Yemen: un paese strategico nella scacchiera geopolitica

Yemen: un paese strategico nella scacchiera geopolitica

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di Paolo Arigotti

 

La narrazione del mainstream sovente ci presenta gli Houthi – altrimenti detti Ansar Allah (“partigiani di Dio”) – come un gruppo ribelle, quasi a sottolinearne la natura non ufficiale di quello che, piaccia o meno, rappresenta il governo dello Yemen, perlomeno di una buona parte di questa martoriata nazione, ivi compresa la capitale Sanaa[1]. E non sarebbe neppure il caso di sminuirne il potenziale militare, tenuto conto che parliamo di un movimento di resistenza sciita che è stato in grado di tenere testa, a partire dal 2015, alla coalizione a guida saudita, nell’ambito di una lunga e sanguinosa guerra civile che ha funestato la nazione più povera della penisola arabica.

Gli Houthi sono tornati all’onore delle cronache quando hanno apertamente sfidato la potenza talassocratica per eccellenza, quella statunitense, nel contesto di uno dei più importanti e strategici “colli di bottiglia” del mondo: lo stretto di Bab al-Mandeb, sul mar Rosso, lo snodo di collegamento con l’oceano Indiano. Nessun dubbio circa le ragioni degli Houthi, che possono essere lette nelle dichiarazioni ufficiali del governo yemenita, nelle quali traspare la natura ritorsiva della strategia messa in atto a partire dallo scorso 14 novembre, per quanto il primo attacco si sia verificato il 19 ottobre, quando il cacciatorpediniere americano USS Carney aveva intercettato tre missili sparati dalle coste dello Yemen. Il gruppo sciita, quale risposta alle violenze perpetrate dalle forze armate israeliane nella striscia di Gaza, già costate la vita a oltre ventimila persone (per lo più donne e bambini), ha annunciato l’intenzione di prendere di mira, con droni e missili, qualsiasi nave legata a Israele che transiti da Bab al-Mandeb, che funge da porta d’accesso anche al Canale di Suez, per il cui tramite – giova ricordarlo - transita circa il 10 per cento del commercio globale e qualcosa come 8,8 milioni di barili di petrolio, corrispondenti più o meno a un decimo delle forniture globali, senza contare il circa 8 per cento di gas liquido. A ciò andrebbe aggiunto il fatto che i cavi in fibra ottica, quelli che assicurano il flusso di dati e la connessione tra Europa, Africa, paesi arabi, India e Estremo Oriente, sono collocati proprio in questa parte del mondo, e che tali collegamenti potrebbero essere messi a rischio dallo scoppio di un conflitto, con effetti imprevedibili sulle telecomunicazioni e traffico Internet a livello globale[2].

Inoltre, lo scorso 9 dicembre sempre Ansar Allah ha annunciato un allargamento delle operazioni, assumendo come obiettivo non più solo le navi battenti bandiera dello stato ebraico, ma qualunque imbarcazione diretta verso Israele, a prescindere dalla nazionalità, col fine ultimo di tagliare ogni rifornimento di cibo e medicinali, esattamente come Israele ha fatto con Gaza.

A scanso di equivoci, non si tratta di azioni indiscriminate, perché a essere interessate sono solamente le navi collegate e/o dirette verso Israele, mentre le petroliere russe, cinesi, iraniane e del resto del sud globale transitano indisturbate attraverso Bab al-Mandeb e il Mar Rosso: un interessante spunto di riflessione sull’evoluzione degli equilibri globali, senza contare che russi e cinesi avrebbero a disposizione anche la rotta artica.

Un altro punto che è opportuno chiarire fin da subito è che gli Houthi non vogliono la distruzione di Israele e del suo popolo, ma soltanto la fine della strage di Gaza e l’afflusso di aiuti umanitari, ricorrendo al blocco navale come strumento di pressione. E a questo punto verrebbe da chiedersi se la risposta a queste istanze, non propriamente irragionevoli o infondate, possa essere un’azione militare, che già conta le prime vittime[3]. La risposta la lasceremo al lettore.

Alla fine dell’anno già si contavano nove navi prese di mira, assieme al sequestro nel mar Rosso di un’altra imbarcazione riconducibile a Israele, costringendo diverse tra le maggiori compagnie di navigazione internazionale (e petrolifere) a modificare le loro rotte, circumnavigando l’Africa e passando per il Capo di Buona speranza, aumentando così la durata del viaggio e, ovviamente, i costi di carburante, assicurazione e degli altri oneri connessi.

