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I piani occidentali di destabilizzazione e di frammentazione del Medio Oriente (1980-2015)

 
 
 di Diana Carminati.  Già docente di Storia dell’Europa contemporanea, Università di Torino

Maggio 2016

Introduzione 

L’intervento vuole dare conto di documenti di analisi e studi sulla strategia politica statunitense e dei suoi alleati (UK e Israele soprattutto) degli anni ’80-2010, analisi e studi che in Italia sono stati analizzati soltanto da pochi esperti (ad es. Manlio Dinucci) e sui quali c’è stata scarsa riflessione anche nei gruppi di solidarietà con la questione palestinese e nei movimenti antiguerra.  Studi che mettono in evidenza come il pensiero neocon degli anni ’80-’90, nei vari think tanks, avesse un progetto di controllare a livello economico e militare le risorse mondiali e in particolare nei territori del Medio Oriente. 

Molti sono stati gli esperti occidentali in particolare di lingua inglese, giornalisti e studiosi, che hanno scritto su questo tema, nel decennio dopo il 2000 e dopo l’11 settembre 2001, saggi o libri non tradotti in Italia e/o comunque poco divulgati e discussi. Come in particolare, fra altri, il lavoro di Jonathan Cook, studioso e giornalista inglese, Israel and the Clash of Civilisations. Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East (Pluto 2008). Sul tema della militarizzazione USA e del ruolo del complesso militare-industriale-culturale-securitario occidentale hanno scritto alcuni dei maggiori studiosi statunitensi fra i quali Noam Chomsky e Chalmers Johnson. Sull’intreccio neocon-Israele sono importanti le ricerche presentate nel libro di Mearsheimer e Walt sulla Israel Lobby in USA.  E molti studiosi e giornalisti indipendenti hanno scritto e scrivono da anni  in alcuni siti di lingua inglese come Global Research e Counterpunch.  

Questo intervento non fa riferimento esplicito, per motivi di tempo, dello stretto intreccio del progetto strategico politico/militare occidentale con le politiche neoliberiste, con l’imposizione della globalizzazione economica che ripropone una accumulazione ‘originaria’ ovunque sia possibile, con la conseguente spoliazione e devastazione di territori, sempre più soggetti alla rapina delle risorse, e di popolazioni spossessate dei propri diritti ed espulse dai loro paesi devastati dalle guerre provocate dal complesso militare-industriale occidentale.

Per un Nuovo Medio Oriente

Nel luglio 2006, durante l’attacco israeliano al sud del Libano, Condoleeza Rice era in Israele e con Ehud Olmert, l’allora premier israeliano, annunciarono in una conferenza stampa che il progetto di  un Nuovo Medio Oriente stava per nascere. Negli stessi giorni si inaugurava il nuovo terminal dell’oleodotto petrolifero Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), con sbocco nel Mediterraneo . 

Il nuovo corso, la nuova Roadmap, dopo l’aggressione e  l’occupazione dell’Iraq da parte di USA e alleati, nel marzo 2003, iniziava un altro periodo di instabilità e caos nei paesi del vicino Levante che  ne erano il centro, il Libano e la Siria. Esso è stato definito un “caos costruttivo” , che avrebbe giovato in particolare agli interessi geostrategici degli Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Questo caos avrebbe organizzato violenze e guerra ovunque in quel territorio, dopo la prima fase organizzata in Afganistan e Irak. E’ un caos “costruttivo” perché avrebbe condotto ad un nuovo ordine mediante una “spaventosa forza rivoluzionaria”, come scriveva in quegli anni il neocon e consigliere di George W. Bush, Michael Ledeen. Come vedremo più tardi.

Il piano Ynon per la destabilizzazione e divisione del Medio Oriente (febbraio 1982)

Il ridisegno complessivo di tutta la regione mediorientale, ha una lunga storia di formazione, è già presente nei decenni dopo la seconda guerra mondiale, nella fase di strutturazione e definizione di Israele come Stato e come potenza militare e nucleare del Mediterraneo. 

