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INTERVISTA A MOLLY STUART SUL SUO DOCUMENTARIO OBJECTOR E SULLA SITUAZIONE PALESTINESE

 

Riceviamo da Michele Metta e pubblichiamo l'intervista a Molly Stuart, autrice di un corto su Atalya Ben Abba, una ragazza israeliana.



di Michele Metta

 

- Molly, grazie per aver accettato il mio invito. Il titolo del tuo documentario è Objector. È per via della decisione di Atalya di non prestare servizio militare per l’Esercito israeliano, data il rifiuto, da parte di Atalya, verso il comportamento estremamente aggressivo d’Israele nei confronti dei Palestinesi. Mi piacerebbe quindi, per favore, partire con una domanda molto diretta: sei mai stata accusata di antisemitismo per aver girato questo tuo documentario?

 

Per il momento, nessuno mi ha mai pubblicamente accusata di antisemitismo, che so bene essere un attacco estremamente comune tanto quanto privo di fondamento verso chiunque abbia un atteggiamento critico nei confronti dell’occupazione israeliana della Palestina. Spero ciò sia per via del fatto che la mia pellicola rende appunto molto chiaro che criticare le politiche dello Stato israeliano non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo. Atalya, l’ebrea protagonista del film, esprime la propria convinzione interiore che opporsi all’espansione senza fine dell’occupazione israeliana è nell’interesse non solo dei Palestinesi, ma anche di quegli ebrei israeliani che desiderano la Pace.

 

- Molly, ad un certo punto, mostri un dialogo tra Atalya ed i suoi genitori: Avishai, padre di Atalya, afferma di capire completamente Atalya. Alona, invece, sua madre, dopo aver detto di ovviamente condannare l’occupazione israeliana della Palestina, controbatte che il comportamento di Atalya potrebbe condurre a compromettere il futuro della figlia. Cosa provavi, nel mentre assistevi a tutto questo?

 

Durante le riprese di quella scena, penso di essere rimasta particolarmente colpita da ognuno dei partecipanti a quella conversazione: dai genitori di Atalya per il loro esprimere in maniera così articolata sia il loro disaccordo ma, al contempo, il loro rispetto verso la capacità di Atalya di prendere decisioni autonome; da Atalya stessa, per la sua capacità di non trascurare il punto di vista dei propri genitori ma, al tempo stesso, di costruirsi un proprio autonomo cammino basato sui propri convincimenti e sulle proprie esperienze.

 

- Ritengo che uno dei momenti più toccanti, scioccanti, del tuo documentario, sia quando mostri due bimbi palestinesi giocare tra loro, uno dei due facendo finta d’essere un israeliano che mette le manette all’altro per arrestarlo. Voglio dire: che razza d’infanzia sta dando ai bambini palestinesi l’occupazione israeliana?

 

Sì, quello è stato davvero un momento per me spezzacuore. Quando mi sono accorta che il primo bambino “arrestava” l’altro ammanettandolo all’auto, ho deciso fosse importante fissare su pellicola questo tipo di “gioco” che chiaramente mima la realtà da cui si vedono circondati. Non sarebbe sorprendente che questi due bimbi di soli 5-6 anni abbiano già assistito a numerosi arresti di appartenenti alla propria famiglia e alla propria comunità. Allo stato attuale, ci sono ben 300 minori all’interno delle prigioni israeliane, la metà dei quali mai formalmente incriminati. Quindi, la paura costante di violenza, perdita della casa, e separazione dai propri familiari non è certo qualcosa che si possa facilmente definire “infanzia”.

 

- Un altro momento molto intenso nel tuo documentario è quando un palestinese spiega ad Atalya che l’Esercito israeliano vuole che vada via, ricollocandolo nella località di al-Beida. “Ma non abbiamo una casa lì”, dice il palestinese con dolore. Molly, secondo te, qual è la ragione di un tale spietato, aggressivo comportamento contro persone che stanno solo cercando di vivere la propria vita?

 


La litania israeliana ha l’abitudine di sostenere che il proprio Esercito demolisce solo e soltanto case di terroristi o di parenti di terroristi. Come possiamo renderci conto guardando quella scena del pastore palestinese, che è esempio tipico della maggioranza delle demolizioni nella Valle del Giordano, si tratta di propaganda senza alcun fondamento. Il motivo ufficialmente addotto per demolire la sua casa era “costruzione abusiva”: Israele, cioè, non aveva concesso autorizzazione che gli concedesse d’espandere la propria casa per dare spazio sufficiente alla propria famiglia, divenuta più numerosa. Malgrado il loro essersi stabilite e diffuse per decenni nella Valle del Giordano, molte di queste comunità vengono sospinte verso villaggi e città a più alta densità abitativa per far largo a nuovi insediamenti israeliani illegali e a posti di blocco. Una dinamica ben descritta da Amira Hass sul quotidiano Haaretz.

