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IL RIFIUTO DELL’EUROPA BANCOCENTRICA. LE SOCIETÀ CIVILI PIEGATE ALLA FINANZIARIZZAZIONE (Prima Parte)

 

Presentare, oggi, l’UE come un antidoto ai nazionalismi, è non solo un esercizio di vuota retorica ma soprattutto una mistificazione. Il dato certo è che i “maiali” (traduzione dall’inglese del termine PIGS) hanno ricevuto soltanto le briciole delle misure adottate con il  “Piano Draghi”


 
di Michel Fonte
 

La via dell’Europa come unica soluzione ai conflitti che Sergio Mattarella si è preoccupato di ribadire a Trieste in occasione della giornata di celebrazione per la Festa delle Forze Armate (4 novembre 2018), difetta tanto di un’analisi approfondita su quella che è oggi la situazione comunitaria quanto di un sano realismo, e per dirla tutta, si inscrive, di diritto, in quelle formule liturgiche da “Prima Repubblica” delle quali il capo dello Stato è degno rappresentante. Non basta affermare che una cosa è santa perché lo diventi, al contrario, bisogna analizzarne la sostanza, e diciassette anni di moneta unica hanno dimostrato che non c’è nessuna traccia di quella cooperazione e spirito di fratellanza che il Presidente della Repubblica ha magnificato nella città friulana con parole altisonanti: “Celebrare insieme la fine della guerra e onorare congiuntamente i caduti – tutti i caduti – significa ribadire con forza, tutti insieme, che alla strada della guerra si preferisce sviluppare amicizia e collaborazione. Che hanno trovato la più alta espressione nella storica scelta di condividere il futuro nell’Unione Europea.

Presentare, oggi, l’UE come un antidoto ai nazionalismi, è non solo un esercizio di vuota retorica ma soprattutto una mistificazione, dato che, in maniera potente, è lo scacchiere dentro il quale alcune nazioni stanno cercando di affermare la propria supremazia geopolitica a spese di altre. Detto altrimenti, siamo ben lontani da quella casa comune che Mattarella ha pensato improvvidamente di richiamare nel suo discorso disseminato di antinomie tra aneliti di pace ed esaltazioni del ruolo delle truppe militari, ma si sa che l’eloquenza è la dimora preferita dalla contraddizione. Il nodo è che per i cittadini diventa sempre più difficile credere in un’organizzazione sovranazionale in cui parole di fuoco – sintomo di una guerra strisciante – sono pronunciate da chi, come Juncker, dovrebbe rappresentare la totalità degli interessi europei e non di una parte, evitando di esprimersi in maniera infelice e irrispettosa di avversari politici ed elettori (“Sbarrare il passo a populisti ottusi e nazionalisti stupidi”, 8 ottobre 2018).

D’altro canto, non è la prima volta che il Presidente della Commissione europea si lascia andare a considerazioni poco lusinghiere sull’Italia e gli Italiani (“Ue è a pezzi. Inaccettabile che i Paesi cattolici rifiutino i musulmani. Flessibilità? L’Italia ha avuto 19 miliardi”, 22 settembre 2016; “L’Italia ci attacca ma me ne frego”, 7 novembre 2016; “L’Italia è l’Italia. È una vecchia democrazia e altri decisori troveranno una soluzione per quella che non è ancora una crisi”, 22 marzo 2018; “Gli Italiani devono lavorare di più ed essere meno corrotti”, 31 maggio 2018;), e questo un capo di Stato, così attento al rispetto dell’impalcatura normativa comunitaria e ai suoi criteri contabili, dovrebbe ricordarlo e stigmatizzarlo, specie quando si scade nell’utilizzo di espressioni dispregiative e razziste verso i membri dell’Europea meridionale, fino al punto di etichettarli con l’ignominioso acronimo di PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna).

Il dato certo è che i “maiali” (traduzione dall’inglese del termine PIGS) hanno ricevuto soltanto le briciole delle misure adottate con il  “Piano Draghi”, poiché il Presidente della BCE, in accordo con la Commissione europea, ha approntato una tabella di marcia per l’acquisto di titoli del debito pubblico, basata su un QE (Quantitative Easing) a due parametri (si veda in proposito “La seconda repubblica e il pensiero unico”), vale a dire, il livello di solvibilità o rating paese (Austria, Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Slovacchia e Slovenia, sono tra i paesi dell’UEM che hanno goduto di un’alta valutazione di affidabilità) e il peso demografico (Germania e Francia sono i paesi più popolosi con rispettivamente 82,9 e 67,2 milioni di abitanti, seguiti subito dopo dall’Italia, con 60,4 milioni, e dalla Spagna con 46,6 milioni, fonte Eurostat 2018[i]). Come si può dedurre, ad avvantaggiarsi del provvedimento sono stati paesi già in stato di grazia, che secondo le recenti stime hanno introitato tra il 60-70% dei fondi rispetto al 30-35% dei PIGS.

