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Alberto Negri: "Da oggi in Medio Oriente brilla la Mezzaluna russa (Rossa?) di Putin"

 

Il nuovo Medio Oriente può sembrare un paradosso ma è il risultato del Grande Gioco dei tre ex imperi, ottomano, russo e persiano.

di Alberto Negri - Tiscali


 

Dopo la Mezzaluna sciita dell’Iran, sui cieli del Medio Oriente brilla adesso la Mezzaluna Rossa di Putin. Mentre ieri vicino a Time Square, nel cuore di New York, esplodeva la bomba di un giovane bengalese e la visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu in Europa lasciava una scia di crude polemiche - esplose con la dichiarazione di Trump di Gerusalemme capitale dello stato ebraico - il leader russo volava in Siria per incontrare Assad e annunciare il ritiro delle truppe, senza smantellare naturalmente la base russa permanente di Latakia. Ma questo era soltanto l’inizio di una giornata densa di eventi per il capo del Cremlino che ha appena annunciato la sua ricandidatura alle presidenziali di marzo. Anche lui, sia pure in souplesse, è in campagna elettorale.





Putin sta occupando il vuoto
 lasciato dagli americani in Medio Oriente. Dopo avere salvato Bashar Assad con l’intervento militare del 30 settembre 2015, ieri è andato al Cairo per incontrare il generale Abdel Fattah Al Sisi, sotto pressione del terrorismo jihadista in Sinai e allo stesso tempo animato dall’ambizione di essere il protagonista nei destini della Libia e della Cirenaica manovrando il generale libico Khalifa Haftar, il quale a sorpresa _ ma non troppo _ ha incontrato a Roma il ministro degli Esteri Angelino Alfano.


In Egitto la Russia sta vendendo armi a tutto spiano e Putin ha firmato un protocollo da 21 miliardi di dollari per costruzione di una centrale nucleare a Dabaa, che verrà realizzata con un prestito erogato direttamente da Mosca. Un impegno rilevante per un Paese come la Russia che ha un Pil simile a quello dell’Italia e spese per la difesa di 69 miliardi di dollari l’anno, circa un decimo rispetto a quelle degli Usa.
 

Ma il viaggio d’affari di Putin aveva anche dei risvolti strategici. Mentre gli Usa hanno congelato parte degli aiuti militari al Cairo, sulla scorta del record negativo di Al Sisi nel campo dei diritti umani, Russia ed Egitto hanno concordato di mettere insieme alcune basi d’aviazione il che significa che i jet di Mosca potranno sorvegliare i cieli dal Nordafrica al Golfo, al Mediterraneo orientale. Era dai tempi di Nasser, leader nazionalista e socialista, che non si vedevano rapporti così stretti tra il Cairo e Mosca.


Ma c’è di più. Un aspetto che ci riguarda direttamente. Le truppe speciali russe da alcuni mesi sono schierate nella base egiziana di Sidi Barrani ai confini con la Libia dove i soldati del generale Haftar oggi vestono le divise americane fornite proprio dagli Usa all’Egitto. A questo punto davvero non sembra casuale la visita di Haftar a Roma: in Libia la nostra diplomazia tenta di preservare gli interessi italiani e dell’Eni in Tripolitania mentre Haftar aspira al ruolo, assai contrastato, di nuovo raìs libico con il sostegno dell’Egitto della Russia e in parte della Francia. I russi, da sempre in ottimi rapporti con l’Eni - sin dai tempi di Enrico Mattei - potrebbero favorire una mediazione con lo spigoloso generale.
 

Ma la Mezzaluna Rossa non si è fermata soltanto in Siria e al Cairo. Putin ha incontrato anche il leader turco Erdogan, diventato un cliente fisso della Russia per l’acquisto dei missili S-400 e il gasdotto Turkish Stream. Ankara e Mosca sono stati sull’orlo della guerra quando l’aviazione turca nel 2015 ha abbattuto un caccia russo Sukhoi ma ora stanno dalla stessa parte. Erdogan ha preso atto che il suo obiettivo di abbattere Assad è fallito e che i curdi siriani, considerati dalla Turchia dei terroristi alla stregua del Pkk di Abdullah Ocalan, stanno creando una zona autonoma ai confini: l’irredentismo curdo è il vero incubo strategico dei turchi. Così uno storico membro della Nato, che ospita basi strategiche come quella di Incirlik, è passato armi e bagagli alla Russia venendo a patti con gli ayatollah sciiti di Teheran. Un paradosso ma che è il risultato del Grande Gioco dei tre ex imperi, ottomano, russo e persiano.
 

In due anni di presenza militare in Medio Oriente, la Russia ha stretto accordi strategici con l’Egitto, con la Turchia e intensificato i rapporti con l’Arabia Saudita di Re Salman che è andato in visita a Mosca. Rafforzando allo stesso tempo i legami con Teheran, gli Hezbollah libanesi e l’Iraq sull’asse sciita.
 

Nei rapporti tra Mosca e Ankara forse manca soltanto un tassello: un clamoroso incontro tra Erdogan e Assad che chiuda il capitolo delle guerra siriana, rilanciando i rapporti tra due leader che un tempo passavano insieme le vacanze estive con le rispettive famiglie. La Siria oggi è un sorta di condominio militare, oltre a quelle russe, sono presenti forze americane, turche, milizie sciite, curde e jihadiste, in particolare nell’area di Idlib. Ma sono Mosca, Teheran e Ankara che stanno decidendo quali saranno le sorti future del regime alauita di Damasco. A questo serve la trama diplomatica e strategica che Putin sta tessendo in Medio Oriente. Con un occhio la portafoglio. La Russia punta alla ricostruzione della Siria e alle forniture di armi a raìs e monarchi arabi con i quali si sta mettendo d’accordo per costituire una sorta di nuova Opec del petrolio.
 

E Gerusalemme? Putin ha discusso anche di questo con i suoi interlocutori. Mosca qui gioca una doppia partita. Una con i suoi partner arabi e musulmani, un’altra con Israele, dove un milione di cittadini sono di origine russa. Anche Putin come Trump corre sul filo ma a differenza del presidente americano evita gli annunci spettacolari e calibra le sue mosse. Sa perfettamente che intorno alle mura di Gerusalemme si sta disputando una sorta di campionato mondiale dell’ipocrisia. Molto rumore per nulla: Gerusalemme è già occupata dal 1967 dallo stato ebraico che continuerà con gli insediamenti lasciando ai palestinesi briciole di territorio.
 

"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi", scriveva il principe Tomasi di Lampedusa. I gattopardi dell'Occidente e del Medio Oriente hanno sempre artigli affilati e Putin in Siria ha dimostrato di sapere come domarli. Oggi il suo ritratto campeggia nella galleria degli autocrati e dei raìs non solo grazie alla sua abilità ma soprattutto a causa degli errori di calcolo compiuti dagli americani e dai loro alleati.

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