Le azioni di Ansar Allah non si sono limitate alle acque marittime, visto che gli yemeniti hanno lanciato diversi attacchi missilistici e droni sulla città portuale meridionale israeliana di Eilat, compromettendone quasi del tutto il traffico marittimo commerciale. 

Il complesso di queste azioni rappresenta un grosso smacco per la Casa Bianca, visto che nella sua strategia di sicurezza aveva garantito che non avrebbe permesso ostacoli di sorta alla libertà di navigazione, da sempre uno degli elementi di punta della talassocrazia a stelle e strisce, che si fonda per l’appunto sul controllo dei famosi “colli di bottiglia”[4].

Di fronte alla determinazione degli yemeniti, è scattata la reazione degli Stati Uniti, col segretario di Stato Lloyd Austin che lo scorso 18 dicembre annunziava l’avvio di un’operazione navale, denominata Prosperity Guardian, con la partecipazione di venti paesi, tra i quali l’Italia, che si proponeva l’obiettivo di contrastare gli attacchi in corso e garantire il transito sicuro attraverso il Mar Rosso. Per la cronaca, l’unico paese arabo ad aver dato la propria adesione è stato il piccolo Bahrein, mentre Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, sulla carta alleati di Washington, hanno declinato l’invito, magari consapevoli gli ultimi due che i missili yemeniti sarebbero perfettamente in grado colpire i loro giacimenti petroliferi e di metterli fuori servizio per un bel pezzo.

L’annuncio dell’iniziativa non ha minimamente intimidito Ansar Allah, che ha ribadito la continuità delle operazioni, e allo stesso tempo ha fatto emergere le prime fratture all’interno della coalizione dei “volenterosi”. Se alcune delle nazioni europee astrattamente coinvolte, come Danimarca, Olanda e Norvegia, hanno annunciato un supporto minimo, persino l’atlantista Governo Meloni ha ridimensionato la portata del proprio contributo[5]: come ha precisato il ministro della Difesa Guido Crosetto la fregata italiana “Virginio Fasan”, operativa nel mar Rosso, sarà sotto il comando nazionale e si occuperà solo della protezione del traffico mercantile, su richiesta degli armatori italiani, al di fuori dell’Operazione Prosperity Guardian[6]. Una decisione dello stesso tenore è stata presa dalla Francia, che ha detto di non avere intenzione di mandare nella regione nuove navi, il che potrebbe preludere a un rapido ritorno sui suoi passi da parte dell’Amministrazione americana, quantomeno a una minore determinazione, visto che Washington è stata praticamente lasciata sola da gran parte dei suoi “satelliti”.

Come scrive Michael Whitney, analista geopolitico e sociale americano: “Gli Stati Uniti non possono formare una coalizione marittima su larga scala perché gli alleati americani non si fidano più del giudizio di Washington né credono nella sua autorità morale. Né la Marina dispone di una flottiglia abbastanza grande o abbastanza agile da proteggere i corsi d’acqua e i corridoi di transito che sostengono le economie occidentali. Questo non è un problema da poco. Questa è crisi di legittimità”[7]; aggiunge Zoran Kusovac, su Al Jazeera che “se la Marina statunitense alla fine dovesse attaccare lo Yemen, gli europei potranno affermare di non aver contribuito all’intensificazione della guerra, scaricando tutta la responsabilità sugli Stati Uniti.”[8]

Occorre considerare che le sole portaerei e missili di Washington difficilmente sarebbero in grado di contrastare gli attacchi yemeniti, specie nel lungo periodo, ed ecco un ulteriore e grave smacco per gli Stati Uniti, che potrebbero rivelarsi incapaci di tener testa al più povero dei paesi dell’area, che si avvale di armamenti – droni e missili – poco costosi (circa un decimo rispetto a quelli americani).