La questione è ancora più impressionante se si pensa al contorto dispositivo messo in piedi dal massimo rappresentante della BCE per scudare il debito sovrano, infatti, i prestiti erogati attraverso le aste del programma LTRO (long term refinancing operation o più semplicemente piano di rifinanziamento a lungo termine) propagandati come la panacea di tutti i mali e un generoso aiuto verso paesi cialtroni, non sono stati nient’altro che uno strumento attraverso il quale si è permesso ad alcuni Stati, quelli già in posizione di forza (Austria, Belgio, Germania, Francia, Lussemburgo e Paesi Bassi), di finanziarsi a tassi pari allo zero o addirittura negativi, mentre nazioni con forti criticità (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) a causa della tempesta speculativa scatenatasi – peraltro in alcuni casi ingiustificata – hanno dovuto pagare un alto prezzo per afferrare la mano tesa della BCE. Si è, in definitiva, confermato il vecchio adagio che dice che “non sempre chi ti copre di merda è un tuo nemico e non sempre chi te ne tira fuori è un tuo amico”.



Un’ulteriore distorsione si è concretata nell’inclusione nel programma di acquisto, seppur in maniera minoritaria, di debito privato, cioè, di numerose obbligazioni ipotecarie costituite da tranche di mutui in forma piramidale, in cui al vertice, l’area più stretta, si trovano prestiti (fondiari e ipotecari) con un’elevata affidabilità di rimborso alle scadenze prestabilite, mentre alla base, nella porzione più ampia, si collocano mutui con un alto rischio di insolvenza (finanziamenti che coprono oltre l’80% del valore degli immobili), in sostanza, costruendo una torre dalle fondamenta marcie. Ciò che Draghi ha realizzato è, pertanto, un’operazione eterodossa di copertura finanziaria di prestiti temerari, meglio conosciuti in ambito internazionale come Asset backed security (ABS), tra i quali i famosi subprime mortgage, responsabili della crisi negli Stati Uniti e in Spagna, che non sono nient’altro che un’evoluzione della cartolarizzazione immobiliare, realizzata per la prima volta su larga scala dall’italoamericano Lewis S. Ranieri, un broker alle dipendenze della banca d’investimenti Salomon Brothers. In particolare, l’idea di Ranieri di rimpacchettare in appositi titoli (junk bond) i prestiti ipotecari deteriorati, confondendoli con altre numerose quote di debiti individuali e corporativi di complicata valutazione, portarono alla nascita dei cosiddetti Collateralized Mortgage Obligation (CMO) e Mortgage Backed Security (MBS), la cui principale caratteristica rispetto ad un’ordinaria operazione di cartolarizzazione, è che l’entità cedente riduce la propria responsabilità trasferendo a terzi, gli SPV (Special Purpose Vehicle) o le bad bank, i crediti tossici, e se ciò avviene con la formula pro soluto addirittura si libera da ogni sorta di onere legale e finanziario. Il ruolo degli Special Purpose Vehicle, si materializza nell’acquisto di questa montagna di spazzatura con una liquidità ottenuta attraverso la collocazione dei suddetti strumenti finanziari, (CMO e MBS) ad alto rendimento, presso un elevato numero di sottoscrittori, in tal modo, si pone in essere una pratica opaca che scaricando su terzi soggetti crediti in sofferenza o inesigibili (Non Performing Loans o NPL, classificati in sofferenze, inadempienze probabili, esposizioni scadute e forbone), collettivizza le perdite originatesi da incauti investimenti e attività speculative.

