/ LA SECONDA REPUBBLICA E IL PENSIERO UNICO

LA SECONDA REPUBBLICA E IL PENSIERO UNICO

 

 


 

Di Michel Fonte


 

La scomparsa dei partiti e la resa incondizionata all’economicismo cosiddetto “anti-ideologico”


L’evento che ha segnato il nuovo millennio è la scomparsa dei partiti di massa così come erano stati concettualizzati, forgiati e adoperati per concorrere alla vita democratica del paese. Dei grandi contenitori novecenteschi e della competizione tra le famiglie ideologiche – marxista, socialista, socialdemocratica, democratico-cristiana, postfascista, radicale e, più recentemente, negli anni 80’, ambientalista – non è rimasto quasi più niente, a cominciare dall’affiliazione e dalla partecipazione popolare, che specie per alcuni storici partiti (DC, PCI, MSI) prevedeva un precoce arruolamento di leve giovanili (FGCI, FdG e Movimento Giovanile) oggi quasi del tutto disinteressate alla disputa politica se non in occasioni di tornate elettorali locali e nazionali. I partiti da luoghi fisici di raccolta, ascolto e dibattito (sedi, comizi, assemblee, direttivi, segreterie, congressi e convegni) si sono trasformati in soggetti incorporei agglutinati attorno a una leadership o a una ristretta cerchia di dirigenti, che all’adesione critica ad un progetto preferiscono il coinvolgimento passivo e incondizionato del sostenitore-elettore, trattato alla stregua di un consumatore il cui consenso viene acquisito a scadenze più o meno prestabilite (consultazioni elettorali), e al quale si tende a non dare conto della bontà del servizio fornito (mancanza di un serio bilancio di governo) preferendo il lancio di una nuova campagna propagandistica (promesse pre-elettorali).



Questa anomala strutturazione degli strumenti che hanno contribuito, seppur con evidenti limiti, al dispiegamento dei principi della carta costituzionale, è addebitabile a due fattori, il primo, lungamente analizzato ma non per questo compreso a pieno, è stato certamente il berlusconismo, il secondo, invece, l’affermarsi di un pensiero unico che con la caduta del socialismo reale (9 novembre 1989) si è incarnato nel neoliberismo e nella scuola di Chicago, conferendo al mercato un valore assoluto, indiscutibile, ieratico, la cui centralità, trasversale a tutte le forze politiche, ha portato alla sublimazione di privatizzazioni e liberalizzazioni e alla crescente emarginazione dello Stato dall’economia, in quanto attore ritenuto incapace di assicurare l’equilibrio macroeconomico tanto nel breve quanto nel lungo periodo. In virtù di questo bagaglio teorico spacciato come anti-ideologico e pragmatico, pur essendo profondamente ideologico e classista (i suoi beneficiari sono riconducibili a magnati, banchieri, alti dirigenti, professionisti del mondo giuridico, grandi imprese, multinazionali, speculatori e rentier), si sono affermati come scientificamente irrefutabili principi economico-contabili quali l’austerità (tagli sociali lineari a sanità, assistenza sociale, trasporti, scuola, università e sostegno al reddito), il debito odioso (contrazione di prestiti che beneficiano entità sovranazionali e soggetti politici ed economici transnazionali in collusione con ristrette elite locali) e il rovesciamento della piramide del welfare (assunzione da parte dello Stato del debito privato di imprese e banche, sovvenzionamento pubblico di progetti inutili e dannosi, finanziamento di processi che favoriscono le sperequazioni economiche, sociali e territoriali), tutte misure sperimentate sia nel passato che in tempi recenti in America Latina, dove si è costruita una società contraddistinta da una spaventosa accumulazione della ricchezza in un ristretto gruppo di plutocrati. A conforto di quanto asserito, il coefficiente di Gini per l’anno 2016 indica Honduras (0.537), Colombia (0.535), Brasile (0.529), Guatemala (0.524), Panama (0.517) e Cile (0.505), tra i paesi con maggiori diseguaglianze sociali nonostante diverse di queste nazioni abbiano tentato – alcune abbastanza efficacemente (Brasile) altre con forme di degenerazione nell’assistenzialismo (Argentina) – di combattere le sperequazioni alimentando al contempo la crescita economica. Non è un caso che realtà che hanno fatto segnare negli anni dal 2012 al 2016 un consistente aumento medio del PIL (Panama 6.7%, Colombia 4%, Guatemala 3.4% e Honduras 2.9%) sono in base ai dati della Banca Mondiale (2016) tra i primi dieci paesi al mondo per indice di diseguaglianza (Honduras 6°, Colombia 7°, Brasile 8°, Guatemala 9°, Panama 10°). Malgrado tali evidenze, il mondo accademico e finanziario ha cercato di spostare la mira sulle politiche neokeynesiane di alcuni governi, in particolare Lula e Rousseff per il Brasile e i coniugi Kirchner per l’Argentina, omettendo di rilevare che quando Lula assunse la presidenza (2003) il coefficiente di Gini segnava lo 0.586 mentre al termine del suo mandato (2011) era sceso a 0.531 (contraendosi ulteriormente, a 0.529, durante l’esecutivo Rousseff, dato che assume valore considerando i risultati negativi del Pil negli anni 2015-2016), laddove il suo predecessore, il liberista Fernando Henrique Cardoso, aveva durante due mandati (1995-2003) inciso molto poco sulle diversità (l’indicatore passò da 0.596 del 1995 a 0.586 del 2003, dati Banca Mondiale). Analogo discorso per l’Argentina, che a partire dal governo di Néstor Kirchner (2003-2007) e passando per quello della sua consorte Cristina Fernández de Kirchner (2007-2015), ha accresciuto il Pil reale del 48.6% nel periodo 2004-2015 – statistica che oltretutto tiene in conto una non chiara revisione al ribasso operata dell’INDEC (Istituto di Statistica e Censimento) con anno base 2004 – e aumentare il debito pubblico in termini assoluti da 175.283 milioni di euro (2002) a 318.902 milioni di euro (2015), ma, ed è questo l’aspetto interessante, scendere nel suo impatto rispetto al Pil dal 152.25% del 2002 al 56.02% del 2015 (dati Datosmacro.com), segno che si può generare crescita con un forte intervento pubblico e allo stesso tempo perseguendo l’equità, come conferma la diminuzione dell’indice di Gini da 0.538 (2002) a 0.400 nell’anno 2015 (a partire dal 2016 con il governo Macri l’indice è tornato a salire portandosi allo 0.417).


