Antisemitismo uguale Antisionismo, la risposta al Ministro dell'istruzione Bianchi

Antisemitismo uguale Antisionismo, la risposta al Ministro dell'istruzione Bianchi

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Riceviamo e Pubbblichiamo Lettera di risposta contro la circolare emanata alle scuole dal Ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi, in occasione della Giornata della Memoria.

Primi firmatariWilma Ginulla, Yousef Salman, Cristina Mirra, Luisa Morgantini, Michela Arricale, Mariella Valenti, Gianni Palumbo, Giovanni Russo Spena, Maya Issa. 

In merito alla Circolare sull’antisemitismo giunta alle scuole, desideriamo con questa replica comunicarVi le nostre osservazioni e riflessioni.

Conveniamo sul fatto che l’antisemitismo ha un radicamento e una continuità nella storia, a partire dalle accuse di “deicidi” rivolte agli Ebrei dalla Chiesa per arrivare alle ideologie nazista e fascista (che, in misura minore, hanno colpito anche altri gruppi etnici e sociali), ma vogliamo rilevare e analizzare dei punti che ci sembrano in varia misura discutibili o errati.

Innanzitutto,  nella circolare, dopo le introduzioni, una a cura una del Ministro Bianchi e una della Coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Santerini, vi è un testo  frutto della collaborazione tra non meglio specificati “esperti” e l’ UCEI. Riteniamo che lasciare che sia l’UCEI a definire quali fenomeni si debbano considerare le forme attuali di antisemitismo dia luogo a una visione e a una narrazione, soprattutto dell’attualità, parziale e, a parere nostro e di vari storici e analisti politici che citeremo, distorta. 

Valutiamo, inoltre, che sarebbe  opportuno un Coordinamento per la lotta contro ogni razzismo e discriminazione, nella quale rientra, col suo peso e la sua importanza, la lotta all’antisemitismo. 

Nella nostra analisi menzioneremo in gran parte studiosi di origine ebraica, così da sgomberare il campo da equivoci e accuse strumentali di antisemitismo.  

SULL’ “UNICITÀ” DELL’OLOCAUSTO

Per primo, vogliamo analizzare il concetto, diventato un assioma, di unicità dell’Olocausto, che viene ribadito nella Circolare. Tale unicità è stata messa in discussione da storici ebrei come David Stannard, Boas Evron, Norman Gary Finkelstein ed altri.  La Dichiarazione di Stoccolma del 2000, riconoscendo alla Shoah un “carattere senza precedenti”, afferma una cosa ovvia,  ma parziale: infatti qualsiasi  tragedia storica presenta caratteri senza precedenti, ma anche caratteri comuni con altre tragedie. Affermando l’unicità della Shoah, di certo ci  si vuole riferire alla indiscutibile efferatezza e all’organizzazione “scientifica” al servizio del male. Pensiamo tuttavia che la Dichiarazione di Stoccolma dovrebbe essere ampliata per riconoscere le unicità di altre tragedie: sappiamo infatti che non è stato meno brutale l’olocausto dei nativi americani (tra i 55 e i  100 milioni, per alcuni storici 114), che ha portato  alla scomparsa anche  di intere culture; né meno crudele ed efferata la deportazione di circa 13 milioni di Africani, come schiavi, nelle Americhe, molti  dei quali morti durante le traversate (si stima tra i due e i quattro milioni); in questa tragedia, il trasporto, seppure in condizioni bestiali, di tanti esseri umani, ha comportato  un’organizzazione “scientifica” al servizio del male, durata per quattro secoli. Possiamo aggiungere il genocidio degli Armeni, le vittime del colonialismo europeo in Africa,  in Oriente, in Australia…

Sulla pretesa unicità della Shoah, citiamo il filosofo e sociologo belga Jean-Michel Chaumont, che è stato collaboratore della Fondazione Auschwitz, Centro di studi e documentazione di Bruxelles, nel suo libro “La concurrence des victimes” (la concorrenza tra le vittime): “Il dibattito sull’unicità dell’Olocausto è sterile e in realtà l’insistenza sulla sua unicità ha finito col costituire una forma di “terrorismo intellettuale”. Coloro che mettono in pratica le normali procedure della ricerca scientifica devono chiedere prima mille e una sospensiva per cautelarsi dall’accusa di “banalizzare l’Olocausto”.