Sono proprio quest’ultime a spiegare in maniera esaustiva come mai il sistema creditizio italiano risulta avere in corpo circa 400 miliardi di titoli pubblici, di cui 40 miliardi sottoscritti nel secondo trimestre del 2018. Anche in questo caso la BCE e il suo Presidente Draghi hanno svolto un ruolo centrale attraverso le già menzionate operazioni LTRO, con le quali a partire dal 2011, nel pieno della crisi del debito sovrano, hanno convogliato disponibilità verso banche bisognose di capitali (tra cui numerose entità allo stato terminale), a patto di ricevere in cambio una garanzia, tecnicamente definita collaterale. La BCE ha, di fatto, elaborato una lista di collaterali, considerati come gradita fideiussione, composta essenzialmente da obbligazioni pubbliche, in questo modo gli istituti di credito ottenevano prestiti triennali ad un tasso pari o inferiore all’1% (riferimento Euribor) e reinvestivano il denaro in titoli di Stato, che al momento, visto l’attacco dei mercati, presentavano un basso valore, ben al di sotto di quello nominale, ma per converso un altissimo rendimento. Per avere un’idea, nell’asta di dicembre del 2011 promossa dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, precedente la prima sottoscrizione dei prestiti LTRO (22 dicembre dello stesso anno), i Btp triennali a rendimento fisso offrivano all’emissione un tasso di interesse del 7,89%, quelli a cinque anni del 6,47% e i decennali del 7,56%, nello stesso periodo, i Bot a dodici mesi venivano collocati con un saggio pari al 5,95%. Più in generale, era dal biennio 1996-1997 che non si registravano simili performance (se si guarda al rendimento medio ponderato annuale abbiamo: Btp 3a 4,18%, Btp 5a 4,68%, Btp 10a 5,25%, Btp 15a 5,35%, Btp 30a 5,47%; Cct eu 3,05%; Bot 12m 3,17%; fonte MEF[ii]).



In corrispondenza della seconda asta LTRO (29 febbraio 2012), si rilevavano nella collocazione di un nuovo stock di titoli del debito pubblico italiano (27-28 febbraio 2012) dei rendimenti ancora molto appetibili, in dettaglio, i Btp triennali a tasso fisso concedevano all’atto dell’emissione un tasso pari al 3,41%, i quinquennali e i decennali rispettivamente il 5,39% e il 6,8%, i Bot a un anno il 2,23% (il rendimento medio ponderato annuale risultava essere il seguente: Btp 3a 3,61%, Btp 5a 4,67%, Btp 10a 5,65%, Btp 15a 5,13%; Cct eu 5,21%; Bot 12m 2,30%; fonte MEF[iii]). In sintesi, 800 banche che ricevevano circa 1000 miliardi di euro al tasso dell’1% (489,19 miliardi di euro con scadenza al 29 gennaio 2015 e 529,53 miliardi di euro con scadenza al 26 febbraio 2015) non lo reinvestivano nel sistema produttivo, ma, come imposto dalla BCE e con loro immensa soddisfazione, per speculare su titoli di Stato e acquistare proprie obbligazioni in vista dell’applicazione dei severi parametri dell’European Banking Authority. È evidente che in una contingenza in cui bisognava placare l’attacco delle borse nei confronti dei membri periferici dell’UE, l’obiettivo di Draghi sia stato quello di foraggiare la crescita degli acquisti di quote del debito sovrano, per stimolarne un aumento della quotazione e una caduta dei rendimenti, ad ogni modo, la domanda è perché non si potevano elargire questi fondi direttamente agli Stati in difficoltà senza passare per le banche, regalandole miliardi di interessi. La risposta è semplice, e rivela, da un lato, il proposito del presidente della BCE di legare in maniera indissolubile, e quasi subdola, il destino di Stati e alta finanza, e dall’altro lato, palesa la reale essenza dell’ordinamento monetario europeo, di cui la BCE è il guardiano in veste tanto di Giano bifronte come di Cerbero.  
 

