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Memorandum, una moderna tragedia greca (CAPITOLO II) - Quando gli "aiuti" dell'UE significavano la vita

 

5 maggio 2010, l'incendio alla Marfin Bank: la tragedia più inquietante e senza colpevoli della storia recente della Grecia


Come ogni sabato, sull'AntiDiplomatico prosegue la pubblicazione a puntate del libro di Antonio Di Siena ("Memorandum, una moderna tragedia greca"). Per chi si fosse perso il primo capitolo può leggerlo qui.
 Tra un mese circa si "festeggeranno" i 10 anni del famigerato Memorandum che di fatto ha sancito il commissariamento della Grecia da parte della Troika. Tema di attualità incredibile per il momento storico che la zona euro sta vivendo in questo momento e nulla più di questo percorso editoriale vi può far rivivere quei tragici momenti di un popolo, non dimentichiamolo mai, topo da laboratorio delle barbare politiche di Bruxelles e Francoforte. 



 
MEMORANDUM, UNA MODERNA TRAGEDIA GRECA (CAPITOLO II)

Quando gli "aiuti" dell'UE significavano la vita


di Antonio Di Siena



Atene è una città dalle contraddizioni molti forti, dove realtà profondamente diverse convivono praticamente attaccate. Lo scenario perfetto per raccontare questa storia, un dramma fatto di rabbia, odio sociale e sfruttamento del lavoro in cui i cittadini si ammazano fra loro, mentre il potere resta a guardare.

Exarchìa e Akadimia sono due quartieri confinanti e osmotici.

Con migliaia di studenti che ogni giorno vivono e frequentano la zona anarchica per poi attraversare il confine immaginario, che separa un quartiere profondamente borghese da un altro antagonista per natura, per frequentare le università ateniesi.

La  strada che si deve percorre per attraversare le due realtà è un viaggio nell'essenza politica della città. 

Akadimia è un piccolo quartiere che ospita l'Università di Atene, la più grande e antica di tutti i Balcani e da cui prende il nome, stretta fra il centro e l'istituzionale piazza Syntagma e il mondo sommerso di Exarchìa. Percorrendo odos Themistokleous, la stretta e colorata via che attraversa il cuore del quartiere anarchico, è possibile lasciarsi alle spalle in pochi minuti l'atmosfera dismessa e underground del quartiere e ritrovarsi immersi in quella glamour ed elegante del centro di Atene. Percorso l'ultimo tratto pedonale si sbuca a Chafteia. Quattro minuscoli isolati che, a dispetto della dimensione, un secolo e mezzo fa erano il cuore della capitale. Tanto che il drammaturgo Grigorios Xenopoulos arrivò a scrivere: "uno non vive ad Atene se non trascorre almeno un'ora al giorno a Chafteia.

Da qui, a pochi passi da piazza Omonia, passando fra quel che resta di iconici edifici come lo storico caffè Lumidis, è possibile imboccare Odos Stadiou, una delle principali arterie del centro di Atene che porta dritti a Piazza Syntagma.

Lungo il tracciato signorile di questo viale alberato si alternano eleganti negozi delle più importanti griffe internazionali e numerosi edifici istituzionali fra cui il vecchio Parlamento greco, ora sede del Museo di Storia Nazionale, i Ministeri dell'Interno e del Lavoro, la sede centrale la Banca di Grecia. A poche centinaia di metri da quest'ultima poi c'è il Ministero delle Finanze, un grigio ed anonimo edificio moderno seminascosto da alberi dalla fitta chioma.

Ed è da qui che comincia questa storia.

E' il 20 ottobre 2009 quando l'allora ministro delle Finanze George Papaconstantinou annuncia all'ECOFIN che il disavanzo di bilancio per l'anno successivo sarebbe stato del 13% contro la precedente previsione del 6%.

La notizia crea uno shock sui mercati internazionali tale da buttare giù quasi tutte le Borse europee. Da quel giorno le agenzie di rating iniziano un costante declassamento che porta la valutazione della Grecia da uno status di “A” ad uno di  “CCC” (il livello più basso di rating, definito spazzatura) in pochi mesi.