 

La finanziarizzazione della politica: unione monetaria e potentati sovranazionali


Da oltre due decenni il problema strutturale dell’economia mondiale è la redistribuzione, sia per ciò che concerne i redditi così come generati dal mercato, sia dopo la correzione per effetto di imposte e trasferimenti pubblici (redistribuzione). Sotto questo punto di vista si dispone di un dato inequivocabile rappresentato dal confronto tra il 2005, anno in cui si hanno statistiche complete per tutte le 19 nazioni entrate a far parte dell’Unione Monetaria ed Economica dell’UE, e il 2016, da cui si desume un incremento dell’indicatore di Gini da 0.294 a 0.307, con un rialzo di 130 punti base (nell’UE a 28 invece lo scostamento è minimo con il coefficiente che passa da 0.305 dell’anno 2010 a 0.308 del 2016), che è il sintomo di un preoccupante livello di diseguaglianza che acuisce le povertà. Esaminando nel dettaglio i numeri, si scopre, non senza sorprendersi, che le disparità sono cresciute in ben tredici (68%) dei diciannove paesi aderenti, e che tra questi nei primi quattro posti si piazzano per incremento Germania (+4.5), Italia (+4.1) Lussemburgo

 


 

PAESI DELL’UEM IN CUI É CRESCIUTO L’INDICE DI GINI (%)

 

CONFRONTO CON L’ANNO ANTECEDENTE ALL’ADESIONE ALL’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA DELL’UNIONE EUROPEA DEI SINGOLI PAESI

VARIAZIONE

ASSOLUTA

2001

2006

2007

2008

2010

2016

 

GERMANIA

25.0

 

 

 

 

29.5

+4.5

ITALIA

29.0

 

 

 

 

33.1

+4.1

LUSSEMBURGO

27.0

 

 

 

 

31.0

+4.0

AUSTRIA

24.0

 

 

 

 

27.2

+3.2

CIPRO

 

 

29.8

 

 

32.1

+2.3

FRANCIA

27.0

 

 

 

 

29.3

+2.3

MALTA

 

 

26.3

 

 

28.5

+2.2

SPAGNA

33.0

 

 

 

 

34.5

+1.5

ESTONIA

 

 

 

 

31.3

32.7

+1.4

GRECIA

33.0

 

 

 

 

34.3

+1.3

SLOVENIA

 

23.7

 

 

 

24.4

+0.7

SLOVACCHIA

 

 

 

23.7

 

24.3

+0.6

IRLANDA

29.0

 

 

 

 

29.5

+0.5

 

