Il "nazionalismo verde" di Biden e la gabbia idiota Unione Europea

Il "nazionalismo verde" di Biden e la gabbia idiota Unione Europea

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di Francesco Piccioni - Contropiano

 

L’economia occidentale, anche prima della pandemia, era incagliata come la portacontainer nel canale di Suez. E l’unico strumento utilizzato – negli Usa come nel Vecchio Continente – è stata la liquidità finanziaria a volontà.

Montagne di carta moneta (in formato elettronico, ci mancherebbe) che sono volate nel sistema finanziario, con il risultato di gonfiare le quotazioni di borsa. Ben poco di quel denaro è “sgocciolato” verso l’economia reale.

Ma si continua a spingere nella stessa direzione. Un esempio? La pressione di istituzioni internazionali e delle grandi banche per “mobilizzare” risparmi fermi sui conti correnti privati, penalizzandoli con tassi sempre più negativi, in modo da disporre di ulteriori munizioni per le battaglie speculative su mercati che non possono più fare a meno della droga finanziaria.

Ma la finanza, ripetiamo, non spinge più la crescita dell’economia reale. E questo crea problemi a valanga, sia per quanto riguarda la tenuta dei sistemi economici in questa parte del mondo, sia per la tenuta politica e sociale.

Ricordiamo spesso che nei “ricchi” Stati Uniti i disoccupati effettivi – sommando quelli registrati come tali e gli “scoraggiati” che il lavoro non lo cercano neanche più – superano da anni abbondantemente i 100 milioni. In pratica un terzo degli abitanti (328 milioni), comprendendo anche minorenni, pensionati e disabili; di fatto, la metà della popolazione in età da lavoro…

La necessità di cambiare registro si fa largo lentamente, e nell’Unione Europea ancor meno che al di là dell’Atlantico.

Un eccellete editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza di sabato scorso, coglie con precisione la complessità dello sforzo che le economie occidentali dovrebbero compiere per riprendere il timone globale. E dunque anche le difficoltà che incontra.

La prima risposta al problema – quella di Obama e poi di Trump – è consistita nel favorire la “rilocalizzazione” negli Stati Uniti delle produzioni delocalizzate all’estero.

Risultati scarsi, se non nulli. E a poco è valsa l’accusa ai Paesi di nuova industrializzazione di fare “concorrenza sleale”, contando sul costo del lavoro più basso e minori vincoli ambientali. In fondo, le multinazionali statunitensi ed europee aveva colto proprio quei due vantaggi strategici per spostare la produzione in Cina, Messico, Brasile, India, ecc.

La stessa uscita di Trump dagli accordi sul clima erano una conseguenza di questo tentativo di riportare in patria le produzioni “vecchie”, inquinanti ed energivore, senza cambiare nulla.

La cosiddetta “svolta verde” di Biden cerca di correggere l’impostazione, con lo stesso obbiettivo (la supremazia Usa). Gli standard ambientali, spesso definiti o attribuiti a terzi in modo arbitrario, diventano così un elemento della competizione commerciale, puntando ad aumentare i costi – le spese per rendere più eco-friendly la produzione manifatturiera – nei Paesi che hanno fin qui risucchiato investimenti e tecnologie antiquate.

I 3.000 miliardi di dollari che Biden vorrebbe impegnare per la “svolta green”, entrando nel merito del “piano”, illustrano bene la portata del progetto.

I milioni di posti di lavoro che promette di creare non sono “ripresa di possesso” di vecchie linee di produzione, ma “innovazioni di prodotto e di processo”. Come?

Se in America si fanno investimenti intelligenti nella manifattura e nella tecnologia, puntando dunque sull’Internet delle cose (IOT) e sull’intelligenza artificiale (AI), si danno ai lavoratori e alle imprese gli strumenti di cui hanno bisogno per competere; se si usano i dollari versati dai contribuenti per comprare prodotti americani (Buy American) e per diffondere nel mondo l’innovazione americana, se ‘si contrastano con fermezza gli abusi del governo cinese’, se si insiste sul commercio equo, sul fair trade e non più solo sul free trade, e se si estende il sistema delle opportunità di lavoro a tutti gli americani, allora molti dei prodotti fabbricati all’estero potrebbero essere realizzati subito negli Stati Uniti. E se si sostiene il sistema produttivo americano, usando la forza dell’energia pulita di cui si dispone sul territorio, la sua manifattura potrà primeggiare con prodotti di assoluta avanguardia, che sono a base dei servizi del futuro”.

