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EUGENIO SCALFARI, «L’ESPRESSO» E «LA REPUBBLICA»: I ‘GRILLI PARLANTI’ LIBERAL E LA ‘DEMARXISTIZZAZIONE’ DEL PSI

 


di Matteo Luca Andriola
 

Chi si occupa in veste storiografica della storia della sinistra italiana nel secondo dopoguerra, non può non soffermarsi sul ruolo deleterio e ‘castrante’ dell’ex Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A. (oggi GEDI Gruppo Editoriale) del suo tentativo di normalizzare, demarxistizzandola e avvicinandola sempre di più alla liberal-democrazia, tutta la sinistra italiana con il settimanale «L’Espresso» e quotidiano «la Repubblica», periodici vicini all’area della sinistra laica e riformista, dettandovi legge con l’intento di farle da ‘grillo parlante’ in senso liberal. Ma facciamo un po' di storia generale servendoci dell’autobiografia di Eugenio Scalfari ‘La sera andavamo in Via Veneto. Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica’ (Mondadori, 1986), da leggere ovviamente con giusti filtri. Quella di Scalfari è la storia di un’area politico-culturale, la liberal-radicale, che dal dopoguerra s’è fatta apertamente rappresentante in Italia degli interessi dell’establishment atlantista, l’asse Londra-New York, che fin dal 1948 aveva spinto Washington all’intesa con la DC, forzata però, perché il partito era sì liberale, ma con forti venature terzomondiste, filoarabe, stataliste e non in totale sintonia con certe aperture laiche quali il libero mercato (a vantaggio invece di un’economia mista e di un “compromesso socialdemocratico” atto alla creazione di una forte industria di Stato e di un welfare state) e un modello valoriale progressista (divorzio, aborto, ecc.). Possiamo dire che il disegno di tale establishment è stato quello di insinuarsi entro la sinistra italiana, demarxistizzando gradualmente prima il PSI e infine il PCI, spostandolo lentamente verso valori “atlantici e liberali”, operazione inziata nel 1955 con la scissione da sinistra del PLI di Malagodi, che favorì la nascita del piccolo Partito Radicale, e conclusasi con la svolta della Bolognina, passando per l’abbandono del marxismo da parte di Craxi, operazione che avvenne sulle pagine del periodico «L’Espresso».

 

BREVE STORIA DI UNA LOBBY LIBERAL E ATLANTISTA

 

In questo lungo corso c’è sempre il ruolo decisivo di Eugenio Scalfari, a cui va addebitata la parternità dei radicali, dell’«Espresso» e del quotidiano-partito «la Repubblica», un giornale capace di indirizzare (oggi con difficoltà) il lettore in senso atlantico-sionista in politica estera e libdem in campo ideologico.

Il milieu economico-finanziario-culturale nasce attorno a personalità di area laica democratico-azionista (leggi massonica) come Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Bruno Visentini e l’ex comunista ed europeista Altiero Spinelli – mito dei liberal nostrani, si pensi ai ridicoli supporter ‘millennials’ di +Europa e del PD militanti del “Comitato Ventotene” –, esponenti del mondo finanziario come Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia, Donato Manichella, Guido Carli, del grande capitalismo nostrano come Vittorio Valletta, Adriano Olivetti e Cesare Merzagora ed esponenti del “Congresso per la libertà della cultura” – che alcuni brutalmente definiranno al soldo del duo CIA-M16 – come Benedetto Croce, Mario Pannunzio, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Alberto Moravia, Nicola Carandini ecc. tutti in contatto con il giovane Scalfari, rampollo di una famiglia benestante inserito in tali ambienti che nel 1950 sposa Simonetta De Benedetti, figlia di Giulio, storico direttore de «La Stampa» di Torino.