(+4.0) e Austria (+3.2), al contrario, sul fondo della classifica troviamo Slovenia, Slovacchia e Irlanda. Tra le nazioni che invece fanno registrare diminuzioni significative dell’indice (raffronto tra il 2001 e il 2016) vi sono Portogallo (-4.1), Belgio (-1,7) e Finlandia (-1.6), resta, invece, pressoché invariata la posizione dei Paesi Bassi (27.0) mentre la statistica relativa alle repubbliche baltiche data la loro recente adesione all’UEM (Estonia nel 2011, Lituania nel 2014 e Lettonia nel 2015) – successiva alle crisi 2007-2009 (mutui subprime) e 2010-2011 (impropriamente definita del debito sovrano) – non assume grande importanza rispetto alle politiche monetarie europee (ad ogni buon conto, in Estonia il coefficiente è aumentato da 31.3 del 2010 a 32.7 del 2016, in Lituania da 34.6 del 2013 a 37.0 del 2016, in Lettonia si è ridotto da 35.5 del 2014 a 34.5 del 2017). Questi numeri inducono ad una riflessione, in primis, la maggioranza dei paesi (15 su 19) che prima dell’adozione dell’euro come moneta unica aveva un coefficiente di Gini più prossimo allo zero, ha visto peggiorare questo parametro degradando verso una minore equità sociale, in particolare, l’allargamento della forbice nell’allocazione della ricchezza prodotta ha generato come risultato non solo lo schiacciamento della classe media verso la parte bassa della piramide – dovuta a una progressiva perdita di reddito – ma anche un consistente incremento dei soggetti in stato di povertà e a rischio povertà.




È indubitabile che si tratta di un fenomeno che assume per ogni paese caratteristiche peculiari al proprio sistema socioeconomico e produttivo, per esempio, in Germania, nonostante si sia registrata una crescita media del Pil dell’1,1% (2006-2016), ciò non ha impedito una perversa allocazione dei redditi in cui a pagare dazio è stata la componente lavoro, a testimoniarlo ci sono i 7.6 milioni di minijob che hanno determinato, uniti alla forte immigrazione dall’ex DDR depredata durante il processo di unificazione delle sue migliori aziende e risorse umane, una compressione dei salari non solo nella manodopera generica ma anche tra professionisti, tecnici e personale specializzato; si è trattato di una congiuntura che associata alla robotizzazione ha consentito ai tedeschi di rendere competitivi i propri beni sui mercati (soprattutto autoveicoli, rimorchi, semirimorchi, macchinari, prodotti chimici, computer, apparecchi elettronici, ottici ed elettromedicali e articoli farmaceutici) accumulando continui surplus nella bilancia commerciale (2002-2017) che oggi rappresenta il 7.64% del Pil (rilevazione 2017). Il modello scelto dalla Germania è fondato esplicitamente sulla deflazione da salari, cioè sul depauperamento del lavoro rispetto al capitale, il che significa che pur essendosi moltiplicata la produttività oraria del lavoro e per singolo lavoratore, allo stesso viene riconosciuta una paga non in linea con il contributo offerto, di cui a beneficiarne è ovviamente il percettore di redditi variabili (l’impresa). Il fatto più grave è che questo principio economico si sia imposto nell’UEM nel momento in cui sottratta la leva monetaria ai singoli governi e alle loro banche centrali, si è costruita una BCE (Banca Centrale Europea) piegata al dogma irrefutabile dell’inflazione come uno dei fondamentali parametri di Maastricht o cosiddetti criteri di convergenza (“l’inflazione deve essere contenuta entro il limite dell’1,5% della media dei migliori tre Stati membri”), ciò è tanto più vero se si considera che il diverso livello di sviluppo delle economie nazionali e regionali ai nastri di partenza del progetto valutario avrebbe dovuto prevedere, in assenza della facoltà di operare sul cambio mediante svalutazioni e rivalutazioni, un meccanismo di perequazione solidale in grado di drenare risorse, ovviamente correlate ai risultati (meritocrazia della gestione), dalle economie forti (Nord Europa) a quelle deboli (Sud ed Est dell’Europa).