Già negli anni ’50,  come scrive Israel Shahak nella prefazione al Piano Ynon , il sionismo pensava a un piano per fare di Israele una potenza imperiale regionale. Era un tema ricorrente che faceva riferimento al pensiero coloniale britannico. L’idea si integrava ora al progetto  degli Stati Uniti per mantenere il M.O. sotto il controllo occidentale,  progetto che nel 1953, in Iran, fu sostenuto dalle forze conservatrici interne e gli Stati Uniti che operarono per cacciare il primo ministro Mossadeq dal governo e riproporre lo Scià Reza Palhavi; nuovamente, nel 1955, esso emerse  con il “patto di Bagdad” tra Turchia, Gran Bretagna Irak e Pakistan,  e nel 1957 con la dottrina Einsenhower per costruire una alleanza di Stati arabi filoccidentali contro il pericolo del panarabismo nasseriano e di un maggiore legame con l’URSS.  L’idea si era contemporaneamente sviluppata in Israele nel 1956 con l’aggressione  all’Egitto di Nasser, che aveva deciso la nazionalizzazione delle imprese addette ai servizi del canale di Suez. In cambio il governo israeliano ricevette aiuti, in strumenti e materiale nucleare, da Francia, Norvegia e Gran Bretagna, per i suoi obiettivi di costruzione della bomba atomica.  

 Si era infine consolidata con la vittoria israeliana  nella guerra del giugno 1967 e l’occupazione dei Territori di Cisgiordania, Gaza, alture siriane del Golan e penisola del Sinai. A fine anni ’70 la situazione si era andata complicando con la caduta dello Scià in Iran, nel 1979 e lo stabilirsi di una Repubblica islamica, con l‘elezione di Reagan alla Presidenza degli USA e l’insediamento di Menachem Begin (Likud) in Israele, con l’invasione sovietica dell’Afganistan e l’inizio della guerra Iran-Irak (armate entrambe l’una contro l’altra dagli USA e anche da URSS) che durerà 8 anni e porterà i due paesi allo stremo delle forze.

Il documento del giornalista e consulente del  Ministero degli esteri, Oded Ynon, Una strategia per Israele negli anni ’80, esce nel febbraio 1982 sul giornale Kivunim (Direzioni) del Dipartimento di Informazione dell’Organizzazione Sionista mondiale. Viene pubblicato nel luglio dello stesso anno da Israel Shahak , docente di chimica a Gerusalemme, molto critico nei confronti della politica dei governi israeliani. Nell’Introduzione, firmata da Khalil Nakhleh, si afferma l’importanza della pubblicazione per l’opinione pubblica israeliana più interessata, per mostrare le vere intenzioni delle politiche sioniste, i suoi piani per creare un sistema capace di “punire” ogni possibilità di rivolta delle popolazioni palestinesi oppresse e procedere al suo espansionismo. “Quello che essi stanno pianificando non è un mondo arabo ma un mondo di Stati arabi frammentato e pronto a soccombere all’egemonia israeliana”. La pubblicazione è necessaria anche per gli Stati arabi e per i palestinesi non in grado di comprendere l’essenza stessa dello “Stato sionista”, di “de-palestinizzazione” della Palestina, che gli studiosi definiranno poi come“colonialismo d’insediamento”. 

Il documento pone in evidenza la svolta storica degli anni ’80, le trasformazioni politiche, economiche, militari, la necessità di nuove strategie e di un quadro politico, militare, culturale nuovo. L‘organizzazione sionista in USA, AIPAC, benché fondata nel 1953 ebbe un effettivo successo e molti finanziamenti proprio dalla metà degli anni ’70. 

Come scrive Ynon, ma è il pensiero mainstream di altri analisti israeliani, come affermerà in seguito Chomsky , i pericoli sono due: l’URSS come superpotenza mondiale e il nazionalismo arabo, in un mondo arabo che monopolizza le risorse petrolifere, a scapito degli Stati occidentali. Occorreva nuovamente “Ottomanizzare“ il Medio Oriente. Occorreva in realtà impedire a qualsiasi altro stato/potenza di competere nella regione con le armi atomiche e assicurare il controllo del flusso e dei prezzi delle risorse energetiche per l’Occidente. 

Il documento di Ynon analizza punto per punto la situazione dei vari Stati mediorientali la loro debolezza per la situazione interna, dovuta alle minoranze religiose ed etniche: emerge dal documento, in generale, una visione di  instabilità regionale totale, un grande gap fra ricchi e poveri e tra maggioranza sunnita e altre minoranze, soprattutto sciiti e kurdi. Questa situazione rende lo Stato di Israele molto insicuro  ma dà anche opportunità reali. Certo, aggiunge, un tragico errore è stato quello del giugno 1967 di non “aver dato la Giordania ai Palestinesi”. Cioè di inviarli tutti oltre confine.