Difficile non vedere come la chiave della “competizione” sia quella dominante; e come la logica sia profondamente “nazionalista” (prima gli americani, come si è visto nel caso dei vaccini). Come Trump, nell’obbiettivo; differente nella metodologia e nell’identificazione degli strumenti su cui far leva. Si vedono in trasparenza anche i gruppi multinazionali di riferimento, dietro le diverse strategie: old e new economy in lotta per la supremazia interna.

Non a caso “Gli unici incentivi al settore industriale introdotti dall’Amministrazione Trump si sono così concentrati sul fattore normativo, eliminando una serie di vincoli nell’utilizzo delle acque a fini produttivi e nel settore energetico, in particolare firmando ordini esecutivi per impedire ai singoli Stati di rallentare le operazioni di costruzione di oleodotti e gasdotti sulla base di motivazioni ambientali”.

Ma la rilocalizzazione competitiva della produzione comporta obbligatoriamente anche una ridefinizione dei mercati in grado di assorbirla. E se una produzione “globalizzata” – con componenti realizzate ovunque, con chiaro beneficio anche di altre aree del pianeta – poteva legittimamente avere come sbocco qualsiasi mercato, una produzione ri-nazionalizzata deve per forza avere un mercato interno molto forte, in grado di assorbire merci magari favolose, ma certamente non prodotte a basso prezzo.

Uscire dallo stallo? Una popolazione stressata da decenni di blocco salariale – o anche riduzioni, come nel caso della Chrysler – e con metà della forza lavoro disoccupata non è in grado di assorbire altro che merci cinesi (sempre meno, vista la crescita salariale in Cina), indonesiane, indiane, “chicane”.

Qui si spiega il secondo obbiettivo del maxi-piano “democratico”: alzare il salario minimo a 15 dollari l’ora, aumentare l’occupazione interna, addirittura “ misure legislative volte a costruire il ‘potere dei lavoratori’ che serve per aumentare i salari ed assicurare più elevati benefit”.

Non c’è nulla di sorprendente o “progressista”, in questo. Anche i nazisti “conquistarono” la propria classe operaia garantendo salari alti e un potere d’acquisto in proporzione, “migliorabile” con la conquista degli “spazi vitali” a disposizione dei vicini (slavi, soprattutto).

Proprio come la “svolta verde” non ha nulla di “ambientalista”, ma molto di concorrenza feroce.

La sfida è duplice: per un verso, si tratta di innovare i prodotti ed i processi nella manifattura, segmentando il mercato globale e quindi creando barriere tecniche all’importazione dei beni che hanno standard ambientali inferiori; dall’altra, si prevede di penalizzare con dazi all’importazione le produzioni straniere che, anche se rispettano i nuovi requisiti, siano state fabbricate utilizzando fonti energetiche fossili.

L’imposizione da parte americana di un “carbon adjustment fee” ai Paesi che non rispettano gli obblighi in materia di clima e di ambiente assicurerà una competizione equilibrata, forzandoli ad internalizzare i maggiori costi ambientali che proprio costoro ora stanno imponendo al resto del mondo.

Questo aggiustamento tariffario impedirà ai Paesi che inquinano di continuare a spiazzare con i loro minori costi ambientali ed energetici l’occupazione manifatturiera americana e la competitività delle imprese statunitensi. E, soprattutto, l’America chiuderà così il varco dell’insostenibile disavanzo commerciale strutturale.”

La guerra per mantenere l’egemonia si avvia ad utilizzare ora altre armi e chiude definitivamente, e anche in modo molto brusco, la breve era della “globalizzazione”.

I problemi, anche per gli Usa, non mancano. Questa logica “nazionalista egemonica” confligge con la libertà assoluta di cui le multinazionali di ogni settore hanno goduto per quasi 40 anni, e presuppone un loro ridimensionamento decisionale entro strategie concordate con lo Stato di riferimento.

Ma questo processo, allo stesso tempo, complica la loro possibilità di entrare in altri mercati. Così come gli aumenti salariali costringeranno ad un aumento dei prezzi finali tali da rendere il made in Usa quasi inaccessibile per compratori di aree con salari molto più bassi.

Il “vaso di coccio”, al momento, diventa l’Unione Europea. Una gabbia idiota, benché feroce, costruita da “strateghi della deflazione salariale e della competizione mercantilistica”.

Gente che voleva competere sui bassi salari, e che perciò è rimasta senza innovazione, senza ricerca scientifica, senza prospettive. E pure senza vaccini…

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