Norman G. Finkelstein, storico e politologo ebreo statunitense, i cui genitori erano stati internati ad Auschwitz, nel suo libro “L’industria dell’Olocausto, lo sfruttamento della sofferenza degli Ebrei”, scrive: “L’anomalia dell’Olocausto consiste nel fatto che la sua unicità è ritenuta assolutamente decisiva…” E più avanti: “ Queste dichiarazioni di unicità dell’Olocausto sono sterili dal punto di vista intellettuale e indegne da quello morale, eppure persistono. Il punto è capire perché. In primo luogo, una sofferenza unica conferisce diritti unici. Il male dell’Olocausto, secondo Jacob Neusner (storico e teologo statunitense, studioso dell’ebraismo), non solo pone gli Ebrei su un piano diverso rispetto agli altri, ma concede loro anche una rivendicazione nei confronti di questi altri… In effetti l’unicità dell’Olocausto serve ad Israele come alibi.” “La singolarità della sofferenza degli Ebrei- sostiene lo storico Peter Baldwin – aumenta le rivendicazioni morali ed emotive che Israele può avanzare …nei confronti di altre nazioni.”  Nathan Glazer, sociologo americano: “…l’Olocausto, che ha messo in evidenza il “tratto distintivo peculiare degli Ebrei” (corsivo nell’originale), ha dato loro il diritto di considerarsi particolarmente minacciati e particolarmente meritevoli di ogni sforzo possibile per la loro salvezza”. “Per fare un esempio- scrive Finkelstein- lo spettro dell’Olocausto viene evocato in qualsiasi articolo o libro dedicato alla decisione israeliana di fabbricare e detenere armi nucleari…”: lo spettro dell’Olocausto come giustificazione del possesso di armi nucleari.

 SULL’ “ODIO” VERSO LO STATO DI  ISRAELE

E’ certamente erronea, come sostenuto dalla Circolare  l’equazione tra i cittadini appartenenti alle comunità ebraiche e Israele, in quanto Stato o Nazione, tuttavia riteniamo privo di fondamento parlare di odio verso Israele: una minoranza di persone probabilmente prova tale sentimento, ma abbiamo constatato molte volte come le critiche all’operato di Israele vengano subito strumentalmente tacciate di odio antiebraico, di antisemitismo, per metterle a tacere.

Quello che vuole la stragrande maggioranza di coloro che criticano Israele non è la sua cancellazione, ma la sua esistenza nei confini riconosciuti anche dall’Olp, oltre che dall’Onu, quelli del ’67, che lasciano allo Stato di Israele ben il 78% della Palestina storica!

Ciò comporta, innanzitutto, che si fermi la costruzione, approvata pochi giorni fa, di nuovi insediamenti ebraici nei territori palestinesi della Cisgiordania; vanno fermate le espulsioni, le demolizioni di case, la distruzione di infrastrutture, di pozzi, lo sradicamento o  il taglio di ulivi, le aggressioni  terroristiche delle bande di coloni, protetti dall’esercito, contro le persone e i loro beni; vanno messe al bando  pratiche barbare, indegne di uno Stato civile, quali la detenzione amministrativa (arresti senza capi d’accusa e senza processo, con detenzione che si rinnova di sei mesi in sei mesi, in molti casi per anni), gli arresti  e la detenzione di bambini, le irruzioni notturne dell’esercito  nelle case, le irruzioni nelle scuole e nelle moschee, le uccisioni facili e perciò molto frequenti di adulti e bambini.  

Tutte pratiche, queste, che nel corso dell’ultimo anno si sono intensificate in modo impressionante, nel silenzio dei media e dei politici, i quali continuano a tacere tutte queste violazioni dei diritti umani e a parlare di Israele come dell’ “unica democrazia del Medio Oriente”! Sono varie le personalità ebree e israeliane, e non solo, che parlano, invece, di etnocrazia, di apartheid e di pulizia etnica; un rapporto dell'organizzazione per i diritti umani Human Right Watch e uno dell'organizzazione israeliana B'Tselem definiscono “segregazionista” lo Stato di Israele; un altro rapporto di Save the Children lo accusa per gli arresti e le torture sui minori.

Va inoltre tolto l’assedio alla striscia di Gaza, dove due milioni di persone vivono in condizioni  inumane a causa di un embargo spietato e va ripresa la via diplomatica insieme al rispetto della legalità internazionale, per il bene di tutti.