La testata Politico[9] ha riferito che alcuni funzionari del Dipartimento della Difesa avrebbero ammesso come i costi per contrastare le azioni di Sanaa fossero in preoccupante ascesa: secondo le prime proiezioni, finora gli yemeniti avrebbero lanciato più di cento attacchi, colpendo una decina di navi di varia provenienza, a costi relativamente esigui, mentre gli USA sarebbero già stati chiamati a sostenere un costo stimato in oltre 200 milioni di dollari, senza contare che le scorte missilistiche in mano agli americani non sono infinite, come non lo sono le capacità produttive della sua industria bellica. E la prospettiva di restare sguarniti non rappresenterebbe un pericolo solo per lo scacchiere del mar Rosso, ma anche per altri contesti strategici, come Mediterraneo o Indo pacifico.

Si presenterebbe, così, una situazione paradossale nella quale la massima potenza militare del globo subirebbe una batosta ad opera di quelli che considera semplici ribelli, muniti di armamenti di gran lunga inferiori, ma che hanno il pregio di costare poco e di essere di più agevole reperibilità. Uno scenario non dissimile da quello cui si è assistito in Ucraina, dove la capacità produttiva di proiettili dei russi – stimata in circa due milioni di pezzi all’anno, a costi assai contenuti – fa da pendant ai meno di trecentomila attualmente sfornati dal complesso industriale di Washington, oltretutto a costi di gran lunga superiori.

Un’altra incognita è rappresentata dal rischio dell’allargamento del conflitto. Gli Houthi, come sappiamo, sono sciiti, per cui se andasse in loro soccorso l’Iran gli equilibri cambierebbero ancora. Teheran, per ora, ha rinviato al mittente le accuse americane di qualunque coinvolgimento e/o di aver avviato a propria volta azioni di forza contro navi commerciali (come la notizia diffusa da fonti delle forze armate statunitensi circa una petroliera chimica che sarebbe stata colpita nell’Oceano Indiano da un drone lanciato dall’Iran), il che non esclude che la Repubblica Islamica – che possiede un arsenale missilistico di tutto rispetto - possa decidere diversamente per il futuro, come potrebbero lasciar intendere alcune dichiarazioni circolate negli ultimi giorni di dicembre, sull’onda emotiva delle crescenti violenze a Gaza.

La Repubblica Islamica ha già chiesto l’applicazione di sanzioni economiche e dell’embargo per le forniture energetiche contro lo stato ebraico che, a differenza della Russia, che dispone di ben altre risorse, ne uscirebbe molto probabilmente con le ossa rotte. E non dimentichiamo che se gli Houthi possono ostacolare la navigazione su Bab al-Mandeb, gli iraniani potrebbero fare altrettanto con Hormuz, con effetti ulteriormente devastanti per le forniture energetiche mondiali. Anche per questo l’ipotesi, pure circolata, di un attacco diretto contro lo Yemen, dilaniato da un conflitto civile che ha provocato centinaia di migliaia di vittime e nel quale le complicità americane, saudite ed emiratine sono arcinote, potrebbe essere considerata al massimo una provocazione, visto che una sortita del genere provocherebbe, volendo essere ottimisti, un conflitto regionale dagli esiti imprevedibili.

Non manca chi vede in tutto questo, anche nei fatti di Gaza, una strategia americana, spalleggiata da Israele, per disfarsi dell’Iran, ma ammesso e non concesso che esistesse un simile progetto, lo stesso potrebbe rivelarsi un boomerang per alcuni dei più solerti dirigenti politici e strategici, affetti da guerrafondaismo d’assalto, che vivono per lo più al di là dell’oceano, e che per ora sono distanti dai teatri conflittuali.

Se come dicevamo, la nazione più povera e devastata della penisola arabica è stata, e/o si rivelasse in grado, nonostante la storia tormentata e i pochi mezzi a disposizione, di mettere in gioco tanti equilibri, dimostrando che quando si vuole – un messaggio che vale pure per diversi dirigenti del mondo arabo – gli strumenti per far valere le proprie ragioni esistono perfino nei confronti degli americani, qualche domanda e qualche dubbio sarebbe il caso di porseli.

A questo punto, di fronte all’insieme dei fatti – tra defezioni, pericolo di escalation e della spirale bellica – pur consapevoli del peso israeliano nella politica estera e interna degli Stati Uniti[10], a maggior ragione in vista dell’appuntamento elettorale di novembre 2024[11], viene da chiedersi per quanto tempo sarà ancora possibile (e pensabile) portare avanti certe politiche, facendo finta di ignorare la portata dei crimini perpetrati a Gaza in nome di presunte ragioni difensive o securitarie alle quali, in tutta onestà, non crede quasi più nessuno.