Con l'inizio del 2010, e sotto la costante pressione dello spread (che raggiunge i 405 punti), il governo Papandreou annuncia un piano di riforme che prevede, fra l'altro, il congelamento dei salari e un taglio del 10% del compenso degli straordinari. 

Ma non è che una bazzecola, rispetto al peggio dei giorni al di là da venire.

A marzo 2010 lo spread è completamente fuori controllo e, nel timore della bancarotta, il governo greco vara un secondo pacchetto di misure con tagli delle retribuzioni per le festività pari al 30%,  aumento dell'IVA dal 19 al 21%  e delle accise sui carburanti del 15%.

Le nuove misure fanno mobilitare tutto il paese che esplode in proteste di piazza e mobilitazioni promosse dal PAME, il fronte unitario dei sindacati, che proseguiranno per l'intero bimestre marzo - aprile.

L'euro intanto è ai minimi rispetto al dollaro (1€ = 1,28 $) e cresce ovunque il timore che la crisi greca contagi l'intera eurozona.

Verso la fine di aprile, e sotto la spinta dello spread (che toccherà quota 1020 punti il giorno 28),  il governo Papandreou è costretto a chiedere l'intervento del terzetto Ue-BCE-FMI, la così detta “Troika”. Le istituzioni internazionali concordano lo staziamento di una somma di "salvataggio" pari a 110 miliardi di €, a patto che il governo greco si impegni a varare una mega riforma che implica il taglio della spesa pubblica di 30 miliardi € in tre anni.

Il piano di riforme, che prenderà il nome di Memorandum, prevede misure di austerità fra cui: l'aumento dell'età pensionabile  per le donne (da 60 a 65 anni); la privatizzazione di 4000 società pubbliche;  la riduzione del numero dei Comuni da 1000 a 400 (il così detto Programma Callicrate); ulteriore aumento dell'IVA (dal 21 al 23%) e delle accise carburanti (+10%); la sospensione temporanea di tredicesima e quattordicesima mensilità per lavoratori e pensionati, sostituite con assegni dal valore da quattro a sei volte inferiore rispetto al dovuto.

Il testo di quello che diventerà tristemente noto come “primo memorandum” arriva in Parlamento il 4 maggio per la discussione. La sua  approvazione è prevista per il 6 maggio, ma per il giorno precedente,  5 maggio 2010,  viene proclamato un grande sciopero generale

L'adesione è massiccia in tutto il Paese al punto tale che già dalla mezzanotte la Grecia è praticamente bloccata. L'intero trasporto pubblico, aereo, marittimo e ferroviario è fermo, scuole, ospedali e uffici pubblici chiudono i battenti, i negozi restano con le serrande abbassate.

La mattina del 5 maggio 500 mila greci si riversano per le strade della capitale. Molti di loro prendono parte ad un corteo diretto alla piazza del Parlamento.

Quella stessa mattina, alle 8.00, i dipendenti della Marfin Bank della filiale di odos Stadiou hanno deciso di andare comunque al lavoro, molti di loro hanno paura di perdere il posto.

Già dalle prime ore del mattino si capisce che la manifestazione non sarà pacifica e che quello non è un giorno come gli altri.

Infatti metà mattinata Atene è già nel caos.

La rabbia per le misure di austerity imposte dal governo si rovescia nelle strade dove si assiste a vere e proprie scene di guerriglia urbana, con la città trasformata in un campo di battaglia. Ovunque ci sono scontri con i MAT, numerose le automobili incendiate, comprese due autopompe dei vigili del fuoco. Decine le molotov lanciate contro i furgoni della polizia. E come due anni prima, durante le “notti di Alexis”, le banche sono uno degli obiettivi preferiti dei rivoltosi.

E mentre Atene viene avvolta da una fitta coltre di fumo e gas, il corteo, ancora affollato e compatto, sta percorrendo l'ultimo mezzo chilometro su odos Stadiou diretto a Piazza Syntagma.

E qui, appena superata piazza Klafthmonos, si consuma una delle peggiori tragedie della recente storia greca. Ed anche una delle più inquietanti.