E ancora, afferma Ynon, è  una gran perdita  dover abbandonare l’occupazione del canale di Suez e di ricchi giacimenti di petrolio e gas del Sinai.  Perciò si devono operare grandi cambiamenti in questo decennio: “dobbiamo ritornare in Sinai alla situazione precedente alla “ visita” di Sadat e all’errore fatto con gli accordi del 1979 (per il ritorno del Sinai all’Egitto). L’Egitto non costituisce un problema a livello militare, “si può fare in un giorno”. Poiché l’Egitto non è più una potenza politica guida nel mondo arabo. Occorre frammentare l’Egitto in regioni distinte, così si potranno destabilizzare e frammentare Libia e Sudan in tanti ‘staterelli’ religiosi.
Occorre dissolvere il Libano in 5 province e questo servirà come precedente per tutti gli altri Stati a nord-est di Israele: così sarà della Siria e dell’Iraq, in seguito dividerli in tanti piccoli stati, religiosi ed etnici, Stati alawiti e sunniti e Druzi. E’ il primo obiettivo di Israele, sarà la garanzia di pace e sicurezza per Israele. L’Iraq con le sue grandi risorse di petrolio , ma internamente caotico, sarà un obiettivo di Israele. La sua dissoluzione è perfino più importante di quella della Siria, perché è più forte  e costituisce la più grande minaccia per Israele. Una guerra Iran-Iraq metterà da parte l’Iraq e causerà all’interno la sua caduta politica, prima che sia in grado di organizzare un conflitto contro di noi. “Ogni tipo di conflitto inter-arabo  sarà di aiuto per noi e abbrevierà i modi per quello che è il nostro più importante obiettivo, distruggere l’Iraq come la Siria, come il Libano e dividerli in tanti stati a nord, a sud e a ovest. In aree sunnite, sciite e kurde.”   E il documento continua in modo ossessivo: Così sarà per la Siria, divisa in uno Stato sciita alawita sulla costa, in uno Stato sunnita  nell’area di Aleppo e Damasco e uno Stato Druso forse anche nel vicino Golan. 

Così sarà del  Libano, così della Giordania, anche se non nell’immediato perché non costituisce una immediata minaccia. Semmai si può pensare ad un trasferimento di potere alla maggioranza palestinese. Un regime change potrebbe porre termine al problema dei territori (palestinesi occupati) a ovest del Giordano. Cioè espellere i palestinesi dell’interno e dell’esterno? 

 “Nella presente  situazione non si può andare avanti se non separando le due Nazioni, con gli Arabi oltre il Giordano (punto 26) “che riconoscano l’esistenza di Israele nei suoi confini fino al Giordano e oltre (and beyond, punto 27). E ancora “Giudea, Samaria e Galilea sono la nostra unica garanzia per l’esistenza nazionale…  per ribilanciare il paese demograficamente, strategicamente ed economicamente… prendendo possesso dell’acquifero delle montagne da Beersheba sino alla Alta Galilea, è il nostro obiettivo principale”(28).

Anche l’Arabia Saudita si potrebbe dividere, ma più tardi…

Vi è anche la necessità di cambiare il sistema di economia centralizzata, scrive Ynon, in un sistema di ‘mercato libero’  e trasformarci da economia dipendente in economia produttiva. 

I programmi US/Israele negli anni ’90-2000.

Questo in sintesi il documento del 1982. Vediamo ora come si è andato rafforzando il progetto negli anni ’90 e  in seguito a partire dal 2000 con la destabilizzazione, l’attacco e la frantumazione del Medio Oriente da parte dei governi degli USA, della EU e di Israele, nell’analisi di alcuni importanti studiosi occidentali della regione. Alcuni di essi si pongono la domanda se il caos raggiunto negli ultimi anni è frutto di politiche incoerenti o contraddittorie, di strategie fallimentari . O a chi avrebbe potuto giovare .  Da una analisi attenta prodotta dagli stessi ambienti militari e politici vicini all’amministrazione USA emerge che questo caos rappresenta invece il successo delle politiche annunciate e programmate . Dopo il crollo dell’URSS nel 1989-90 l’opinione pubblica  occidentale era portata a pensare alla fine della guerra fredda, del militarismo e di un ri-orientamento delle politiche delle maggiori potenze verso esigenze sociali e non militari. 

