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Gaza, la marcia per i bambini martiri e il silenzio assordante dell'occidente

 
 

di Paola Di Lullo

 

Nonostante il fallimento del "cessate il fuoco" tra Israele ed Hamas, mediato dall'Egitto e causato da continue violazioni israeliane, fino alla risposta di Hamas, che ha fatto gridare i nostri media "Hamas non vuole il cessate il fuoco", nonostante la minaccia, incombente sulla Striscia di una nuova Operazione peggiore di Protective Edge, i gazawi non sono intenzionati a fermare le marce.

 

Oggi è il 18° venerdì in cui, sotto la supervisione del  Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno) i gazawi mettono in campo manifestazioni, sit in, dimostrazioni, canti, balli, aquiloni, palloncini. Ed i soliti copertoni incendiati per protezione, per offuscare la vista dei cecchini. Famiglie, anziani, bambini, donne. Tutti insieme, disarmati,  per rivendicare il diritto al ritorno, sancito dalla Ris. ONU 194. Tutti insieme, al d là delle divisioni e delle fazioni politiche. La marcia è dedicata ai "bambini martiri", assassinati da Israele, stato ebraico. Tantissimi i bambini, in questa giornata, i palloncini colorati nel cielo di Gaza, con attaccate le immagini dei loro coetanei, vite spezzate dal mostro assetato di sangue. Mostro che continua a parlare di autodifesa.

 

 Come ogni venerdì, i palestinesi di Gaza si sono riuniti nei cinque punti di raccolta per prendere parte alla Great Return March.


I campi, situati a 500/700 metri dal border che separa la Striscia di Gaza dai territori del '48 sono:


An-Nadha, est di Rafah, sud della Striscia;
Al-Najar, esti di Khuza'a, Khan Younis, sud della Striscia;
Al Bureij, centro della Striscia;
Malaka, est di Gaza City;
Abu Safiya, Jabaliya, nord della Striscia.





I primi feriti, tre, poi cinque, poi dieci, intorno alle 17,00, ora di Gaza.



Israele apre il fuoco a Khan Younis, spara proiettili vivi e lacrimogeni. Ad al Tuffah sgancia un missile.

 

 

Per la prima volta, niente cecchini, almeno non visibili. Solo veicoli corazzati, la cui presenza era stata notevolmente rafforzata in mattinata.

 

Alle 18,00, ora di Gaza, arriva notizia del primo martire. È Ghazi Mohammed Abu Mustafa, 43 anni, colpito alla testa a Khan Younis. Poco prima era stato fotografato accanto alla moglie, infermiera sul campo.

 

Feriti anche tre paramedici nella loro postazione mobile a Jabalyia.


Alle 18,30 il ministero della Salute in Gaza dichiara che i feriti sono 45.

 

Alle 19,00 i feriti sono 115.

 

Alle 20,00 circa, il secondo martire, Yassin Tahsin Abu Armaneh,  14 anni, colpito da un proiettile vivo alla testa,  a Rafah. Sui prossimi cartelloni e palloncini ci sarà anche lui, purtroppo.




I  feriti sono salti a 246..

 

Dal 30 marzo , data di inizio delle marce, ad oggi, ci sono 153 martiri e 16750 feriti. Solo da parte palestinese. Mentre la comunità internazionale tace e, se parla, racconta dell'unico soldato israeliano ucciso dalle Brigate Qassam, dopo l'uccisione di tre dei suoi membri. E, se parla, ci racconta scontri, battaglie, manca solo che si parli di guerra. Scontri tra chi? Cittadini, civili, disarmati, ed il terzo esercito meglio armato al mondo? Perché si possa parlare di battaglia le forze in campo dovrebbero essere due eserciti, due aviazioni e due marine da guerra. Gaza, attaccata da cielo, mare e terra, non dispone di nessuno dei tre. E che non si parli di terrorismo, no, nemmeno di Hamas.
 

Che la mattanza continui tra silenzio e menzogne assordanti.

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