Tutto nelle banche, niente al di fuori delle banche, nulla contro le banche

Tutto ciò che viene fuori dalle casse della BCE è denaro pubblico (per lo più virtuale), dato che le istituzioni monetarie centrali dei singoli Stati aderenti all’UEM, sono azionisti della stessa con riferimento alla dimensione dell’economia nazionale di appartenenza, o per dirlo in maniera tecnica, in proporzione al Pil. L’implementazione del Piano Draghi è la manifestazione visibile di una delle maggiori idiosincrasie dell’UE, di fatto, con il programma LTRO, si è venuto a configurare il paradosso di Riggs (dal film “Lethal Weapon o Arma Letale in italiano, Richard Donner, 1987), e cioè, un prestatore, lo Stato italiano e altri Stati europei, che per il tramite di un intermediario, la BCE, concedono un credito al tasso dell’1% a un prestatario, vale a dire le banche in difficoltà di liquidità, il quale a sua volta accorda una larga parte dei capitali ricevuti allo stesso prestatore, gli Stati di cui sopra, investendo in titoli del debito pubblico e ricevendone un interesse oscillante tra il 3% e il 5%. Di conseguenza, il prestante – lo Stato – è simultaneamente prestatario, e il prestatario – la banca – è al contempo prestante, per cui se lo Stato dichiara default si trascina con sé le banche, e se le banche falliscono si pone a rischio la solvenza dello Stato. Questo è sostanzialmente il famoso e incensato bazooka, uno stratagemma per socializzare perdite private e incatenare due soggetti istituzionali alle stesse manette collocandoli su un traballante cornicione, cosicché se precipita l’uno precipita anche l’altro.

In questo senso si può affermare che la BCE è, come il mostro di Giano, generatore e terminale di un meccanismo circolare, però vizioso, di finanza ricreativa più che creativa, e la cifra della sua perversione si rinviene in ulteriori elementi che hanno contraddistinto il programma di intervento monetario. Dunque, è difficile credere alle parole di Moscovici, Juncker e Macron, quando paragonano l’UE a una grande famiglia in cui tutti sono ben accolti a condizione di rispettare le regole, salvo omettere che molte di queste norme sono state scritte per ingrassare alcuni membri e ridurre all’inedia altri. Infatti, esaminando il “Piano Draghi” nel suo articolato coacervo di misure, si nota che manca di quel principio di solidarietà e mutuo soccorso che contraddistingue un solido nucleo parentale e, politicamente, una sana federazione di Stati. Nella prima operazione sul debito sovrano (10 maggio del 2010), ribattezzata Securities Market Programme (SMP), la BCE ha fornito una garanzia totale, investendo 200 miliardi di euro nell’acquisto di bond pubblici di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia (quest’ultima ottenendo la metà dei fondi), tuttavia, esaminando l’ammontare complessivo del debito dei paesi beneficiari alla fine dell’anno considerato (Grecia 330,5; Irlanda 144,2; Italia 1851,8; Portogallo 173; Spagna 650; dati Eurostat[iv]), si evidenzia che l’intervento è stato come provare a spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua (lo stanziamento ha coperto appena il 6,4% di un monte-debiti pari a 3149,5 miliardi).

Successivamente, a partire dal 2015 e dopo le operazioni LTRO (2011-2012), di cui si sono menzionate la criticità, tutte le misure varate dalla BCE per l’acquisto diretto di debito pubblico sono state mutualizzate per il 20%, mentre il restante 80% è rimasto a carico dei singoli paesi, ciò ha significato che in caso di insolvenza, a ripianare le perdite sarebbero state chiamate in maniera individuale le banche centrali di ciascuna nazione. È opportuno sottolineare che tale modifica – che ha avuto come principale promotore la Germania – è stata la causa, in mancanza di un effettivo strumento di compartecipazione, del ritardo con cui si è superata la crisi, il tutto, poi, si è ulteriormente complicato per l’utilizzo di denaro pubblico per salvataggi e finanziamenti di aziende private, infatti, dei famosi 60 miliardi di euro al mese messi a disposizione dalle autorità monetarie europee, da marzo 2015 a dicembre 2017 (posteriormente ridotti prima a 30 miliardi, gennaio-settembre 2018, e poi a 15 miliardi, ottobre-dicembre 2018),  45 sono stati utilizzati per la compra di buoni del tesoro e 15 per l’acquisto di corporate bond e company stock.
 

Too small and too few to fail (troppo piccole e poche per fallire)

Le iniziative messe in campo al cospetto di iniziali provvedimenti che non sortivano gli effetti sperati, ma, che al contrario, accompagnati da rigide politiche di austerity, determinavano un peggioramento di tutti gli indici macroeconomici (Cip, Pil, occupazione, consumi, rapporto debito/Pil), sono state dapprima, nel 2015, l’azzeramento del tasso sui depositi (Deposit facility rate) che le banche detengono presso la BCE, per poi portarlo in territorio negativo, addirittura al -0,4% nel marzo 2016. La misura aveva come obiettivo di spingere gli istituti di credito a smuovere la liquidità in eccesso – quella oltre l’1% che rappresenta l’obbligo di riserva frazionaria da tenere presso la banca centrale – per convogliarla verso famiglie e imprese, in realtà, le banche ne hanno approfittato per trasformare il saggio di raccolta da passivo ad attivo, dato che non solo ai risparmiatori sono stati offerti tassi nulli sui depositi ma sono anche aumentati i costi di gestione di conto corrente (apertura, competenze, chiusura, emissione e canone annuo carte, commissioni su prelievi di denaro contante, operazioni allo sportello, invio documentazioni e domiciliazioni utenze).

