Caro Presidente Mattarella, l'Italia del dopoguerra la ricostruirono lo stato dirigista e l'IRI

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Di Antonio Di Siena

Caro Presidente Mattarella, 

l’Italia rinacque dal dopoguerra non solo grazie all’unità del suo popolo. 

Anzi. 

Il Paese uscito dalla guerra era profondamente diviso fra fascisti e comunisti, una nazione in cui solo una grande amnistia politica rese possibile un minimo di coesione sociale.  

Un Paese che raggiunse quegli straordinari risultati, di cui beneficiamo ancora oggi, soprattutto grazie al ruolo dello Stato in economia. 

Uno Stato dirigista che nei primi anni '50 inaugurava grandi complessi industriali in tutto il Paese. E così facendo creava un gigantesco indotto per le nascenti piccole e medie imprese, futura spina dorsale della nostra economia, finanziate dalle banche pubbliche come la COMIT o il Credito Italiano. 

Un Paese semidistrutto che fu ricostruito con il cemento della Cementir e l’acciaio della Finsider. Che viaggiava veloce sulle straordinarie Alfa Giulia 105 sulle nuove Autostrade. Che si apriva al mondo grazie all’Alitalia e comunicava grazie alla SIP. 

E tutto questo soltanto grazie all’IRI, il glorioso Istituto per la Ricostruzione Industriale. 
Un gigantesco ente pubblico. 

Un Paese che non era unito solo a parole, ma che coi fatti (e i denari) della Cassa del Mezzogiorno creava grandi zone industriali nel sud (Taranto, Siracusa, Pomigliano). 
Fu lo Stato imprenditore, non il privato, a portarci fuori dalla devastazione post bellica. 

Uno Stato che, in ossequio al dettato del primo articolo della Costituzione della Repubblica, creava lavoro (lo Stato non il mercato!). Guidato da una classe politica lungimirante che credeva in quel popolo che grazie al lavoro e alla fatica investiva i suoi (tanti) risparmi nei nostri titoli di Stato (e non in Borsa) finanziando lo sviluppo e al contempo mettendoci al riparo dalla speculazione. 

Poi caro Presidente, siete arrivati voi. I Guido Carli, i Ciampi, gli Amato i Prodi. A dirci che le partecipazioni statali alimentavano il debito pubblico e la corruzione. Che l’impresa publica era un carrozzone corrotto e inefficiente. Che bisogna privatizzare per essere competitivi sui mercati. 
Che lo Stato, la moneta nazionale, il controllo pubblico dell’economia erano strumenti liberticidi, retaggi medievali di cui serviva liberarsi per aprirsi al progresso. Che il futuro erano il libero mercato, le privatizzazioni, la comunità europea, l’euro. 

Siete arrivati voi con la vostra modernità e avete distrutto tutto. 

Avete distrutto un Paese che sulla scorta del pensiero di Enrico Mattei si rialzò dalla guerra credendo e investendo in sé stesso e nelle proprie capacità. Che lavorava per la cooperazione internazionale ma nella ferma convinzione che lo sviluppo autosufficiente e il controllo degli asset produttivi strategici fossero fondamentali per creare una Repubblica prospera e democratica. 

Solo recuperando quella visione politica dell’economia mio caro Presidente sarà possibile ricostruire di nuovo e per davvero l’Italia. 

E senza dimenticarci di un dettaglio di non poco conto. 

In tutta la gloriosa storia della rinascita post bellica italiana i liberali ebbero un ruolo assolutamente marginale. 
Sarebbe il caso di ricordacelo e di rimetterli al posto che meritano. 
Nel cesso della storia.

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