Sui diritti umani ci si aspetterebbe che chi li rivendica per sé, ne sia  paladino per tutti! Ma se mentre gli Ebrei chiedono al mondo, giustamente, di lottare contro l’antisemitismo attuale e di commemorare le vittime del nazismo, una gran parte di essi perseguita un altro popolo, negandone l’umanità, il mondo percepisce il tradimento e la negazione dei valori che la Shoah dovrebbe insegnare. Per bene proprio e per il bene degli israeliani, le Comunità ebraiche al di fuori di Israele dovrebbero denunciare le gravi violazioni dei diritti umani dei Palestinesi,  condannandole pubblicamente e chiaramente, cosa che ci risulta faccia solo una minoranza di Ebrei (recentemente varie Comunità australiane), esecrati dagli altri. In assenza di tale condanna, il pregiudizio antiebraico  può crescere in persone che non fanno distinzioni troppo sottili, portate a generalizzare, per ignoranza o per interesse.  

Osserviamo anche che l’UCEI potrebbe preoccuparsi non solo di cosa far fare nella scuola italiana, ma anche in quella israeliana, che forma al pregiudizio e alla visione degli altri come nemici. Un importante studio sui testi scolastici Israeliani, che arriva a questa conclusione, è stato condotto dalla docente universitaria israeliana Nurit Peled-Elhanan. Esiste anche un video, girato all'interno di una scuola religiosa israeliana, nel quale si vede che  ai bambini vengono fatte dire cose chiaramente suprematiste. Con una tale formazione, non stupisce che pochi mesi fa sfilavano per le strade di Gerusalemme tanti giovani che urlavano “Morte agli Arabi”  e altrettanto  durante la “festa delle bandiere”.

Il già citato Boas Evron, in “Jewish State or Israeli Nation”, parla di “educazione alla paranoia”, riferendosi ad un altro assioma, quello dell’ “odio eterno” dei gentili (tutti i non Ebrei) verso gli Ebrei, ed aggiunge: “…Questa mentalità… giustifica in anticipo qualsiasi trattamento inumano dei non Ebrei…”

Ancora  Finkelstein: “Questo dogma ha dato carta Bianca a Israele: vista la ferrea volontà dei gentili nell’uccidere gli Ebrei, questi hanno tutto il diritto di proteggersi come meglio credono. Qualunque espediente a cui possano ricorrere gli Ebrei, perfino l’aggressione e la tortura, costituisce una legittima difesa”.

Il livello di violenza consentita ai coloni, protetti dall’esercito israeliano, è altissimo; vederli all’ “opera,” in bande, contro contadini, pastori, greggi e abitazioni, ma anche a Gerusalemme est, è davvero disgustoso. È evidente a chi non voglia chiudere gli occhi che il razzismo in Israele è una vera emergenza! Le Comunità ebraiche in Italia potrebbero, oltre a dissociarsi,  “consigliare” anche ad Israele un lavoro nelle scuole che vada nella direzione del rispetto dei diritti umani per tutti. Ci auguriamo che già lo facciano, anche se non ne siamo a conoscenza.  

SULL’EQUIPARAZIONE DEL SIONISMO AL COLONIALISMO

Nella Circolare viene definita errata e distorta l’equiparazione che viene fatta tra sionismo e colonialismo.  Se in origine  il sionismo può essere stato un movimento spirituale, esso nella pratica era diventato, già ai primi  del ‘900, un progetto  politico ben definito di spoliazione e pulizia etnica.

La sua attuazione è iniziata ben prima dell’Olocausto, per continuare anche dopo, mediante azioni terroristiche e stragi, come raccomandato da vari teorici del sionismo, tra cui Ben Gurion, primo presidente di Israele. Nel 1920 vi è la costituzione dell’Haganà, organizzazione militare sionista clandestina, del 1931 è quella del gruppo paramilitare Irgun, protagoniste, insieme ad altre formazioni precedenti e successive, di persecuzioni e massacri.  

Data la scelta di Israele di continuare ancora oggi ad espandersi attuando la pulizia etnica, non stupisce che il sionismo venga equiparato, dai Palestinesi, ma non solo, al colonialismo e al razzismo.

Del resto, fin dall’inizio il sionismo ha dichiarato e sostenuto che la Palestina era “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”, cosa storicamente falsa, che ricalca in pieno il concetto di “Terra nullius” enunciato nella conferenza di Berlino del 1884-85; con tale espressione i Paesi coloniali autorizzavano se stessi a impadronirsi di terre che erano abitate da popoli considerati inferiori, ai quali perciò non veniva riconosciuta la proprietà dei luoghi nei quali erano sempre vissuti.