 

https://www.haaretz.com/israel-news/idf-preps-to-demolish-palestinian-homes-on-private-land-1.5464669

 

- Sei statunitense: come giudichi le decisioni di Trump che riguardano Israele?


Per molti versi, le decisioni di Trump mettono a nudo il sostegno in atto da parte degli Stati Uniti verso Israele a prescindere dalle violazioni compiute dallo Stato israeliano sia nei confronti dei Diritti Umani che del Diritto Internazionale. Ma essendomi recata a Gerusalemme e nei territori circostanti proprio nel mese successivo alla decisione di Trump, ho ben chiaro che le conseguenze non sono solo simboliche. Le inevitabili proteste da parte della società civile palestinese contro le sue decisioni hanno ricevuto in risposta arresti in massa, a volte mettendo in carcere intere organizzazioni di attivisti del tutto pacifiche. Per me, è un’altra sveglia che suona per dire a noi degli Stati Uniti che siamo profondamente implicati in questo conflitto. Spero che questa sia colta come un’opportunità per mobilitarsi contro il ruolo dell’amministrazione Trump nell’occupazione.

 

- Da cosa nasce, secondo te, quest’alleanza così forte e velenosa tra Israele ed il tuo Paese?

 

È davvero una domanda enorme, con alle spalle una lunga storia. Posso solo limitarmi a raccomandare un nuovo documentario incentrato su questo tema, creato dalla Media Education Foundation, ed il cui titolo è The occupation of the American mind.

 

http://occupationmovie.org/

 

- La mia prossima domanda è per chiederti se ci sono stati momenti, nel mentre giravi Objector, nei quali vi siate sentiti in qualche modo in pericolo.

 

Il momento più teso per me non è stato durante la creazione del mio corto, ma durante nuove riprese, concluse giusto il mese scorso, e girate perché stiamo ampliando il corto in modo che divenga un documentario di lunghezza standard. Atalya e la rete di obiettori israeliani chiamata Mesarvot, stavano tenendo una dimostrazione a Gerusalemme, al fine di promuovere una lettera firmata da 110 studenti di Liceo che dichiarano la propria intenzione di rifiutare il servizio militare. A questo raduno, sono arrivati pure degli oppositori d’estrema Destra, che hanno spintonato e iniziato a provocare aggressivamente i dimostranti. Uno di loro ha strappato di mano ad Atalya il suo cartello e l’ha fatto pubblicamente in mille pezzi. Altri hanno afferrato la mia cinepresa, e mi hanno spinta via da dove mi ero appostata. È stato davvero sconvolgente.

 

- Objector sta ricevendo svariati premi, vero?

 

Objector ha finora ricevuto quattro premi: Best Documentary, ALBA Human Rights Documentary FF; Best in Show, San Francisco State University Film Finals; Award of Commendation, Canada Shorts - Canadian & International Short FF; Best Young Women Storyteller Award, Imagine This Women's International FF

 

- Objector ha la capacità, in un lasso di tempo davvero corto, di mostrarci una storia solida e intensa. Molly: da un punto di vista tecnico, come ci sei riuscita?

 

Ti ringrazio, anche se penso che la pellicola sia d’impatto non tanto per aspetti tecnici, quanto piuttosto per la forza di Atalya come personaggio, e la sua disponibilità ad essere franca e vulnerabile innanzi alla telecamera.

 

- Objector termina spiegando che, dopo 110 giorni in prigione con l’accusa di “comportamento altamente lesivo”, Atalya è stata finalmente liberata, ma che Mesarvot continua a fornire il proprio sostegno a quei giovani che vogliano diventare obiettori di coscienza. Quindi, Molly, ti chiedo: pensi che un futuro migliore sia possibile?

 

È davvero un periodo difficile per essere ottimisti circa il conflitto, ma ciò non di meno occorre dire che stiamo assistendo ad una rivolta contro il fascismo sia negli Stati Uniti che in Israele, ed alla crescita di nuovi movimenti d’opposizione. Confido che reti come Mesarvot (Israele), Breaking the Silence (Israele), If Not Now (USA), Students for Justice in Palestine (Internazionale) e Jewish voice for Peace (USA), assieme a tante altre realtà, continueranno ad aprire il cammino verso un futuro in cui Palestinesi ed Israeliani possano raggiungere una Pace giusta.

 

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