Un gruppetto di una dozzina di persone incappucciate si stacca dal serpentone, la maggior parte di loro si dirige verso la libreria “Janus” che viene assalita e fatta oggetto di lancio di bottiglie incendiarie. Gli altri invece si dirigono dalla parte opposta della syrada, verso un elegante edificio giallo in stile liberty.

E' la sede della Marfin Bank e sono le ore 14,00.

Armati di spranghe mandano facilmente in frantumi una delle vetrate che si affaccia sulla strada e gettano all'interno dello stabile benzina e bottiglie molotov.

Dentro l'edificio ci sono 25 persone. 

Il fuoco, che si propaga rapidamente, rende subito inaccessibile l'unica uscita di sicurezza. I dipendenti del piano terra sono così costretti a mettersi al riparo salendo al  primo piano. Quando anche questo viene invaso dal fumo e dalle fiamme alcuni scappano verso il secondo piano. Altri invece decidono di saltare giù in strada dalle finestre. Con i primi due piani e l'uscita di sicurezza oramai inaccessibili la sede della Marfin Bank si è trasformata in una trappola per topi.



C'è chi usa il telefono per chiamare i propri cari e dir loro addio e chi, rifugiatosi sul balcone, salta giù in strada dal secondo piano. Altri ancora si ammassano nei pressi di uno stretto lucernario all'ultimo piano. Grazie a un dipendente che riesce a rompere la griglia di protezione e ad accedere al tetto attraverso uno stretto passaggio molti troveranno salvezza saltando sul terrazzo dell'edificio accanto.

Ma saltare da un palazzo all'altro è una cosa molto pericolosa. Probabilmente avrà pensato questo Angeliki Papathanasopoulou, analista finanziaria di 32 anni al quarto mese di gravidanza. Forse è per questo che decide di attendere i soccorsi all'interno della banca.

Ma i soccorsi tardano ad arrivare, le autopompe infatti sono bloccate dagli scontri che impazzano per le strade di Atene. Un dipartimento del Ministero delle Finanze e un ufficio della Prefettura stanno bruciando, mentre a piazza Syntagma centinaia di manifestanti cercano di assaltare il parlamento. Qualcuno attacca anche le sempre impassibili guardie cerimoniali della tomba del Milite Ignoto, costrigendole alla fuga.

Quando finalmente i vigili del fuoco riescono ad arrivare al numero 23 di odos Stadiou l'edificio della Marfin Bank è completamente avvolto dalle fiamme e dalla sua cima si alza un' alta colonna di fumo nero visibile da centinaia di metri di distanza.

Molti dei dipendenti, terrorizzati e sporchi di fuliggine, vengono fatti scendere dal tetto e dai balconi con l'aiuto delle autoscale.

Tre di loro invece non trovano nessuna salvezza. Paraskevi Zoulia, 35 anni, Senior Credit Officer, e Epaminondas Tsakalis, Credit Manager di 36, vengono ritrovati sulla rampa di scale che porta al tetto. Angeliki Papathanasopoulou, insieme al bimbo che portava in grembo, riversa sul pavimento dell'ultimo piano vicino alla sua scrivania. Tutti uccisi dalle esalazioni di fumo e gas tossici.

Una tragedia assurda che, come tutte quelle che avvengono dentro un contesto politico fortemente polarizzato, si connota subito di quel tentativo di appropriazione specifico di tanti altri eventi simili. E così se la morte di Alexis è stata una morte di “sinistra” quella dei tre dipendenti della Marfin Bank diventa  di “destra”. E come tale verrà ricordata e celebrata, soprattutto dai partiti liberali e conservatori e dal neo presidente greco Mitsotakis.



A dieci anni da quella tragedia il palazzo della Marfin Bank è stato ristrutturato, e al posto della banca c'è un negozio di articoli sportivi. Accanto ad esso è invece ancora visibile il rudere di un altro grande edifico, anch'esso dato alle fiamme durante le rivolte del 2012, e le strade tutt'intorno sono ancora segnate dagli slogan che agitarono quei giorni. “Fuoco alle banche” continua ad essere scritto con lo spray e le banche greche continuano a bruciare, e continueranno a farlo ancora per molto tempo. Ad ogni  manifestazione, ad ogni corteo diventano sistematicamente oggetto di lancio di molotov, noncuranti della tragedia del 5 maggio 2010. Come se i lavoratori e la banca siano di fatto la stessa cosa. Come in una sorta di tragica, folle, metonimia per la quale bruciare un lavoratore di una banca equivale a dar fuoco alla banca stessa.