Così non  è per i maggiori beneficiari della guerra: il complesso militare-industriale-securitario e di intelligence e le lobby sioniste che proponevano il Grande Israele. La maggiore minaccia era proprio la pace, così gli ‘attivisti’ di questo complesso avevano iniziato, già nell’amministrazione Reagan degli anni ’80, e poi nel mondo multipolare  degli anni ’90-2000, a individuare i possibili nuovi nemici: gli “stati canaglia”, l’Islam radicale e il terrorismo globale. “Prima di tutto dobbiamo buttar giù i tre big del terrore, Iran, Iraq e Siria. La stabilità è una missione americana poco utile, un concetto fuorviante da cacciare a pedate. Noi non vogliamo stabilità in Iran, Iran, Siria, Libano e persino in Arabia Saudita. Noi vogliamo il cambiamento. Il tema reale non è se, ma come destabilizzare” . Come ha scritto Chalmers Johnson, occorre fabbricare nuovi nemici, classificando alcuni paesi come sostenitori di terrorismo o come ironizzava Gore Vidal occorre ”creare un club del “nemico del mese”.  
Questi “attivisti”, quasi sempre repubblicani nazionalisti, cristiani sionisti, fanatici di estrema destra, fondamentalisti, hanno rapporti con il Pentagono, con i maggiori contractor, con lo Stato maggiore militare. Sono legati agli interessi delle maggiori industrie della Difesa (come ad es. Raytheon (missili balistici e sensori elettro ottici), Boeing, General Dynamics, Lockeed Martin, Northrop Grumman, Palantir Technologies, e in parte appartengono alla lobby sionista, sono organizzatori e aderenti ai più noti think tank . Hanno un accesso privilegiato ai media in modo da convincere una opinione pubblica disorientata. 

Hanno conflitti d’interesse vistosi, in una commistione di impieghi pubblici e privati, si distribuiscono fra loro le nomine  incrociate negli uffici del potere istituzionale statunitense e insieme nei Centri studi, nei Comitati, nelle organizzazioni di estrema destra . Sono consulenti ed esperti che spesso saranno coinvolti con scandali come ad es. quello del trasferimento di documenti segreti sui prototipi anti missile agli israeliani, che questi venderanno poi alla Cina o lo scandalo Iran-Contras che li vede coinvolti nella vendita di armi all’Iran, tramite Israele (Shimon Peres), in cambio del rilascio di ostaggi americani nelle mani di Hezbollah, e per il successivo sostegno finanziario alla contro guerriglia contro il governo sandinista in Nicaragua 85-86, (sono coinvolti con altri, Richard Perle, Elliot Abrams, nominato assistente speciale del presidente Bush nel National Security Council (NSC), il 2 dicembre 2002 , Michael Ledeen, che nel 1980 è in Italia per il SISMI, e sarà consulente nell’amministrazione USA per il terrorismo (NSC), ma anche agente di Israele (aveva anche cercato di vendere a prezzo minore a Israele i missili anticarro TOW nel 1985-86 ). 

1990 - Il documento del gruppo “National Security Strategy for USA”, prodotto subito dopo il collasso sovietico nel 1990, il “Defense Planning Guidance o Defence Strategy for the ‘90”  mostrava l’interesse del governo e dei militari per le “turbolenze imprevedibili del 3° mondo” per cui gli USA dovevano essere preparati a condurre guerre di bassa o media intensità, con riferimento non tanto alla potenza quanto ai territori meno interessanti ma che potevano ‘disturbare’ il commercio internazionale. Così veniva mantenuta stabile la spesa militare e la loro posizione strategica nel mondo. Manlio Dinucci, in un recente articolo  , afferma come nel 1990 i piani USA fossero già molto chiari. Se l’obiettivo è la conquista di territori ‘strategici’ come quelli mediorientali, le modalità politiche e militari individuate sono, come abbiamo visto all’inizio, quelle di  creare una instabilità permanente, un caos permanente, organizzato. 
Si può affermare che il piano di Ynon e l’obiettivo dell’instabilità permanente è la prima versione del pensiero dei neocon negli anni ’90  e 2000 e dell’amministrazione di George W. Bush dal 2001   . Anche se per alcuni anni queste modalità vengono poste in discussione dalle agenzie dell’industria petrolifera che avevano il mito della stabilità e della stabilità dei prezzi,  e per alcuni all’interno dell’ amministrazione Bush. 
Per i neocon statunitensi, negli anni ’90, per la lobby sionista come pure per i governi israeliani, i funzionari dei servizi segreti e i  militari, come  nel caso anche del generale israeliano Yitzhak Rabin, nel 1991 , “la guerra è la situazione inevitabile” poiché “Israele è condannata a vivere in guerra o sotto minaccia di guerra da parte dei suoi vicini arabi”.  Il piano neocon-governo israeliano di metà e fine anni ’90 prevedeva  la distruzione degli Stati maggiori produttori di petrolio (Iran-Iraq) e il controllo dei campi petroliferi da parte di USA/UK: il prezzo del petrolio sarebbe sceso e avrebbe indebolito Arabia Saudita e paesi del Golfo che stavano accumulando ricchezze finanziarie in USA e occidente comprando banche e azioni e influenzando la politica USA contro gli interessi di Israele 

 Giugno 1996.
“Un taglio netto: Una nuova strategia per dare sicurezza al regno”. 