 

Per converso, non solo si è usata l’inflazione come strumento di svalutazione occulta – per cui il paese che meglio controlla la dinamica prezzi-salari, in un contesto di regime di cambi fissi come quello determinato dall’euro, acquisisce un vantaggio competitivo permanente sui mercati (i suoi beni costano meno) – ma al contempo l’austerità imposta durante il settennio nero (2007-2014) ha svelato la volontà di potenza, per dirla alla Nietzsche, di un ristretto circolo finanziario trasversale ai vari paesi ma con la sua testa pensante in terra teutonica. Sarebbe ora che i rappresentanti di governo meditassero in maniera seria sulla situazione, infatti, se le politiche economiche e sociali degli esecutivi Renzi (febbraio 2014 – dicembre 2016) e Gentiloni (12 dicembre 2016 e tuttora in carica) fossero state così positive per i cittadini, non si capisce perché il PD annaspa nei sondaggi, con previsioni (20-24%) che lo stimano ben al di sotto della sua prima esperienza elettorale del 2008 (33%) e addirittura inferiore alla soglia di quel 25% delle consultazioni 2013, che è stato più volte rimproverato a Bersani dai componenti del Giglio Magico. Probabilmente, una spiegazione si può rinvenire nel fatto che al netto dei proclami, la crescita del Pil – che oltretutto assume sempre meno significato sullo stato di reale benessere di un paese – durante gli ultimi due governi è stata modesta, appena 0.1% nel 2014, 1% nel 2015, 0.9% nel 2016 e 1.5% nel 2017, anche qui con una revisione dei dati da parte dell’Istat intervenuta a distanza di ben due anni (per il Pil 2015 stimato inizialmente allo 0.8%) che lascia adito a diversi dubbi sull’accuratezza delle rilevazioni statistiche. Ad ogni modo, nonostante una prima e modesta inversione di tendenza, sono più le ombre che le luci, poiché la ripresa sperimentata dall’Italia continua a vederla occupare, nell’ambito dell’UE a 19, gli ultimi gradini della classifica per crescita, in particolare, terzultima nel 2014 (prima di Finlandia, -0.6%, e Cipro, -1.5%), terzultima, a pari merito con l’Austria, nel 2015 (davanti a Grecia, -0.2%, e Finlandia, 0.1%), penultima nel 2016 e, sulla base dei dati previsionali della Commissione Europea (Autumn 2017 Economic Forecast), addirittura ultima per l’anno 2017 (dietro Francia e Grecia entrambe all’1.6%). La situazione non muta nemmeno nel confronto con l’Europa a 28, perché il Bel Paese si piazza 25° nell’anno 2014, 26° nel 2015, condividendo ancora una volta la pessima performance con l’Austria, e addirittura penultimo (27°) nel 2016 davanti alla sola Grecia (dati Eurostat). Ulteriori numeri confermano l’inefficacia dell’azione degli esecutivi Renzi-Gentiloni, innanzitutto, il debito pubblico, lievitato tanto in termini assoluti quanto in percentuale, nello specifico, a 2.137.316 (milioni di euro) nel 2014 rispetto ai 2.070.228 dell’anno 2013, corsa che poi è proseguita senza freni arrivando a 2.173.329 nel 2015, a 2.218.471 nel 2016 (fonte MEF) e, secondo l’Istat, a 2.256.061 nel dicembre 2017, questo nonostante il quadro macroeconomico favorevole rappresentato dall’ombrello della BCE sul debito sovrano attraverso i programmi QE (Quantitative Easing) e LTRO (Long Term Refinancing Operation, aste 2011-2012 a scadenza triennale) e il taglio sistematico dei tassi di interesse (ad oggi TUR pari a 0.00%, tasso overnight a 0.25% e tasso sui depositi a -0.40%), che hanno smorzato qualsiasi tentativo di attività speculative sui titoli di stato, garantendo, al contempo, agli istituti di credito inaspettati margini di guadagno e al Tesoro di finanziarsi con interessi prossimi allo zero (tasso medio 1.35% nell’anno 2014, 0.70% nel 2015, 0.55% nel 2016 e 0.68% nel 2017, fonte Dipartimento del Tesoro). La lettura delle cifre è ancora più impattante osservando la dinamica del debito pubblico in rapporto al Pil, passato da 129.0% del 2013 a 131.8% del 2014, quindi, in leggero calo nel 2015 (131.5%) per poi risalire nuovamente nel 2016 a 132% (dati MEF), e con una stima ancora da definire per il 2017, a causa della contrapposizione tra la Commissione Europea e l’Istat, che lo calcolano rispettivamente a 132.1% e a 131.5%, per una divergente interpretazione sulla contabilizzazione dei fondi erogati per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A. In ogni caso, anche avvalorando la valutazione più ottimistica, il debito pubblico che si prometteva di abbattere è salito in quattro anni di 185.833 milioni di euro, 2.5 punti percentuali in più – da 129.0% a 131.5% e con una variazione media di 131.6% – che equivalgono a una variazione percentuale relativa di +9% (anno base 2013) e a una variazione