraddizioni di un sistema basato su sfruttamento e ineguaglianza, dall’altra concedono opportunità ghiottissime di sperimentazione per la modifica, in senso regressivo e spinto verso l’estremizzazione, delle regole dell’economia, della finanza e del rapporto tra le istituzioni e il mercato.

L’Italia è il sacro Graal dei Chicago Boys europei, un vero e proprio oggetto del desiderio per coloro che vogliono imporre il modello neoliberista più estremo, la vera e propria vetta di realizzazione del capitalismo. Il nostro paese non è il Cile di Pinochet, non è nemmeno il Regno Unito thatcheriano, due paesi dove le riforme neoliberiste sono state imposte e attuate in maniera accelerata e netta, non è nemmeno la DDR dopo l’annessione dove il processo di deindustrializzazione è stato inumano a dir poco, mentre per noi l’aggressione è avvenuta per gradi, nello spazio di due decenni, e continua ancora oggi.

Un processo iniziato dai primi anni 80 con la separazione della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro e l’eliminazione dei primi diritti sociali, come la scala mobile, ma che ha visto la sua progressiva espansione solo con gli anni 90.

Dapprima hanno eliminato la Prima Repubblica con la sua classe dirigente tramite Tangentopoli. Una classe dirigente, sì ladra ma con un senso dello stato e del predominio della politica sull’economia, un tratto assolutamente contrario ad ogni dogma neoliberista e capitalista della nuova Europa che stava nascendo sulle ceneri della Guerra Fredda. Per comprimere i salari e i diritti dei lavoratori non è bastata la scala mobile. E’ poi arrivato l’accordo tra governo e sindacati chiamato “la politica dei redditi”. Raggiunto l’obiettivo della compressione salariale, si è andati avanti con la progressiva dismissione dell’economia statale, con le grandi privatizzazioni delle imprese pubbliche e dei servizi, passando per la grande speculazione verso la Lira, tale da indebolirla per far sì che uscisse dal club delle “monete forti”.

La crisi finanziaria descritta poc’anzi ha dato una ulteriore spinta a tutto ciò. Precarizzazione del mondo del lavoro, tagli drastici alla spesa pubblica, limitazione dell’agire dei sindacati, riforme delle pensioni, Patto di Stabilità, Pareggio di Bilancio in Costituzione e Fiscal Compact sono la diretta emanazione di questo processo di annientamento dello stato e di sollevamento del libero mercato a padrone assoluto.

Roma e Milano sono il passo successivo. Roma, la città dei ministeri, del pubblico impiego, del potere politico. Milano, la rappresentante della finanza, della Borsa valori, del tessuto produttivo del paese. A Roma non si lavora ma si “mangia”, Milano, al contrario, produce e sfama Roma. Queste le considerazioni che sono state dette e ridette, con una estrema insistenza in tutti gli ambienti, da quelli politici a quelli economici, fino ad arrivare alla semplice satira o al bar sotto casa. Un’idea errata di rappresentazione delle due metropoli che si è insinuata tra le menti dei cittadini in modo da renderla vera senza alcun dubbio.

Roma è lo Stato, Milano è il Libero Mercato. Roma è la malattia, Milano è la cura. Nell’Ottobre 2017 sono usciti, a poca distanza l’uno dall’altro, due articoli. Uno che riportava dati Sole24Ore sulla città di Roma, l’altro di Eurostat su Milano. Da questi si evincono i processi di cui parliamo; a Roma c’è una crisi aziendale, del tessuto produttivo, imponente che riguarda non uno specifico settore, ma molteplici. A partire da Alitalia, che minaccia a giorni alterni di andarsene da Fiumicino per spostare il proprio Hub principale a Malpensa, passando per SKY e TGCOM che spostano le loro redazioni e uffici a Milano. Ma la crisi colpisce anche i call center (Almaviva il caso più eclatante), il settore della grande distribuzione, quello dell’energia e quello dell’informatica. Un vero e proprio svuotamento del già fragile tessuto produttivo romano, attraverso una delocalizzazione interna ma che produce danni tanto quanto una delocalizzazione verso l’estero. Allo stesso tempo a Roma la disoccupazione giovanile è a livelli estremi, al 40,2% (dati ISTAT), tra le peggiori d’Italia.

Di Milano invece vediamo un ritratto quasi, se non del tutto, opposto. La disoccupazione totale è al 7,4%, quella giovanile al 29,9%, in calo rispetto al 32,2% del 2015. La Lombardia è annoverata tra le “Locomotive d’Europa” assieme alla tedesca Baden – Wurttemberg, la Francese Rhone – Alpes e la spagnola Catalogna con livelli di occupazione tornati ai livelli pre-crisi, al 71,1%.
A Milano c’è stato EXPO, c’è la questione riaperta del trasferimento da Londra dell’Agenzia Europea del Farmaco, c’è la sempre più sponsorizzata definizione di “città europea”, a conferma ulteriore che per l’Unione Europea e per il sistema capitalista europeo Milano è il “Centro” a cui fare riferimento.

Non è tutto oro quel che luccica, si dice spesso, difatti a Milano sussistono, come in tutto il paese, le difficoltà estreme nel mondo del Lavoro dipendente e di quello delle piccole e medie imprese. I giovani (e i meno giovani), anche se lavorano, hanno contratti precari e salari da fame. Le PMI sono schiacciate dalla sleale concorrenza dei grandi gruppi e delle grandi imprese, oltre che da una tassazione iniqua che favorisce, appunto, i “grandi” e a questo aggiungiamo anche il disagio sociale a livelli allarmanti causato dal forte impoverimento delle famiglie.

In conclusione. C’è un solo modo, uno soltanto, per invertire la rotta: il rifiuto dei trattati europei con conseguente uscita dalla UE e la riappropriazione da parte dello Stato del suo ruolo di predominio sull’economia attraverso ingenti investimenti pubblici per la creazione di posti di lavoro e della nazionalizzazione del settore bancario finanziario a tutela della cosa pubblica contro le speculazioni di ogni tipo.
Mai come oggi il neoliberismo è vicino alla conclusione di quel processo iniziato più di 25 anni fa. E non si perde tempo, si è già arrivati a chiedere che sia Milano la capitale d’Italia, come sugello della vittoria del libero mercato sullo stato. È, senza alcuna sorpresa, l’Espresso a chiederlo in un articolo dell’11 Gennaio 2017 dove Roma, si dice, non riesce a tenere il confronto con Milano ed è l’ora di passare il testimone. Questo testimone si traduce nei fatti e nelle intenzioni nell’eliminazione di Roma come “intermediario” tra Milano e UE, relegando la Città Eterna al ruolo di periferia scomoda, schifata e ridotta a museo a cielo aperto, in nome di un passato che mai più deve ritornare.

Non possiamo permetterlo, non può e non deve essere questo il prossimo futuro del paese.

 

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