Nel giugno 1996 un gruppo di studio di neocon statunitensi con una notevole rappresentanza  di personalità della Likud lobby, coordinato da Richard Perle, ebreo americano, consigliere politico, consigliere nell’amministrazione Reagan, di Bush padre e figlio  e coordinatore in alcuni Centri di studio neocon (American Enterprise Institute ecc), scrive un documento per Benyamin Netanyahu che aveva vinto le elezioni ed era diventato da poco premier. Fra i firmatari, i maggiori rappresentati del pensiero neoconservatore David  Wurmser, Meyrav Wurmser, Douglas Feith,  James Colbert, Robert Lowenberg.  

Il documento, A Clean Break, una strategia nuova per dare sicurezza al ‘regno’, sembra essere la prosecuzione e conferma, in modo ossessivo, del piano Ynon: occorre una taglio netto con la politica precedente di “pace onnicomprensiva”, occorre perseguire una politica di sovranità nazionale e sovranazionale che accolga lo slogan Un nuovo Medio Oriente con un nuovo apporto di basi intellettuali per ridare energia e ricostruire il sionismo  sulla base di una strategia fondata sull’equilibrio di potere.

1(Occorre rendere sicuro il confine a nord: per questo la Siria, gli Hezbollah e l’Iran sono i principali agenti di aggressione in Libano; perciò occorreva colpire obiettivi militari siriani in Libano e se questo non era sufficiente colpire obiettivi selezionati anche in territorio siriano. 

Anche perché la natura del regime siriano è poco affidabile, ha violato numerosi accordi con i Turchi, ha tradito gli USA e continua ad occupare parti del Libano, organizzando un governo di quisling e iniziando la colonizzazione del Libano, sostiene e finanzia anche in territorio libanese gruppi terroristi. Così è cosa giusta e morale che Israele abbandoni la “pace onnicomprensiva per muovere per “contenere” la Siria ponendo attenzione alle sue “armi di distruzione di massa”.

2) occorre rimuovere Saddam Hussein dal potere in Iraq, ridisegnando strategie con Turchia e Giordania, per creare rivalità e conflitti fra i governi mediorientali, incoraggiare una maggiore influenza dell’economia USA in Giordania per sottrarla alla dipendenza irakena, sostenere le minoranze di opposizione in Libano; sostegno anche militare “alle tribù arabe che attraversano il territorio siriano e sono ostili al regime siriano”. Prevedere anche una possibilità di influenzare le popolazioni sciite qualora i giordani controllassero  la parte del territorio irakeno  abitato da sciiti. 

3)  E’ necessario che si vengano costruiti nuovi rapporti con gli USA, fondati su una reciproca affidabilità, maturità, una condivisa filosofia della pace basata sulla forza, una cooperazione strategica nelle aree di mutuo interesse: Israele non ha bisogno di Forze armate USA per difendersi e può gestire bene i propri affari. E’ matura abbastanza per tagliate i finanziamenti e prestiti. Israele può diventare autonoma liberalizzando la propria economia, tagliando le tasse, con nuove leggi su zone industriali libere, con la vendita di terreni e industrie. Occorre anche cooperare “per contenere le minacce con una strategia di prevenzione piuttosto che soltanto con una di rappresaglia. Smettere di assorbire i colpi senza rispondere”…”Ma è importante che il paese sia solido economicamente, orgoglioso di sé, ricco e forte…. Queste saranno le basi per un nuovo e pacifico Medio Oriente”.

4) Occorreva anche cambiare la natura dei rapporti con i palestinesi, compreso il diritto per Israele  di ricerca, caccia violenta per la propria autodifesa in tutti i territori palestinesi. Elemento chiave delle relazioni con la leadership palestinese è la sua conformità/adesioni puntuale agli accordi presi, ad es. formando un Comitato congiunto Israele-Stati Uniti: “Israele non ha nessun obbligo rispetto agli Accordi di Oslo se il PLO non adempie i suoi obblighi. Se il PLO non adempie con questo minimo standard allora non si sarà nessuna speranza nel futuro né un interlocutore appropriato nel presente. Per prepararsi a questo Israele può pensare ad alternative al potere di Arafat”