percentuale media su base annua di +2.07%. La circostanza imbarazzante è che circa 31 miliardi (16.7%) di questa aggiuntiva massa debitoria sono stati elargiti per salvataggi finanziari – di cui 17 miliardi per il riscatto degli istituti di credito veneti (le già citate Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e Veneto Banca S.p.A.), poi acquisiti nel 2017 a costo zero da Intesa San Paolo, stranamente lo stesso operatore intervenuto nel 2015 con un prestito ponte per il riscatto di Banca Etruria, Banca delle Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti, e 5.4 miliardi per Monte dei Paschi di Siena, che si sono aggiunti ai 3.9 miliardi erogati tra il 2009 e il 2012 – mentre non si è stati in grado di trovare i fondi necessari per una concreta forma di sostegno al reddito che andasse oltre il pannicello caldo degli 80 euro o di quella misura pre-elettorale, tra le molte degli ultimi mesi, ribattezzata impropriamente come REI (Reddito di Inclusione), e già bocciata da diversi esperti in materia (tra cui la sociologa Chiara Saraceno) oltre che dal buon senso, considerata la ridotta platea dei beneficiari (500 mila nuclei familiari) e la palese inadeguatezza dell’erogazione rispetto ai bisogni vitali delle fasce meno abbienti. A certificare la grave situazione economica del paese si sono aggiunti i dati Eurostat, che oramai considera l’esclusione sociale in Italia come un problema endemico, difatti, la percentuale di popolazione che vive in uno stato di assoluta povertà è stimata all’11.9% (2016) con un calo minimo rispetto al 2013 (12.3%), cioè prima dell’insediamento a Palazzo Chigi di Matteo Renzi, in ciò vi è una perfetta convergenza con il Report Istat 2016, che riconosce come il numero delle famiglie in situazione di povertà assoluta (6.3%) sia rimasto più o meno invariato (1.619.000 nel 2016 rispetto a 1.614.000 nel 2013) mentre il numero delle famiglie in povertà relativa risulta in ascesa a 2.743.000 (10.6%) rispetto ai 2.645.000 del 2013, così come gli individui in povertà assoluta (da 4.420.000 nel 2013 a 4.742.000 nel 2016) e gli individui in povertà relativa (da 7.822.000 nel 2013 a 8.465.000 nel 2016). Nello stesso documento si legge che “l’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per gli operai e assimilati (18,7%) e per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (31,0%), un’asserzione che chiama in causa una delle principali riforme che il PD rivendica con orgoglio, cioè quel Jobs Act, che altro non è che un ulteriore tassello nella lunga storia di politica economica di questi decenni, fatta di deflazione e precarizzazione dei redditi fissi, in virtù della quale si impone ai lavoratori di lavorare per più ore, con ritmi stressanti e ridotte tutele sindacali, ricevendo come contropartita, a fronte di una maggiore produttività, salari inferiori e libertà di licenziamento. D’altra parte, la disoccupazione all’11.1% (in aumento di 0.2% rispetto al mese di dicembre 2017), con un aumento su base annua (gennaio 2018/gennaio 2017) tra il lavoro dipendente di soli contratti a termine (+409 mila con una variazione tendenziale del 16.3%) e un calo dei permanenti (-62 mila, -0.4%), dimostra che cessata la decontribuzione associata al Jobs Act, circa 20 miliardi gettati alle ortiche, si è lasciato il campo solo a instabilità e incertezza lavorativa (diminuzione dello 0,3% dei salari nel 2016), e che le tutele crescenti di invenzione renziana sono come Godot, non arriveranno mai, nel frattempo, invece, la cessazione di 931 mila contratti a tempo indeterminato (2016) ha generato (come saldo) 1 milione e 264 mila occupati stabili, al di sotto perfino di quelli creati nel 2014 (1 milione e 271 mila), e a ben 2 milioni e 916 mila gli occupati a termine, senza contare l’esplosione incontrollata di milioni di voucher (+77% nel 2014, pari a 68.332.398, +58% nel 2015, 108.111.376, +24% nel 2016, 134.065.536, dati INPS) Questa purtroppo è la fonte amara che si incontra nel deserto del pensiero unico, dove privati della leva monetaria e refrattari a intervenire tanto a monte, nella fase di contrattazione per proteggere il soggetto più debole (mercato del lavoro), quanto a valle, in fase di redistribuzione (fiscalità e welfare), ci si piega ai parametri europei da un lato e alle permissive politiche fiscali dall’altro (paradisi fiscali, triangolazioni societarie, fatturazioni infragruppo, letterbox company e società di comodo, voluntary disclosure, evasione ed elusione), rendendo sempre più facile l’occultamento dei profitti e sempre più disperata la vita di milioni di cittadini.

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