E per quanto tempo ancora il mondo dovrà essere funestato da conflitti orchestrati in nome di una presunta superiorità e/o volontà egemonica, che sempre più spesso vengono smentite dai fatti, e che non trovano altra giustificazione se non negli interessi dei ristretti circoli di potere che si celano dietro decisioni insensate e foriere solo di morte, fame e disperazione?

Per chi non lo avesse capito, in quest’ultimo passaggio non ci riferivamo solo a Gaza, ma ai tanti, troppi, popoli sacrificati in nome del “nulla cosmico”: la brama di potere di una ristrettissima élite, che non rappresenta niente e nessuno, all’infuori di sé stessa.

 

 

FONTI

new.thecradle.co/articles/how-yemen-is-blocking-us-hegemony-in-west-asia

www.limesonline.com/huthi-attacchi-governo-yemen-iran-guerra-medio-oriente/134493

it.insideover.com/guerra/allarme-per-le-rotte-gli-attacchi-houthi-incendiano-il-mar-rosso.html

it.insideover.com/guerra/il-risveglio-degli-houthi-cosi-la-guerra-tra-israele-e-hamas-ha-riattivato-la-milizia-sciita.html

www.aljazeera.com/news/2023/12/25/analysis-has-the-us-led-red-sea-force-calmed-shippers-amid-houthi-attacks

new.thecradle.co/articles/how-yemen-changed-everything

www.globalresearch.ca/will-biden-forced-send-ground-troops-yemen/5844486

www.analisidifesa.it/2024/01/nuove-tensioni-tra-mar-rosso-e-corno-dafrica/

www.agi.it/estero/news/2023-12-31/usa-colpiscono-houthi-in-mar-rosso-24648791/

www.analisidifesa.it/2023/12/missione-navale-nel-mar-rosso-loccidente-in-ordine-sparso/

www.lindipendente.online/2023/11/19/yemen-houthi-sequestrano-nave-nel-mar-rosso/

www.globaltimes.cn/page/202401/1304591.shtml

www.lantidiplomatico.it/dettnews-un_piccolo_consuntivo_geopolitico_di_questo_2023/29296_52157/

www.aljazeera.com/news/2024/1/1/us-sinks-houthi-boats-in-the-red-sea-how-did-the-fight-unfold

www.aljazeera.com/news/2023/12/27/analysis-in-the-red-sea-the-us-has-no-good-options-against-the-houthis

www.limesonline.com/rubrica/crisi-stati-uniti-bilancio-fiamme-americane

www.limesonline.com/cartaceo/la-vera-posta-in-gioco-della-guerra-in-yemen-e-il-bottino-marittimo

www.lantidiplomatico.it/dettnews-yemen_la_straordinaria_lotta_di_un_piccolo_grande_paese_contro_limperialismo_occidentale/8_52105/

 

[1] www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2023/12/19/chi-sono-gli-houthi-dello-yemen_6d5b74e2-aa0f-4130-b3c1-b4f2c1fe2778.html

[2] www.limesonline.com/cartaceo/la-vera-posta-in-gioco-della-guerra-in-yemen-e-il-bottino-marittimo

[3] www.globaltimes.cn/page/202401/1304591.shtml

[4] podcasts.apple.com/it/podcast/geopolitica-del-mare-gli-interessi-di-italia-cina-stati/id1537596607?i=1000550065085 (Geopolitica del mare)

[5] www.lidentita.it/g7-a-presidenza-italiana-tajani-sente-blinken-nel-mar-rosso-rebus-sulloperazione-anti-houthi/

[6] www.analisidifesa.it/2023/12/missione-navale-nel-mar-rosso-loccidente-in-ordine-sparso/

[7] www.globalresearch.ca/will-biden-forced-send-ground-troops-yemen/5844486

[8] www.aljazeera.com/news/2023/12/27/analysis-in-the-red-sea-the-us-has-no-good-options-against-the-houthis

[9] english.almayadeen.net/news/politics/us-concern-over-cost-of-intercepting-yemen-s-red-sea-attacks

[10] www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_lobby_israeliana_e_gli_stati_uniti_damerica/49440_51292/

[11] www.limesonline.com/rubrica/crisi-stati-uniti-bilancio-fiamme-americane

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