Il piano Ynon come programma per il laboratorio Palestina

Già  dal 1967 si era attuato un piano di indebolire la nascente leadership politica palestinese e la popolazione nel suo insieme. Per prima cosa erano stati imprigionati o espulsi i maggiori esponenti politici, poi  a metà degli anni ’70 si tentò di organizzare ”leghe di villaggio” anti PLO convincendo parte della popolazione a collaborare. Ma questo fallirà molto presto. Poi si tenta di incoraggiare e sostenere i capi religiosi e le loro charities. Si cerca di distruggere ogni idea di nazionalismo. Ma anche questo fallisce. Infine si tenta con gli Accordi di Oslo, con l’isolamento di Arafat, il suo probabile assassinio e la successione del ‘moderato’ Abu Mazen

Il piano di cantonizzazione nei Territori occupati di Cisgiordania invece funziona. Il progetto per costruire una governo palestinese di unità nazionale fra i maggiori partiti palestinesi sarà costantemente fatto fallire sia con modalità politiche, di ricatto nei confronti di Fatah, sia militari armando nuove formazioni di polizia dell’ANP contro le milizie armate di Hamas, del Jihad e del FLPL, promuovendo lotte fra i servizi di Fatah e Hamas, come  il golpe di Mohammed Dahlan del giugno 2007 a Gaza, o come nel giugno 2014 l’inizio delle rappresaglie in Cisgiordania per giustificare il ‘rapimento’ dei tre studenti israeliani e  quindi la nuova aggressione a Gaza. 

L’insieme di queste politiche sarà definito dal sociologo israeliano Baruch Kimmerling il “politicidio” della Palestina. Il progetto, che è quello tipico di un colonialismo d’insediamento, comprenderà la distruzione dell’economia palestinese e delle sue risorse con la divisione della Cisgiordania in più settori, con i checkpoint, le strade esclusive per “ebrei”,  ecc. e la disgregazione progressiva della società palestinese, del suo mondo politico, il memoricidio della cultura, la Pax economica, neoliberista del premier Salam Fayyad dal 2007.   In generale l’ANP, dopo gli Accordi di Oslo e con la firma degli accordi di Wye Plantation nel 1998 , l’ANP dovrà acconsentire e partecipare, in primis e soltanto, alla sicurezza di Israele con misure antiterrorismo. La firma prevede il controllo di ogni atto di incitamento alla violenza, il controllo e la proibizione delle armi.  Sarà istituita una Commissione USA-Israele-ANP per monitorare ogni possibile attività di violenza. Saranno firmati accordi di cooperazione bilaterale e trilaterale con gli Usa, con assistenza tecnica della CIA (a Wye Plantation sono presenti agenti della CIA ). 

Con i nuovi negoziati del ’97-98 è presente come inviato speciale  il neocon Dennis Ross (fondatore del WINEP, Washington Institute for Near East Policy, legato all’AIPAC) sostenitore della guerra in Iraq, aderente dello PNAC, consigliere speciale di Hillary Clinton nel 2009 (amministrazione Obama). 

Come ‘Ricostruire le difese dell’America’ e pianificare il caos e l’instabilità permanente 

La strategia delineata nel documento A Clean Break venne precisata nuovamente, nel 1998 in una “Open letter to the President “(Clinton), firmata da molti neocon. 
Successivamente, nel settembre 2000, la ritroviamo nel rapporto "Ricostruire le difese dell’America, la strategia, le forze e le risorse per un nuovo secolo” scritto dal think thank di neocon, Project for the New American Century, PNAC, organizzato nel 1997 e condotto da William Kristoll, Robert Kagan, Dick Cheney, Richard Perle, Paul Wolfowitz, Donald Rumsfeld e altri . 

In esso si ribadiva, e divenne essenziale a partire dall’11 settembre 2001, l’individuazione dell’Asse del Male – Iran, Iraq, Siria e sud del Libano e con esso, l’inevitabilità delle azioni militari occidentali e lo scatenarsi del caos in Medio Oriente, sfruttando le fazioni religiose e politico-claniche, dando sostegno militare-finanziario ai nuovi attori sociali apparsi nella regione: i signori della guerra e i gruppi islamici che chiedevano maggiori spazi di potere. 

Il progetto confermava anche il pensiero da Z. Brzezinsky, consulente speciale per la sicurezza nazionale del presidente Carter, 1977-1981 e tra i fondatori della Trilateral Commission, think thank internazionale di studi geopolitici, che già nel suo libro del 1997,  tracciava le linee guida per la destabilizzazione dell’intera regione mediorientale, definita i Balcani Eurosiatici.
 
Questa linea di interessi convergenti (che sfrutta il discorso di “instabilità permanente” presente all’interno del complesso militare-industriale-securitario e di intelligence USA-NATO e lobby israeliana) è il nodo cruciale occidentale del perenne ciclo di violenze nella regione nell’ultimo decennio. 