L’esordio di tale scalata in seno alla sinistra inizia il 19 febbraio 1949 con la nascita del settimanale «Il Mondo», giornale “laico e anticlericale”, diretto da Mario Pannunzio che, spiega Scalfari, voleva creare «una terza forza politica che bilanciasse i due super-partiti DC e PCI», e che porterà nel 1955 alla nascita del Partito Radicale, dominato dall’ala anglofila del settimanale, quale Pannunzio, Scalfari e Paggi, il tutto con lo scopo, evocando il radicalismo democratico di inizio ‘900 di Felice Cavallotti, di emulare l’esperimento francese di Pierre Mendès France, erodendo la spazio a sinistra occupato dal PCI di Togliatti, all’epoca filorusso, marxista-leninista e patriottico, cercando di far leva non sui diritti sociali, ma solo su quelli civili, individualistici. Sempre nel 1955 esce «L’Espresso», ideato sempre da Scalfari e dall’allora direttore de «L’Europeo» col benestare di Raffaele Mattioli, allora direttore del Comit ed esponente della “finanza laica”, e foraggiato, spiega lo stesso Scalfari, dal magnate dell’Ivrea Adriano Olivetti, vicino all’azionista Ferruccio Parri e, dai tempi della guerra (nome in codice “Brown”), all’intelligence britannico, e sostenitore dell’euro-federalismo di Altiero Spinelli, membro del Movimento Federalista Europeo. Insomma, un’esponente dell’alta borghesia liberale, laica e anglofila, che fornirà fondi per creare una rivista rivolta, a differenza dell’elitario «Mondo» vicina ai circoli filoradicali, alle masse, sensibilizzandole sempre sulle tematiche care a certo radicalismo liberale. Olivetti cederà il 60% delle quote a Carlo Caracciolo (rampollo della nobiltà partenopea in odor di massoneria), il 5% a Scalfari e un altro 5% ad Arrigo Benedetti. Con Caracciolo proprietario di maggioranza, oltre ai temi laici, inizierà un’offensiva che, parallelamente agli scoop a destra pubblicati da «Il Borghese» di Mario Tedeschi, colpirà l’ENI di Enrico Mattei (“L’inquinamento dei partiti comincia da lui”, scrive Scalfari), Eugenio Cefis, l’ala ‘statalista’ della DC (Aldo Moro in primis) e il PCI di Togliatti, in nome di un capitalismo anglosassone ‘etico’, onesto, pena le manette. Il ruolo del gruppo nel referendum radicale del 1974 a favore del divorzio è indiscutibile.

E’ questa la spinta che porta il gruppo, nel 1976, a creare «la Repubblica», per traghettare poco a poco tutta la sinistra – dato che il quotidiano, appena nato, ondeggia fra la sinistra extraparlamentare e quella riformista, spiegano Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia ne ‘La stampa italiana nell’età della TV’ (Laterza, 1994, p. 9) – e Botteghe Oscure da Mosca verso Washington, creando quello che inizialmente, nel mondo del PCI, sarà il secondo quotidiano dopo «l’Unità» e «Paese-Sera», due dei quotidiani più letti nell’Italia di quegli anni, un giornale ‘giovanilista’ inizialmente, che strizza l’occhio, nel suo accattivante formato berlinese, al pubblico della sinistra extraparlamentare che legge periodici come «Lotta Continua», «Potere Operaio», «Il manifesto», ecc. dando voce al movimento giovanile nelle università e puntando sull’approfondimento, ovviamente schierato. I fondi per «la Repubblica» (5miliardi di lire) verranno trovati associandosi a Mario Formenton, socio della Mondadori e proprietario di «Panorama», all’epoca non diverso dall’«Espresso». Si unirà Pier Leone Mignanego, cioè Piero Ottone, esponente del giornalismo anglofilo, collaboratore della PWB, la Psychological Warfare Division nel 1945 ed ex direttore nel 1972 – incaricato da Giulia Maria Crespi – del «Corriere della Sera», a cui darà un taglio liberal e progressista che determinerà l’uscita dell’ala conservatrice guidata da Indro Montanelli, che nel 1974 creerà «il Giornale».

 

L’EVOLUZIONE ANTROPOLOGICA DEL PSI E SCALFARI

 

