Antagonisti e comunisti

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Sarà perchè di notte tutte le vacche son nere, ma in questa fase, in cui è necessario organizzare seriamente la lotta contro il governo neofascista della Meloni (ideologicamente neofascista, ma draghista nella sostanza), bisogna far chiarezza sulle prospettive ed evitare che questioni serie vengano mischiate con le solite sceneggiate antagoniste che si ripetono da decenni e danno un'immagine deformata delle contraddizione reali che animano il paese e su cui bisogna costruire una prospettiva.

Ci riferiamo in particolare a due questioni. Lo sciopericchio del 2 dicembre scorso, con annessa manifestazione antagonista del giorno successivo, e la questione di come definire oggi un vero fronte politico e di lotte contro il governo, la guerra e per la difesa dei lavoratori.

Partiamo dallo sciopericchio del 2 dicembre (la definizione non è nostra, ma di un sindacato di base, lo SLAI-COBAS che non vi ha partecipato). L'idea stessa di proclamare uno sciopero 'generale' a mesi di distanza, senza una considerazione sul contesto, la dice lunga sulla sensibilità degli organizzatori rispetto alla condizione oggettiva. Ma la questione principale non è questa, anche se non trascurabile, ma sta nel risultato dello sciopero e nella sua valenza. Perchè proclamare uno sciopero generale quando si sa in partenza che vi parteciperà un'infima minoranza di lavoratori? Quale peso politico ha e che segnale dà ai lavoratori una scelta di questo tipo? Se poi a questo si aggiunge che allo sciopero, per coprirne l'inconsistenza, si fa seguire la solita manifestazione dove ci sono gruppi e gruppetti che esprimono il solito 'antagonismo' rituale che non cambia lo stato delle cose, l'immagine che se ne ricava non è delle migliori e serve ad alimentare purtroppo la vergognosa campagna giornalistica della destra contro il 'linguaggio della violenza'.

Per inciso, anche se in questa manifestazione si parlava di aumentare i salari e di abbassare le armi, i gruppi che l'hanno organizzata si sono pronunciati dopo il 24 febbraio contro 'l'aggressione russa' all'Ucraina: una tesi non tanto antimperialista.

Dire questo non serve però a scopi polemici e a puntare il dito contro chi prova, in qualche modo, a scendere in piazza. Serve invece a cogliere l'occasione per andare al cuore delle questioni che dovrebbero interessare i comunisti. La prima riguarda i lavoratori e l'approccio con le lotte. Lo sciopero generale non è una lotteria, ma il punto di arrivo di una capacità di mobilitazione che apre uno scontro politico e di programma con il governo e con le forze che lo sostengono. Se si pensa di poter affrontare questa verifica con un'azione avanguardistica sperando di portare alla capitolazione il nemico, non solo si rimane sul terreno dello scontro virtuale, ma si dimostra che la storia delle lotte operaie non ha insegnato nulla e si dà alle iniziative il sapore di una mistificazione e di uno specchietto per le allodole. Soprattutto si mostra di non aver compreso un dato che è sindacale, ma anche politico: ancora oggi la capacità di esprimere gli obiettivi di lotta dei lavoratori dipende dalla rottura del controllo confederale consociativo e dalla riconquista di una autonomia decisionale e contrattuale dei lavoratori. Ma questo non è un obiettivo puramente organizzativo. Come certi gruppi che in Italia si sono dichiarati partiti comunisti illudendosi di sostituire il PCI, così sul terreno sindacale si è pensato che l'alternativa organizzativa risolvesse il problema che invece dopo decine di anni di sindacalismo di base non è stato risolto, come i risultati dello sciopero generale del 2 dicembre appunto dimostrano. C'è una grande differenza tra organizzare il movimento dei lavoratori e parlare in loro nome.

Un obiettivo del genere, come ripetiamo da tempo, non riguarda l'alternativa tra stare nelle organizzazioni confederali sperando di modificarne l'orientamento o dar vita a nuove organizzazioni. Sta invece nella capacità di conquistare l'adesione dei lavoratori a un modo diverso di fare sindacato, recuperando la loro autonomia dal consociativismo confederale. Questo non si fa con i proclami, ma individuando i percorsi che possono portare al risultato. Il sindacalismo di base organizzato è stato sicuramente un momento importante di recupero di autonomia dei lavoratori, ma è rimasto un fattore ancora minoritario che andava utilizzato per far avanzare un processo di democrazia partecipativa che non si è verificato e che è la sola cosa in grado di ribaltare la situazione. Come si sa gli stolti quando si indica la luna guardano solo il dito.