Oggi, benchè l'edificio sia stato riconsegnato alla vita e ospiti una famosa catena inernazionale di articoli sportivi, ben poca luce è stata fatta su questa assurda tragedia: ad iniziare dall'identità della mano che ha appiccato l'incendio.

L'inchiesta giudiziaria e il processo che ne sono seguiti infatti non sono stati in grado di accertare l'identità degli assalitori e gli unici sospettati verranno assolti.

Le uniche condanne arrivano per i vertici della banca.

Grazie alla testimonianza di alcuni lavoratori e agli accertamenti in corso di giudizio viene infatti accertato che, all'epoca dei fatti, la filiale era non soltanto sprovvista dei certificati di sicurezza, ma non c'era né un numero sufficiente di uscite di sicurezza né alcun dispositivo anti-incendio (erano presenti solo di alcuni estintori all'uso dei quali nessun dipendente era mai stato adeguatamente formato). L'edificio era addirittura privo delle necessarie misure anti-vandalismo previste obbligatoriamente dalle direttive ministeriali in vigore.

Per tali ragioni l'amministratore delegato Constantinos Vasilakopoulos e il capo della sicurezza della sede di odos Stadiou, Emmanouil Velonakis, vengono condannati a 10 anni per omicidio colposo e lesioni personali per non aver adottato tutte le misure idonee a prevenire danneggiamenti e incendi, e la direttrice della filiale Anna Vakalopoulou condannata a cinque anni. Viene invece assolta la vicedirettrice Anastasia Koukou.

Nonstante le condanne però, i punti oscuri di questa assurda tragedia restano ancora molti. In tanti in Grecia infatti sono convinti che sia stato un atto di false flag.

Come il partito comunista greco KKE che ha più volte parlato di infiltrati fra i manifestanti e deliberata strategia della tensione. Altri invece, pur credendo all'atto sconsiderato dei manifestanti, adombrano il dubbio che la tragedia della Marfin “sia stata fatta capitare”. Questo perché l'incendio, benché figlio di una giornata di guerriglia urbana (scenario, fra l'altro, ampiamente prevedibile), è pur sempre avvenuto in pieno centro, nell'isolato che divide la sede centrale della Banca di Grecia dal Ministero dell'Interno. Due degli edifici maggiormente presidiati dell'intera capitale. E questo fa apparire a più di qualcuno impensabile che in una zona così sensibile possa andare a fuoco un'intero palazzo senza che i mezzi di soccorsi arrivino per tempo.

Certo parlare di strategia della tensione può apparire dietrologico ma (ed è sempre bene ricordarlo) questa è una parola con la quale soprattutto noi italiani dovremmo avere una certa familiarità. Che deve ricordarci come nei momenti più caldi del conflitto sociale per il potere può essere accettabile sacrificare la vita di qualcuno in nome della pacificazione indotta dalla paura.

E' già successo molte volte e potrebbe risuccedere in futuro, in Italia come altrove.

Ed è assolutamente plusibile che possa essere successo anche al numero 23 di odos Stadiou, lì dove c'era una banca che oggi non c'è più. Ma solo perché si è spostata altrove.

Perché non saranno certamente il fuoco, l'iconoclastia o la cieca rabbia a distruggere un sistema fondato sull'iniquità.

Le fiamme che bruciavano il 5 maggio 2010 si sono portate via soltanto due onesti lavoratori insieme a una madre con il suo piccolo in grembo. Il fuoco che ardeva drammaticamente quella mattina non ha ridotto in cenere il potere delle banche che, al contrario, continuava indefesso a crescere. E dal quel giorno in poi detterà la linea politica di un intero Paese, determinando le conseguenze per la vita di tante altre persone. Milioni di cittadini greci che verranno condannati a morte in nome della difesa di interessi evidentemente più importanti benché immateriali.

Il mercato, la stabilità, la credibilità internazionale.


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