Non mi soffermerò sul caso PCI, noto ai più, ma su quello più subdolo attuato col PSI di Bettino Craxi, contro cui però verrà scatenata un’offensiva appoggiando l’ala euro-federalista della DC. La svolta del Midas, avvenuta lo stesso anno della nascita de «la Repubblica», porterà il PSI, guidato da Craxi, ad un progressivo distacco da quel PCI che, nel bene e nel male, rimaneva ancora “marxista”. Tutto nasce in corrispondeva della “guerra fra le sinistre” contro il PCI berlingueriano, che avviene subito dopo l’ascesa di Craxi alla segreteria socialista e che portò il PSI all’abbandono di ogni riferimento al marxismo e all’approdo al “liberalsocialismo”, che passa da una querelle durata tutto il 1977 in corrispondenza del 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre che porta gradualmente il PSI – usando lo staff di «Mondo Operaio», lo storico Massimo L. Salvadori in primis – ad attaccare Lenin rivalutando prima il riformista Kautsky e l’antileninista Rosa Luxemburg, e che culminerà l’anno successivo, prima col convegno internazionale organizzato a marzo dall’Istituto socialista di studi storici dal titolo ‘Rivoluzione e reazione in Europa’, che ruotava attorno alla tesi secondo cui la Rivoluzione bolscevica interrompeva il processo di nazionalizzazione delle masse proletarie portato avanti dai partiti della II Internazionale dalla fine dell’800, provocando le reazioni degli storici comunisti, e nell’estate, con l’intervista concessa nientemeno che da Craxi direttamente ad Eugenio Scalfari per «L’Espresso» del 27 agosto 1978 intitolata ‘Per noi Lenin non è un dogma, i cui contenuti furono ulteriormente sviluppati nel libro intitolato il ‘Vangelo socialista, scritto da Craxi insieme allo storico Luciano Pellicani, e sitetizzati dallo stesso Craxi in un articolo apparso su «Mondo Operaio» nel mese di settembre con il titolo ‘Leninismo e socialismo, che portò Craxi a scrivere che Lenin teorizzerebbe «il diritto-dovere degli intellettuali guidati dalla “scienza marxista” di sottoporre la classe operaia alla loro direzione», per questo il ‘Che fare?è «una aggressiva ripresa del progetto di Robespierre, che già molte scuole socialiste avevano definito come una sorta di dispotismo pseudo-socialista».

 

«Con il successo storico-politico del leninismo, la logica giacobina, con tutte le sue componenti vecchie e nuove che sfociano nella dittatura rivoluzionaria, prende il sopravvento sulla logica pluralistica e democratica del socialismo e la Russia si incammina sulla strada del collettivismo burocratico-totalitario. […] C’è nel leninismo la convinzione che la natura umana è stata degradata dalla apparizione della proprietà privata, che ha disintegrato la comunità primitiva scatenando la guerra di classe. E c’è soprattutto il desiderio di ricreare l’unità originaria facendo prevalere la volontà collettiva sulle volontà individuali, l’interesse generale sugli interessi particolari. In questo senso il comunismo è organicamente totalitario, nel senso che postula la possibilità di istituire un ordine sociale così armonioso da poter fare a meno dello Stato e dei suoi apparati coercitivi. Questo “totalitarismo del consenso” deve però essere preceduto da un “totalitarismo della coercizione”».

 

Come noto, Craxi risale a Marx e, recuperando le critiche rivoltegli dal francese Pierre-Joseph Proudhon, afferma che

 

«non si deve confondere il socialismo con il comunismo, la piena libertà estesa a tutti gli uomini con la cosiddetta libertà collettiva, il superamento storico del liberalismo con la sua distruzione. Il carattere autoritario di ciò che viene chiamato il “socialismo reale maturo” non è una deviazione rispetto alla dottrina, una degenerazione frutto di una somma di errori, bensì la concretizzazione delle implicazioni logiche dell’impostazione rigidamente collettivistica originariamente adottata. L’esame dei fondamenti del leninismo non può che confermare tale tesi».

 

La scelta dell’«Espresso» come luogo d’inizio della svolta liberalsocialista craxiana non è affatto casuale – dato che le svolte del PCI avverranno spesso sulla stampa liberal, dalla scelta dell’“ombrello protettivo della NATO” di Berlinguer esposta su un «Corriere della Sera» ormai liberal e retto dall’anglofilo Ottone, poi sulle pagine di «Repubblica», al tifo esasperato per la svolta della Bolognina fino a De Benedetti tessera n° 1 del PD, scelta tutt’altro che casuale –, e serviva, probabilmente, a portare a termine, cavalcando la rivalità fra PCI e PSI, la trasformazione liberal della sinistra italiana. Era questo l’obiettivo del gruppo editoriale di De Benedetti – cavalcando i legami che si erano costruiti sui temi della laicità coi radicali fin dagli anni ‘50 e che verranno invece a saltare quando Craxi sposerà la linea della fermezza sul tema della droga, caro a Pannella –, e che in parte riuscirà, dato che il PSI toglierà la falce e martello a vantaggio del garofano, a demarxistizzare il partito vedendo i socialisti italiani, come i compagni francesi (si pensi a Mitterand che archivia le riforme di struttura su consiglio dei suoi tecnici per stare dentro ai paramentri monetari del SME e sposare anch’egli il “liberalsocialismo”), aprirsi al mercato (si pensi al decreto di San Valentino sul taglio di quattro punti di contingenza della scala mobile) divenendo essi il referente elettorale della nuova borghesia rampante, gli yuppie, e, in quell’edonistico decennio, creare un modello che non va all’élite tecnocratica che guarda ad un’Italia “normalizzata”, retta da un sano bipolarismo fra un polo progressista e uno moderato, dato che Craxi, nonostante tutto, porterà avanti una politica estera mediterranea ‘sovranista’ in continuità con la vecchia DC e l’ENI di Mattei, non privatizzare l’industria di stato e a opporsi all’ingerenza americana, senza però rompere mai con la NATO, nel caso Sigonella, che vedrà il PCI; nonostante tutto, tifare per colui che si era schierato con la resistenza palestinese.

