Socialisti e verdi ungheresi flirtano con l'estrema destra di Jobbik. Il "rossobrunismo" che piace all’Unione Europea e a Soros

Socialisti e verdi ungheresi flirtano con l'estrema destra di Jobbik. Il "rossobrunismo" che piace all’Unione Europea e a Soros

Il centrosinistra propone al movimento di Gabor Vona un patto di desistenza contro Orban. L'antifascismo a seconda della convenienza

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di Omar Minniti

da Budapest

 

In Italia, Potere al Popolo e Liberi e Uguali hanno rifiutato di partecipare alle tribune elettorali televisive in presenza di esponenti di Casa Pound e Forza Nuova. Perfino il Pd di Renzi ha agitato lo spauracchio fascista durante la campagna elettorale. Ma il paventato ritorno delle camicie nere non sembra agitare i sonni delle sinistre europeiste ungheresi.


Anzi, a Budapest i veri "rossobruni" che propongono "alleanze tra opposti per sconfiggere il sistema" sono proprio i socialisti del Mszp e soprattutto i verdi del Lmp. L'opposizione socialdemocratica, liberale ed ambientalista magiara rincorre la formazione di estrema destra Jobbik, nostalgica del regime dell'ammiraglio Horthy e principale forza della minoranza anti-Orban, che i sondaggi danno attorno al 18%. Un flirt che dura da qualche anno, da quando Fidesz (sigla dell'Alleanza dei Giovani Democratici), il partito di governo, ha cominciato a rosicare consensi nella base del movimento ultranazionalista, soprattutto sui temi del blocco delle frontiere e del rifiuto delle quote migranti imposte dall'Unione Europea. Uno sfondamento a destra di Orban che ha spinto Jobbik ed il suo leader Gabor Vona ad aprirsi un nuovo spazio di manovra, trovare sul percorso inattesi alleati e cercare di rifarsi il look, presentandosi come una compagine moderata ed attenta ai temi dei diritti civili, compresi quelli degli Lgbtq (qualche malizioso lega questa apertura alla presunta omosessualità dello stesso Vona).


Il culmine di tale inciucio paradossale, si è materializzato quando Orban ha deciso di scagliarsi frontalmente contro Soros, il magnate di origine ungherese alchimista delle “rivoluzioni colorate”. Quando il governo ha minacciato di limitare le attività delle Ong di quest'ultimo  e di revocare la licenza alla Central European University, l’università di Budapest che risponde direttamente all'Open Society del “filantropo” seguace di Popper. È stato quello il momento in cui i camerati di Jobbik, tatuati di rune ed aquile imperiali, sono scesi in piazza assieme ai movimenti liberali (e perfino della sinistra “radicale”) che sventolavano le bandiere blu dell’Ue ed accusavano Putin di utilizzare Orban come una marionetta.Sono state numerose le manifestazioni che hanno avuto luogo in quelle settimane, tutte caratterizzate da una rabbiosa russofobia. Lo slogan più gettonato fu: "Putin no, Europa sì". Clamorosa l’arrampicata sugli specchi di Vona per giustificare questa linea: “Siamo contro Soros, ma per la libertà di espressione e di insegnamento”.





Adesso che le elezioni politiche dell’8 aprile si avvicinano, questa strana alleanza “rossobruna” in salsa gulasch cerca di prendere corpo anche nelle urne. La proposta offerta a Jobbik da una parte consistente dell’opposizione di centrosinistra, con qualche mugugno solo dentro la “Coalizione Democratica” (Dk) dell’ex premier Gyurcsany, è incentrata su un vero e proprio patto di desistenza. Per impedire a Fidesz ed ai suoi alleati democristiani di vincere nella maggioranza dei 106 collegi uninominali (il sistema elettorale ungherese è misto, con altri 93 seggi assegnati tramite proporzionale con sbarramento), si è chiesto all'estrema destra di stabilire insieme i candidati più forti su cui puntare per sconfiggere gli uomini di Orban.

La più attiva nel ricercare un accordo elettorale con Gabor Vona è stata la portavoce dei verdi del Lmp, Bernadett Szel, che con Jobbik aveva già sottoscritto mesi fa un patto di consultazione in parlamento. Se il tentativo è fallito, almeno ufficialmente, è stato solo per via della paura dei dirigenti dell’estrema destra di smarrire lo zoccolo più duro del loro elettorato, di perdere alcune roccaforti e di dover votare certi “impresentabili”, soprattutto del Dk, accusati di corruzione. Insomma, è stata Jobbik a ringraziare ma a declinare l’offerta dei paladini degli “Stati Uniti d’Europa”. Nessun rifiuto ideologico: solo una questione di calcoli e tornaconti. Ma trattative informali sono ancora in corso e riguardano alcuni collegi strategici, nella capitale e non, dove i candidati di Orban sono in bilico. C’è ancora qualche chance di vedere i sinistrati noborders ungheresi, antifascisti a giorni alterni, votare e ricevere i voti di coloro che fino a poco tempo accusavano di xenofobia e antisemitismo. 


Chissà cosa pensano i vari Fiano, Boldrini e Fratoianni dei "compagni" ungheresi, presi da questa romantica love story con una delle destre più radicali (e radicate) d'Europa. Oppure i vari "cacciatori di rossobruni" nostrani, quelli che vedono fascioleghisti infiltrati ovunque. Gradiranno questa alleanza "coi fascisti per combattere altri fascisti"?

 

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