Nel 1988, ad Algeri, Arafat e l’Olp hanno riconosciuto lo Stato di  Israele  e di nuovo l’hanno fatto  nel 1993, con gli accordi di Oslo; Israele, però, non ha mai riconosciuto lo Stato di Palestina. I media occidentali continuano a ripetere la litania diffusa da Israele che lo statuto di Hamas prevede la distruzione del Paese, ma in proposito Noam Chomsky, intellettuale ebreo Americano, in un articolo del 4 agosto 2014 dal titolo “L’incubo di Gaza”, ha scritto: “In realtà Hamas ha chiarito più di una volta che accetterebbe la soluzione dei due Stati che è stata proposta dalla comunità internazionale e che Stati Uniti e Israele bloccano da quarant’anni. Israele, invece, a parte gli occasionali discorsi vuoti, vuole la distruzione della Palestina e sta mettendo in atto il suo piano”.

Negare il  ”diritto  a uno Stato e all’autodeterminazione” a un altro popolo mentre si rivendica quel  diritto per sè, oltre che contraddittorio, è ingiustificabile.

Pertanto, ritenere razzista e colonialista il sionismo non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo. Essere antisionisti non è antisemitismo!

SULL’EQUIPARAZIONE DEL SIONISMO AI MOVIMENTI DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Nella Circolare si sostiene che il sionismo abbia avuto  “caratteri analoghi ai movimenti che tra l’Ottocento e il Novecento hanno portato alla nascita di diversi Stati, tra cui l’Italia con il Risorgimento”. Ciò, oltre a risultare paradossale, è storicamente falso: l’esistenza di movimenti di liberazione da potenze straniere presuppone l’esistenza di una nazione sottomessa, da liberare.

Non esistendo allora Israele, l’equiparazione non è sostenibile, se non per l’aspirazione ideale ad uno Stato. Quei movimenti nazionali, inoltre, non hanno proceduto a  massacri (quello di Al-Tantura, del 1948, è stato ammesso pochi giorni fa da alcuni di coloro che, oggi novantenni, fecero parte della Brigata Alexandroni) e persecuzioni per sostituire le popolazioni autoctone con la propria.

E’ plausibile, invece, equiparare l’odierna occupazione israeliana dei  territori palestinesi all’occupazione austriaca in Italia (molto probabilmente meno sanguinosa) e la lotta dei Palestinesi a una lotta di liberazione.  E’ possibile anche che, se non fosse nato Israele, i Palestinesi avrebbero iniziato, come tanti altri popoli,  ad avere aspirazioni nazionali e a condurre una lotta di liberazione contro gli occupanti di turno dell’epoca, gli Inglesi dopo gli Ottomani.  

CONCLUSIONI

Concordando sull’importanza della scuola nel contrastare  discriminazioni e  razzismo e per educare alla soluzione non violenta dei conflitti, condividiamo la posizione dell’artista Moni Ovadia, che, “proprio  in quanto ebreo”, dice, difende i diritti di tutti.

Egli ha portato a Ferrara, dal 25 al 30 gennaio,  “La settimana delle memorie”, una rassegna che vuole onorare, oltre alle vittime della Shoah, tutti i popoli perseguitati. Riteniamo anche noi che sia tempo di rendere più incisiva nel presente la Giornata della Memoria, analizzando anche le sopraffazioni dell’oggi, per scoprire, pur tenendo conto delle differenze, la radice che esse hanno in comune con la Shoah e con le altre tragedie nella storia:  i pregiudizi e il razzismo, alimentati da ignoranza, frustrazioni personali, revanscismi e interessi nazionali e di gruppi di potere.  E’ necessario educare, tutto l’anno,  ai valori e ai diritti umani universali, affinché il ”MAI PIU’” riguardi i soprusi e le violenze CHE POSSONO ESSERE EVITATI OGGI.

Scandaloso, oggi come allora, è il silenzio interessato sui crimini degli “amici”, o  dei potenti; quello di oggi lo potremmo definire, con Chomsky, “indifferenza istituzionalizzata di tutto l’Occidente”.

Per terminare, vogliamo qui ricordare una delle dichiarazioni dell’Arcivescovo di Pretoria, Desmond Tutu, da poco scomparso, che aveva vissuto l’apartheid in Sudafrica e aveva visitato  la Palestina;  nel 2014 egli diede il suo appoggio al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), come mezzo pacifico di lotta: ”Cercare di liberare il popolo di Palestina dalle umiliazioni e dalle persecuzioni  che gli vengono inflitte dalla politica di Israele è una causa nobile e giusta. E’ una causa che il popolo di Israele ha l’obbligo per se stesso di sostenere. Nelson Mandela ha detto che I Sudafricani non si sentiranno completamente liberi finché i Palestinesi non lo saranno. Avrebbe potuto aggiungere che la liberazione della Palestina sarebbe anche la liberazione di Israele”.

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