Anche se va detto che, per differenziarsi dal PCI, Bettino Craxi, riscoprendo il patriottismo risorgimentale – dato che, tolto Karl Marx, andava ricreato un pantheon a sinistra, fatto di progresso sociale, e nulla meglio dell’epopea risorgimentale poteva servire al politico italiano – nel dare vita a quella stagione del “socialismo tricolore”, porterà il PSI, quasi segno del riflusso di quegli anni, a dar credito a certi settori della cosiddetta “sinistra nazionale” del MSI, come il futuro ideologo della destra sociale di AN Giano Accame e Beppe Niccolai, e addirittura della Nuova Destra di Marco Tarchi, l’intellettuale ex missino vicino al filosofo francese della Nouvelle Droite, Alain de Benoist, con l’apertura della casa editrice socialista SugarCo ad esponenti delle due aree di destra (Marcello Veneziani in testa, che darà alle stampe nel 1987 ‘La rivoluzione conservatrice in Italia. Genesi e sviluppo dell’“ideologia italiana”’, oltre ad opere di autori di destra come Spengler e Jünger) e venendo ricambiata, con pubblici confronti fra intellettuali neocraxiani provenienti dalla “nuova sinistra” sessantottina con la “nuova destra metapolitica” a vocazione egemonica e “gramsciana”, fautori di una logica sincretica et-et (la ‘nuova sintesi’) che sembrava concretizzarsi con un socialismo per l’appunto “tricolore”, che aveva caratteristiche diverse da quelle del vecchio PSI, come l’antimarxismo, apertura al presidenzialismo e spirito decisionista (non scordiamoci che Forattini, su «Repubblica», dipingerà Craxi con fattezze… mussoliniane. Se per i liberal ciò era sconveniente, ai neofascisti e alla nuova destra poteva piacere), incontri come quello documentato da Giampiero Mughini nella rivista «Pagina» nel numero di agosto-settembre del 1982.

Ma la scelta di quell’asse privilegiato con la destra DC (l’asse Andreotti-Forlani) e con quella che è l’industria di stato, spingerà il gruppo editoriale di De Benedetti ad iniziare un’offensiva contro il politico, che li accuserà di esser parte della “nuova destra tecnocratica”, offensiva che si concluderà con Tangentopoli. Scalfari scrive che «I socialisti del nuovo corso hanno coniato una definizione curiosa: noi saremmo la nuova destra, assieme ad alcuni esponenti dell’imprenditoria (leggi De Benedetti), ad alcuni grandi borghesi (leggi Bruno Visentin), all’ala berlingueriana del PCI. Una nuova destra tecnocratica, giacobina, illuminata, che però non disdegna gli affari corsari e vagheggia governi presidenziali di tipo (pensate un po'!) badogliano».

L’accusa dei socialisti fa capire che quello che oggi volgarmente definiamo ‘piddismo’ ha origini antiche, e che l’accusa di «vagheggia[re] governi presidenziali di tipo […] badogliano», non può che ricordarci il tifo del Gruppo editoriale e del PD per lo spread fatto nel 2011 e nel 2018, il primo dei quali ci condurrà al governo il tecnico, espressione dell’estrema destra finanziaria, Mario Monti. Insomma, il lupo perde il pelo ma non il vizio… golpista. Solo leggendo la sua storia possiamo capire perché tale giornale è stato in prima linea a sostenere le offensive euro-americane in giro per il mondo, Tangentopoli, la svendita dell’industria di stato, le rivoluzioni colorate, le primavere arabe, il Rubygate (per eliminare Berlusconi, non più credibile per l’establishment, nonostante l’accondiscendenza verso l’imperialismo statunitense) e il caso Regeni, e cioè perché nasce in funzione atlantista.

 

 

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