La conseguenza è che di denaro vero nell’economia reale ne è entrato ben poco, in effetti, la gran parte degli operatori creditizi ha pensato di controbilanciare nel modo suddetto i rendimenti negativi, oppure di rifugiarsi nell’ulteriore acquisto di titoli pubblici, sapendo che i capitali drenati verso lo Stato sarebbero ritornati nel sistema grazie ai numerosi salvataggi bancari che hanno caratterizzato la lunga stagione recessiva. Con riferimento alla situazione italiana, sono state diverse le ciambelle di salvataggio lanciate al sistema bancario, nello specifico:
 
- con la L. 7 agosto 2012, n. 135 e la L. 24 dicembre 2012, n. 228, si procedeva a soccorrere MPS grazie all’emissione dei Monti-bond per un valore complessivo di 3,92 miliardi di euro, dei quali 3 sono stati restituiti nel luglio 2014 e il rimanente nel giugno 2015, tuttavia, essendo la banca incapace di assolvere agli interessi, questi sono stati capitalizzati trasformando lo Stato in azionista con una quota di minoranza del 4%;
 
- nel novembre 2015, si deliberava il risanamento e la vendita di Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti;
 
- nell’aprile 2016, si approvava della nascita del Fondo Atlante, su impulso del governo e con la partecipazione di CDP (Cassa depositi e prestiti S.p.A.) e Poste italiane, con il dichiarato obiettivo di ricapitalizzare le banche in difficoltà e rilevare i crediti spazzatura presenti nei loro portafogli (è in tale periodo che si sottoscrive il 99% per cento del capitale di Banca Popolare di Vicenza e il 97% di Veneto Banca);
 
- nell’agosto 2016, si istituiva il Fondo Atlante II, avente le stesse caratteristiche del suo precursore, però con la sola finalità di acquisire crediti bancari deteriorati;
 
- nel dicembre 2016, con la pubblicazione del D.L. 23 dicembre 2016, n. 237, dal titolo “Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio, convertito in L. 17 febbraio 2017, n. 15, si mettevano a disposizione del settore bancario 20 miliardi di euro e si interveniva per la seconda volta in Mps, assicurando una ricapitalizzazione precauzionale di 5,4 miliardi;
 
- in data 25 giugno 2017, si adottava il D.L. 25 giugno 2017, n. 99, convertito in L. 31 luglio 2017, n. 121, stabilendo la liquidazione coatta amministrativa di Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Con tale operazione lo Stato italiano dopo aver garantito, tra febbraio e marzo 2017, 8,6 miliardi di obbligazioni delle due entità, s’impegnava ad iniettare nelle stesse 4,8 miliardi (1,3 per la ristrutturazione e 3,5 per la ricapitalizzazione), inoltre, con la successiva cessione a Intesa San Paolo al prezzo simbolico di 1 euro della parte buona delle attività delle banche, il governo decideva di concedere una garanzia sul credito vantato dall’acquirente di 5,4 miliardi (innalzabile a 6,4) per sbilancio di gestione, e 400 milioni per rischi di varia natura, elevabili, però, fino a 6 miliardi. Infine, le attività e passività rifiutate da Intesa San Paolo restavano nelle due banche in liquidazione, per poi confluire in un apposito SPV, la S.G.A. (Società per la Gestione di Attività) controllata dal Ministero del Tesoro, che si è fatta carico dell’esazione di tutti i crediti a rischio insolvenza.
 