Dopo l’11 settembre 2001 viene decisa la Dottrina Bush sulla guerra preventiva unilaterale necessaria dopo la fase di “deterrenza” e “contenimento” della guerra fredda.  

Viene diffusa con i toni ossessivi di una Bibbia cristiano-fondamentalista : si possono citare i discorsi di Bush nel settembre 2001, e nel giugno 2002 ai cadetti di West Point sulla lunga durata della “guerra al terrore”, una missione del Bene assoluto contro il Male assoluto per difendere i valori democratici degli USA e della società occidentale e sfidare il pericolo che proviene anche da Stati minori canaglia e da gruppi  fondamentalisti terroristi, che detengono le armi di distruzione di massa (WMD) .   
Ma non manca un accenno alla necessità di espandere il “Free Market”.

Il pensiero mainstream diffuso dai  neocon e dalla lobby sionista lo ritroviamo nei documenti dello JINSA (Jewish Institute for National Security Affairs) per chiedere il regime change in vari paesi del M.O,  “espandere il cambiamento a partire da IRAK, Siria e Iran”.   

Come pure in Michael Ledeen, teorico neocon e consigliere di George W. Bush, che già nel settembre 2001, e nel suo libro del 2002 The War Against the Terror Masters parlava di “Creative Destruction. How to wage a revolutionary war”  contro gli islamofascisti e sosteneva che occorreva un metodo e nuovi strumenti per abbattere Saddam Hussein, nuove strategie per spezzare la dittatura della famiglia di Assad, un diverso approccio per porre fine alla tirannia religiosa in Iran e persino tagliare il sostegno che l’Arabia Saudita porta ai fondamentalisti islamici. Sosteneva inoltre che per portare la democrazia in questi paesi, occorre portare il pieno appoggio ai movimenti democratici di resistenza nei paesi terroristi e in mancanza di questi sostenere le forze più moderate pro occidentali (egli fa parte di Centri per il sostegno degli oppositori iraniani e di Ahmed Chalabi, leader irakeno, rifugiato in USA); parla anche di “storica missione” e di “fardello rivoluzionario” degli USA . 
Nel marzo 2003, all’inizio dell’aggressione all’Iraq, James Woolsey, ex direttore CIA sotto l’Amministrazione Clinton, in un incontro con studenti dell’Università di California, organizzato dai repubblicani, durante una serie di viaggi e forum di discussione in altre arti del paese (viaggio di propaganda) parla di IV guerra mondiale che durerà a lungo. Egli afferma che la nuova guerra è condotta da tre nemici: i capi religiosi dell’Iran, i “fascisti” di Iraq e Siria e gli estremisti islamici come Al Qaeda. Questi tre nemici “hanno portato guerra agli Stati Uniti per anni, ma ora gli USA hanno finalmente “reagito”. Ci sarà un sostegno dell’America ai movimenti democratici [sic] in tutto il Medio Oriente. Scegliendo  (come controparte) Mubarak e i leaders dell’Arabia Saudita afferma: “Vi vogliamo nervosi. Vogliamo farvi sapere che questo paese e i suoi alleati si stanno muovendo e noi siamo dalla parte che voi temete, Noi siamo dalla parte del vostro popolo” 

Ritroviamo questi discorsi, ripetitivi sino alla ossessione, in successivi scritti tra il 2002 e il 2004 di Norman Podhoretz, ebreo americano,  nella rivista «Commentary Magazine», da lui diretta da oltre 35 anni.  Nella parte seconda, settembre 2004, nelle Note al lettore scriveva «Siamo soltanto nella prima fase di quella che promette di essere una lunghissima guerra e l’Iraq è soltanto il secondo fronte aperto in questa guerra: la seconda scena, se così si può dire, del primo atto di un testo teatrale in cinque atti» . Dopo la Seconda guerra mondiale, dopo la Guerra fredda contro il comunismo, «noi ora ci troviamo di fronte una forza senza dubbio maligna, l’islamismo radicale e gli Stati che lo sostengono».

Nel 2005 un documento del Pentagono, presentato dal segretario alla Difesa Donald Rumsfeld,  e pubblicato dal Wall Street Journal, ma non da altri media, l’11 marzo 2005, Rumsfeld affermava che gli USA, come potenza con un mandato militare globale, devono passare “da una guerra preventiva a una guerra più proattiva, cioè ad attacchi anche contro paesi che non sono ritenuti nemici ma che sono considerati strategici dal punto di vista degli interessi degli USA”.

