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885 feriti e 3 martiri. Oggi, l'ennesima strage (censurata) del regime d'Israele contro il popolo palestinese

 

Ennesimo venerdì della Great Return March a Gaza. Ennesimo venerdì di sangue



di Paola di Lullo



Per il quinto venerdì di seguito, i palestinesi della Striscia di Gaza, hanno dato vita alla Great Return March, una serie di marce, sit in e veglie, che andranno avanti fino al 15 maggio, volte a ricordare ad Israele ed al mondo intero che esistono. E resistono. E chiedono, pacificamente, e dopo 70 anni, l'applicazione della Risoluzione ONU 194 che prevede il diritto al ritorno di ogni palestinese espulso da Israele, nella propria terra. Mi preme ricordare, come ogni venerdì, che non c'è nessuna fazione politica, dietro queste iniziative. Che nascono invece da una spinta solo e tutta popolare, indipendentemente dall'appartenenza politica. Più precisamente, le iniziative sono state messe in campo dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno) che, in una dichiarazione, ha affermato che i profughi palestinesi sono pronti ad intraprendere delle marce pacifiche verso Israele per tornare alle loro case in conformità con le risoluzioni internazionali, come già riportato https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_nuova_forma_di_protesta_pacifica_palestinese_che_rischia_di_mettere_in_crisi_israele/13944_23509/
 

Oggi, giornata dei giovani, protagonisti ed autori della maggior parte delle iniziative. Vittime anche della maggior parte dei proiettili sparati dai cecchini israeliani. Alcuni di loro sarebbero riusciti ad attraversare la barriera di filo spinato che separa la Striscia di Gaza dai Territori Occupati del '48, a Jabalya, nord della Striscia. Israele ha fatto fuoco senza pietà.


Feriti ancora i giornalisti, a dimostrazione che la scritta Press sul giubbino non solo non protegge, ma anzi attira i cecchini.
Dopo la morte di Yasser Murtaya e quella di Mohammed Abu Hussein, deceduto ieri per le ferite riportate il 13 aprile scorso, oggi sono stati feriti, in incidenti separati, almeno sette giornalisti mentre lavoravano per documentare le proteste.


Il fotoreporter Nabil Derbeih è stato colpito alla testa ad est di Jabaliya, nel nord di Gaza; il fotografo Hashem Hamada è stato colpito alla testa con una bomboletta di gas lacrimogeno a est di Gaza City, mentre Abd al-Rahman al-Kahlout è stato colpito nel piede nella stessa area.


Il fotografo Mohammed al-Masri ha sofferto per l'eccessiva inalazione di gas lacrimogeno nell'area di Jabalya, mentre i giornalisti Iyad Abu Ghaza e Hassan Youssef sarebbero stati feriti dopo essere stati presi di mira direttamente con bombolette di lacrimogeni ad est del campo profughi di al-Bureij.

Nel frattempo, la corrispondente del canale di notizie Al Mayadeen, Lana Shaheen, è svenuta dopo aver inalato gas lacrimogeni a est di Gaza City.


Un gruppo di giornalisti di Palestine TV è stato colpito con bombolette di lacrimogeni, causando l'eccessiva inalazione degli stessi da parte del team di giornalisti.
Sono circa 66 i giornalisti feriti dall'inizio della marcia.


Il ministero della Sanità di Gaza ha anche riferito che un ospedale da campo ad est di al-Bureij è stato preso di mira con i lacrimogeni, colpendo gravemente quattro paramedici.


I feriti, da proiettili veri, proiettili ad espansione, rubber bullet e lacrimogeni, sono 883, alcuni dei quali in gravi condizioni.

 

Purtroppo, non sono mancati i martiri. Almeno tre, mentre scrivo. Solo due i nomi finora rilasciati da Ashraf Al-Qudra, portavoce del ministero della Sanità. Si tratta di Abdul Salam Baker, 29 anni, colpito al petto a Khuza'a, Khan Younis, sud di Gaza Strip, e di Mohammed Amin al-Maqid, 21 anni.


Secondo dati dell’Organizzazione per i diritti umani dell’Onu, che ha definito eccessivo l’uso della forza da parte di Israele, nelle quattro dimostrazioni precedenti sono stati uccisi 41 manifestanti e 5.511 sono rimasti feriti. Particolare preoccupazione destano 1.700 feriti, colpiti con proiettili veri, che presentano ferite di gravità tale che i medici di Gaza affermano di non aver più visto dopo Protective Edge dell'estate 2014.


Quindi, con oggi, siamo a 44 morti e 6.396 feriti. Persone, non numeri. Vite, alcune troncate, altre spezzate dalle numerose amputazioni, altre ancora devastate per sempre dai traumi psicologici. Persone che chiedono che sia rispettato un loro semplice, basilare diritto, quello ad una vita decorosa. Persone che chiedono che la cosiddetta comunità internazionale ricordi che esistono, ricordi che sono morti che vivono, sotto occupazione e sotto assedio. Persone che chiedono gli sia riconosciuto di tornare nelle loro terra, villaggi, città, come sancito dall'ONU. Già...l'ONU

 

FONTI : Palinfo
Paltodays
Ma'an News Arabic
Middle East Monitor
Middle East Eye

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