Ora che tanto la Banca d’Italia come il CPI (Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore), confidino, non si sa su quali presupposti, nella capacità di S.G.A. – società venduta (100%) per 600 mila euro da Intesa San Paolo al Ministero delle Finanze con L. 30 giugno 2016, n. 119 – di recuperare attraverso quello che viene definito un approccio “paziente[v], una percentuale molto più alta (22%) del valore dei crediti deteriorati rispetto a quello già generosamente stimato dalla Commissione europea (18%), non lascia per niente tranquilli, innanzitutto, perché ci vorrà un “orizzonte temporale medio lungo” prima di riscuotere, e secondo, perché al momento l’unica certezza, è che le casse pubbliche risultano esposte per 12,4 miliardi, cui bisogna aggiungere i 4,8 già erogati nella fase di ristrutturazione e gli 8,5 di obbligazioni garantite, che seppur confluite nel perimetro della cessione a Intesa Sanpaolo, restano sempre una patata bollente nelle mani del fideiussore nel caso il nuovo azionista decida di non onorarle.

Sorprende, pertanto, il tenore di previsioni tanto ottimistiche di perdite per le casse erariali, tra 12,5 e 18,5 miliardi di euro, quando solo per la liquidazione banche venete ci si trova di fronte ad un’esposizione potenziale di ben 25,7 miliardi, cui bisogna aggiungere i 7,1 miliardi di ricapitalizzazione di MPS, in particolare, i 5,4 nella prima tranche sopra menzionata e 1,5 in data 30 novembre 2017, che hanno portato il MEF ad essere il principale azionista dell’istituto toscano con il 68,24%, e senza contare gli interessi mai restituiti e capitalizzati sul primo prestito (all’incirca 240 milioni). Inoltre, altri 760 milioni sono stati apportati da CDP (500 direttamente e 260 dalla partecipata Poste Vita) nella società Atlante[vi], posizionandola come terzo maggiore azionista (15%) di questo ennesimo strumento di ingegneria finanziaria, che nel breve periodo si è dimostrato un vero e proprio fallimento sia per la ricapitalizzazione bancaria (70% delle risorse) sia per il trattamento degli Npl (cui era destinato il 30% della dotazione), tanto che, al cospetto delle forti perdite realizzate (24% in data febbraio 2017), si prospetta all’orizzonte una rapida liquidazione (Intesa San Paolo e Unicredit hanno già svalutato le partecipazioni nel fondo rispettivamente del 70 e 80%).

Manca all’appello la partecipazione statale nel fondo d’investimento alternativo Atlante II, nel frattempo rinominato Italian Recovery Fund (ottobre 2017), ancora con CDP (500 milioni) e S.G.A. (500 milioni), che accrescono di un altro miliardo l’esposizione in operazioni ad alto rischio e fanno salire il totale dei fondi pubblici impiegati a 34,6 miliardi. Il dato spinge ad una riflessione sulla dimensione dei gruppi bancari italiani nel contesto mondiale, e più specificamente europeo, che le pone in una condizione di nanismo in mezzo a dei giganti, questo di per sé non rappresenta un indizio sulla bontà del sistema, ma di certo è un handicap in una cultura economica iperliberista, in cui tutto ciò che è grande è considerato eccelso e degno di attenzione. Esaminando il volume del totale attivo (fonte  MBRES-Mediobanca), ci sono solo due gruppi italiani nei primi 38 della classifica europea (12° Unicredit, 17° Intesa San Paolo) e nessuno nei primi 10[vii], mentre Francia, Gran Bretagna, Olanda e Germania ne annoverano, rispettivamente, 7 (2° BNP Paribas, 3° Credit Agricole, 6° Société Générale, 8° Groupe BPCE, 14° Credit Mutuel, 36° Groupe Banque Populaire, 37° Groupe Caisse D’Epargne), 6 (1° HSBC Holdings, 5° Barclays, 9° Looyds Banking Group, 10° The Royal Bank Of Scotland Group-RBS, 20° Standard Chartered, 38° HBOS), 6 (13° Ing Groep, 18° Rabobank Nederland, 24° Abn Amro Group, 29° Abn Amro Holding, 33° Fortis, 35° Fortis Bank,) e  5 (4° Deutsche Bank, 21° DZ Bank, 22° Commerzbank, 31° Deutsche Postbank, 32° Dresdner Bank). Tra questi, nella top ten, ci sono quattro banche britanniche, quattro francesi, una tedesca e, perfino, una spagnola, segno che anche in economie meno performanti di quella del Bel Paese (Pil Spagna 1.311.320 miliardi rispetto ai 1.934.797 dell’Italia, fonte Banca Mondiale[viii]) si stanno intensificando i processi di concentrazione per mano tanto pubblica quanto privata.
  

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