Le operazioni militari prevedevano non più eserciti convenzionali ma l’invio in tutte le parti del mondo di piccoli gruppi di soldati “culturalmente pragmatici per addestrare e consigliare le forze indigene”, gruppi mascherati (disguised) sotto la forma del peacekeeping e dell’ addestramento.  Erano previste anche milizie mercenarie private sotto contratto del Pentagono e della NATO o dell’ONU. 

Nel gennaio 2012 la portavoce del Dipartimento di Stato Victoria Nuland e moglie del noto neocon Robert Kagan, (PNAC) ribadiva in un briefing dell’11 gennaio 2012 la necessità di una accorta strategia per la situazione siriana tesa comunque a costringere Assad ad andarsene . 

La «guerra globale permanente» degli Stati Uniti e dei suoi alleati, «ha ucciso direttamente o indirettamente circa un milione di persone in Iraq, 220.000 in Afghanistan e 80.000 in Pakistan, un totale di circa 1 milione e 300 mila persone», sopratutto civili. È questa la conclusione alla quale giungono gli autori di “Body Count. Casualty Figures After 10 Years of the War on Terror”, un rapporto redatto da tre gruppi di scienziati attivi nella causa del pacifismo e del disarmo nucleare: » . 

Dal 2011-12 la “guerra umanitaria” contro il terrore e per la democrazia,  in realtà guerra di conquista, sfruttando anche le cosiddette “primavere arabe”,  contro i nuovi e vecchi competitori per l’egemonia mondiale (Russia e Cina),  è proseguita in Libia, in Siria, nel Kurdistan, nello Yemen. Prosegue e si diffonde in Africa.  ha provocato centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi e dislocati. Mediante il mito del “libero mercato”, delle “riforme”, dell’austerità sono cresciute miseria e disoccupazione.  Nel 2015, alcuni analisti, percepivano un conflitto fra due settori della politica USA: i conservatori tradizionali e i neocon che non hanno mai ammesso un fallimento . Forse perché il loro successo, in questa fase della crisi capitalistica, sta proprio, come dicono altri analisti già analizzati, nello scatenamento dell’instabilità permanente. 

Il piano USA/Nato/Israele (insieme all’Arabia Saudita, ai paesi del Golfo e alla Turchia), comprende una agenda controterrorista che ha anche in parte alimentato e finanziato il terrorismo dei gruppi islamici; sta provocando gravi tensioni economiche e militari con la Cina (v. TTIP e TTP contro SCO), anche se si notano da tempo scambi economici e militari di hightech di Israele con la Cina.  Altri analisti, come Pepe Escobar , ammoniscono per un eventuale aumento degli attacchi terroristici in Europa, e come conseguenza un aumento di caos, di islamofobia e lo stabilirsi dello stato di eccezione e di repressione in vari paesi europei come sta già accadendo in Francia. 

In Italia c’è una tendenza in parte della cosiddetta sinistra radicale, nelle discussioni sulla politica internazionale, a considerare le persone “o da una parte o dall’altra”. Altri sono convinti di essere “né, né”. Io penso che vivendo in una certa parte del mondo ciascun* di noi dovrebbe innanzitutto porsi il diritto/dovere di denunciare i progetti criminosi dei propri governanti, smontare la propaganda dei media mainstream, denunciare le complicità delle istituzioni, di intellettuali e accademici e operare, per quanto possibile, dalla parte degli strati oppressi delle popolazioni. Ma cercando sempre di comprendere quale sia la posta in gioco a livello globale e quali gli attori più aggressivi e pericolosi nel mondo .  


 Diana Carminati, già professore associato di Storia dell'Europa contemporanea presso l'Università di Torino, si è occupata di problemi di storia della Resistenza in Piemonte, di nazionalismo, militarismo, guerra e sistema patriarcale, di studi sulla storia delle donne e sulla storia di genere. Dal 2002 al 2006 ha seguito progetti internazionali, con OMS e Comune di Torino, in Palestina/Israele e in particolare nella Striscia di Gaza. Dal 2006 fa parte dell’associazione ISM-Italia seguendone le attività culturali e i seminari internazionali sui temi dello Stato unico e del BDS in Europa. Nel 2007 è stato ripubblicato il suo libro Langa partigiana ’43 – ‘45, con altri scritti, a cura di Araba Fenice, Boves 2007. Nel 2009 DeriveApprodi ha pubblicato Boicottare Israele: una pratica non violenta, di cui è coautrice con Alfredo Tradardi, pubblicato anche in Germania: BDS Gewaltloser Kampf gegen die Israeli-Apartheid, Zambon Verlag, 2011. È coautrice con Enrico Bartolomei e Alfredo Tradardi di Gaza e l’industria israeliana della violenza, DeriveApprodi 2015.


 
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