Queste non sono accuse, ma constatazioni, che partono tra l'altro anche dai risultati delle elezioni delle RSU nel pubblico impiego che si sono tenute all'inizio dell'anno, che hanno visto le liste del sindacalismo di base praticamente scomparire, salvo eccezioni che però non fanno la regola. Eppure il pubblico impiego e i servizi nei decenni passati erano stati la culla delle lotte autonome, basti pensare alla sanità, alla scuola, ai trasporti, al parastato. Perchè non si parla di questo e si continuano ad agitare icone sbiadite del tempo che fu?

Anche le manifestazioni di piazza e la risposta al governo Meloni e alla destra, quella politica e quella liberista PD-Calenda, hanno bisogno di essere viste con un'ottica diversa da come normalmente vengono gestite nei cortei 'alternativi'.

Intanto c'è la necessità di definire concretamente gli obiettivi, dando alla lotta continuità e incisività, dalla guerra al salario, al reddito di cittadinanza e così via. Come una rondine non fa primavera, una manifestazione una tantum non cambia nulla. Le rappresentazioni virtuali dello scontro sono un'abitudine che viene da lontano e che bisogna scrollarsi di dosso imparando a cambiare metodo e ad adottare quello che storicamente è stato il metodo dei comunisti: l'analisi concreta della situazione concreta e la definizione degli strumenti operativi necessari a conseguire gli obiettivi. Di fronte alla gravità e alla complessità della situazione sarebbe il caso di fare una riflessione e cambiare musica.

La musica va cambiata anche su come attrezzarsi nella lotta politica di questa fase, abbandonando il romanticismo politico basato su alternative velleitarie e andando a vedere come concretamente si muove la situazione su cui un soggetto comunista dovrebbe intervenire. Anche su questo terreno bisogna registrare un comportamento strabico da parte dei promotori di liste elettorali minoritarie, che in un caso ricorrono al trasformismo, con la conversione dal bolscevismo al sovranismo, e in un altro finiscono per consegnare l'antagonismo nelle mani di De Magistris pagando il prezzo di definire la Russia 'aggressore dell'Ucraina'.

A fronte di questa situazione spetterebbe ai comunisti il compito di individuare le vere novità che si sono prodotte in questi anni a partire dalle elezioni del 2018, rispetto alle quali si evidenzia la necessità di uscire dai ghetti e trovare il modo di rapportarvisi.

Quali sono queste novità e qual è il problema che si pone ? Già da anni, da quando i Cinque Stelle sono entrati prepotentemente sulla scena parlamentare, abbiamo segnalato a più riprese che questa anomalia presentava cose che ci riguardano da vicino e non crediamo di esserci sbagliati, anche se su questo versante le difficoltà nel procedere sono state molte, dal ruolo di Beppe Grillo alla scissione di Di Maio. Però la direzione di Conte ha consolidato una presenza politica a sinistra che non solo ha rovesciato i rapporti di forza col PD, dimostrandosi egemone, ma sta facilitando la sua crisi dopo la sconfitta elettorale.

Siamo dunque in una fase nuova a sinistra, con la rottura dell'antica egemonia del partito democratico che dà la possibilità a milioni di persone di liberarsi di questa gabbia e cominciare a pensare a un futuro politico. Siamo ancora in una fase di passaggio, ma intanto già si intravede un ricongiungersi di una spinta oggettiva che viene dai settori progressisti della società con gli sviluppi organizzativi di questa tendenza. La crisi, che ci auguriamo definitiva, del PD e la tenuta di Conte possono diventare qualcosa di importante nello scenario politico italiano. Certamente non basta questo a modificare qualitativamente la situazione, ma questo è un compito che spetterebbe a un'area comunista che abbia capito che con le nicchie culturali e con i tentativi identitari si rimane all'esterno dei processi reali.

Per questo bisogna pensare a quel 'partito nuovo' che raccolga la sfida.


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